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A Yellow Snack of Scones

Fra il dire e il fare …

Alla base della mia esperienza di insegnante di Inglese come L2 per bambini di Scuola Materna e Primaria c’è di fatto una separazione. :”E ora, rompiamo l’uovo e  s e p a r i a m o il tuorlo dall’albume …”
Di tempo non ne è passato poi molto, dal giorno in cui mi sono ritrovata alle prese con una classe di little chefs di una scuola materna di New Orleans. Eppure, didatticamente mi sento lontana anni luce dall’insegnante che ero. Anche perché io con l’insegnamento avevo chiuso da un pezzo. Io volevo scrivere e volevo cucinare.
Miss Jakobsen, coordinatrice del progetto, mia amica ed insegnante italo-americana, pressata dal bisogno piuttosto urgente di una gap filler, mi aveva contattata per due ore pomeridiane in due classi di bambini fra i cinque e i sette anni.

Requisito principale, che generava l’urgenza, era che i kids venivano depositati a scuola alle sette della mattina, e ritirati circa dodici ore dopo. Il mio ruolo, vera e propria challenge, tenerli buoni e interessati alle ultime due ore, facendo in modo che apprendessero qualcosa di utile per il loro curriculum futuro.
“Capisci, i genitori hanno pagato un extra per poter lasciare i figli in un luogo sicuro ma anche didatticamente proficuo, e soprattutto stimolante.”
A giocarsi la finale erano rimaste in gara Cooking e French classes. Io avrei potuto coprirle entrambe.
“Chi meglio di te che adora cucinare, innamorata come sei della cultura francese?”
Due insegnanti al prezzo di una.*
*Dal mio lavoro “Facciamo con l’inglese”
(sull’importanza di una didattica dell’inglese oggi,
che sia creativa, motivante e soprattutto autentica).

 

 

 

Presentarsi alla maniera di James Bond  

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È John Peter Sloan che in un suo video fa simpaticamente notare il tono accademico e decontestualizzato che assume chi si presenta agli amici stile 007: 
My name’s Bond, nice to meet you.
Un primo approccio con bambini di scuola materna o primaria prediligerà preferibilmente un modo più spontaneo ed anche di più semplice e naturale assorbimento.

Cos’è?
Il metodo TPR (total physical response) si basa sull’ascolto di un istruttore che invita a rispondere ad uno stimolo tramite azioni. Nasce dall’osservazione di come la lingua madre viene inizialmente appresa dal bambino, quando ancora non è del tutto capace di parlare, per mezzo di una comunicazione ancora per buona parte non verbale. Il suo ideatore, lo psicologo James Asher, lo ha fatto derivare dalla sua esperiemza personale di giovane apprendente di una lingua straniera.

Nell’inglese early stages si rivela particolarmemte efficace per l’apprendimento del verbo essere, ovvero per l’individuazione del me e del te in inglese. Un bambino dai quattro ai sette/otto anni, ha bisogno di mettere se stesso al primo posto ovunque, di indiviuadarsi, ma allo stesso tempo cerca il gioco, lo scambio:
I’m … you’re…
Come si fa?

Basta una palla e dei top colorati che ci identifichino tramite il nostro colore o frutto o animale preferito, e i bimbi vengono messi in una piacevole e rilassante condizione di gioco e di movimento.
Giochiamo a essere, giochiamo che io ero…
L’insegnante lancia la palla e comunica con il bambino, presentandosi.
I’m Sonia…
Il bambino ascolta e osserva, riceve la palla, la prende e la rilancia:
I’m Leonardo…

Fare l’inglese… con l’inglese

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Come spesso accade con le cose belle per caso nella vita, non pensavo che insegnare sarebbe capitato a me. Ma è successo. E mi ha trovata preparata. La mia preparazione si è compiuta in Europa, però a insegnare mi ha insegnato l’America. Con la sua capacità di accogliere, poi di motivare all’azione, e infine di appianare gli ostacoli lungo il cammino.
Questo non vuole essere un inno a una nazione (o a un un sistema scolastico) che di certo ha una marea di difetti e infinite contraddizioni, ma il grato riconoscimento di essermi trovata al posto giusto nel momento più opportuno per la mia carriera di insegnante.
L’insegnamento con cui ho avuto a che fare nel sud degli Stati Uniti (da entrambi i lati opposti della cattedra) mi ha spesso mostrato un empirismo sincero ed efficace, un modo di insegnare ‘pane al pane e vino al vino’; evitando, come spesso succede in patria, di trincerarsi dietro linguaggi aulici, teorie fumose, sigle, norme di comportamento e atteggiamenti burocratici, tolti i quali dell’insegnamento talvolta resta poco e niente.
Per me l’America è stata un immenso banchetto, il cui enorme, variegatissimo menù avevo per anni consultato, letto e riletto infinite volte, ascoltato, annusato, immaginato, fino a sviluppare un appetito che è stato poi soddisfatto in ogni suo piccolo risvolto.
Di tempo non ne è passato poi molto, dal giorno in cui mi sono ritrovata alle prese con una classe di little chefs di una scuola materna di New Orleans. Eppure, didatticamente mi sento lontana anni luce dall’insegnante che ero. Anche perché io con l’insegnamento avevo chiuso da un pezzo.
Io volevo scrivere e volevo cucinare.
Miss Jakobsen, coordinatrice del progetto X, mia amica ed insegnante italo-americana, pressata dal bisogno piuttosto urgente di una gap filler, mi aveva contattata per due ore pomeridiane in due classi di bambini fra i cinque e i sette anni.  Requisito principale, che generava l’urgenza, era che i kids venivano depositati a scuola alle sette della mattina, e ritirati circa dodici ore dopo. Il mio ruolo, vera e propria challenge, tenerli buoni e interessati alle ultime due ore, facendo in modo che apprendessero qualcosa di utile per il loro curriculum futuro.
“Capisci, i genitori hanno pagato un extra per poter lasciare i figli in un luogo sicuro ma anche didatticamente proficuo, e soprattutto stimolante.”
A giocarsi la finale erano rimaste in gara Cooking e French classes. Io avrei potuto coprirle entrambe.
“Chi meglio di te che adora cucinare, innamorata come sei della cultura francese?”
Due insegnanti al prezzo di una.