Cuba blues.

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(4 settembre, 2013. H. 20:45. Porto di Chios)

Ne esce di roba, mentre l’equipaggio della Ertürk fa manovre per l’attracco, lancia cime e grida cose che non capisco se in turco o se in greco, ne esce di roba come la mastica dal lentisco, che i contadini dicono pianga mentre fanno la raccolta del prezioso liquido, escono grida, saluti dalla banchina, escono auto e motorette dalla nave spalancata, e da me, anche oggi, la paura di non ricevere la giusta accoglienza e di ritrovarsi a dormire all’addiaccio sotto le frasche di lentisco, col mastice che mi cola nei capelli. Saremo una quarantina di passeggeri, massimo cinquanta, quasi tutti sanno dove e da chi andare. Io, come da bimba quando mia madre arrivava per ultima dopo una recita, dopo una lezione, o non arrivava per niente.
E mi toccava avviarmi da sola.
Piccola (I)sola alla deriva.

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Cuba da sognare sola in mezzo al mare
Come una sirena stanca di aspettare
Forse abbandonata al suo destino

Cuba da cartolina sempre in vetrina
Allegra signorina oppure prigioniera
Cuba qual è quella falsa? Qual è quella vera?

Cuba qual è quella falsa? Qual è quella vera?

Cuba immaginata, Cuba rispettata
Cuba disperata dietro la facciata
Ti offre il suo amore. Prendere o lasciare…
Prendere o lasciare…

Guantanamera, Guantanamera
Guajira Guantanamera
Guajira Guantanamera
Guajira di Guantanamo
Guajira Guantanamera

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Quando cerchi una persona che non conosci alla fine la riconosci se anche lui cerca te che non conosce. La faccia del mio dascalo è tonda, impaziente, vagamente sorridente, direi allegra.
Lo chiamo, ci azzecco, sorrido, espiro, e mi dichiaro “discharged”, rilasciata, liberata, espulsa , scaricata.
Accolta.

A fugir !

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A fugir è un’espressione portoghese di commento a una cosa, spettacolo, evento di pessima qualità. L’ho scoperto anni fa a Lisbona tentando di leggere cosa davano al cinema. L’ho trovato tanto estremo quanto sincero e appropriato. Quando la realtà è di pessima qualità: meglio fuggire: su un’isola, dentro un libro, un quadro, un film…

Il ricco editore Fausto Di Salvio, fortemente stressato dal proprio lavoro e stanco della monotonia di Roma, parte per l’Angola, esotica ex colonia portoghese, alla ricerca del cognato di cui da più di tre anni non si hanno notizie. Di Salvio trascina nell’impresa anche un suo dipendente, un ragioniere marchigiano poco entusiasta, e seguendo le tracce del cognato i due incontreranno personaggi eccentrici, truffatori, mercenari e straccioni, fino a raggiungere, dopo disastrose avventure, la tribù dove Titino, che ha preferito una vita di espedienti alla più comoda ma banale vita in Italia, è diventato lo stregone del villaggio. Più per il rischio di essere raggiunto da “Leopardo” e dalla sua banda armata, una delle sue numerose vittime di truffe, che per le insistenze del cognato, Titino decide di ripartire con quest’ultimo verso l’Italia. Una volta salito sulla nave però vede la sua tribù al completo che dalla riva lo chiama a gran voce pregandolo di restare…

 

Secondo me a Joyce sarebbe piaciuto.

Anche gli alberi piangono

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Dear Karl;

My friend Vale, the travel agent, told me the check -in desks opens at 5,
I will therefore be all set, my flight being at 7:05, boarding is probably at 6:30,
a little camping will not hurt… 

Prima di un viaggio ho sempre un po’ paura di perdermi, di andare alla deriva con il corpo e con la mente, di rivivere quando il caro Alfredo mi mollò in mezzo a una strada buia perché parlavo troppo e lo assordavo. A-ban-don, al bando. Mia madre gli aveva tenuto il gioco, non devono essersi allontanati troppo, ma in quel momento, per dirla con Frascella, “mi è piovuta in testa la paura”.  Dopo quarant’anni, non solo continuo a parlare troppo, non riesco a digerire quell’esperienza. O a vomitarla una volta per tutte.

To let it out, to discharge it.

Ricordo a Palermo il mese scorso, la nostra trainer Caroline ci fece soffermare sulla multivalenza del verbo e sostantivo (To) discharge. When do you have a “discharge”? Ognuno dà la sua, poi Alyssa alza la mano e dice, Tipo quando si ha una secrezione nasale… E tutti ridono e si schifano un po’, perché gli anglosassoni si sa, il troppo espilcitamente corporeo è sconveniente, ma Caroline, più di palermitana che Mancunian ormai, dice okay, that’s right, it’s still stuff that comes out, è comunque roba che fuoriesce.

I miei students sono quindi pregati di prender nota:

                                        To discharge:

  1. a person or thing that is discharged;
  2. dismissal or release from an office, job, institution, etc;
  3. the document certifying such release;
  4. the fulfilment of an obligation or release from a responsibility or liability;
  5. the act of removing a load, as of cargo;
  6. a pouring forth of a fluid; emission;
  7. the act of firing a projectile;
  8. the volley, bullet, missile, etc, fired;
  9. a release, as of a person held under legal restraint;
  10. an annulment, as of a court order;
  11. the act or process of removing or losing charge or of equalizing a potential difference;
  12. a transient or continuous conduction of electricity through a gas by the formation and movement of electrons and ions in an applied electric field.

Prima di ogni elaborazione, il terreno intorno ad ogni pianta di mastice è pulito e spianato. I tronchi son ben puliti, grattati e asciugati. Poi il terreno è coperto con argilla bianca in modo che le lacrime rimangano pulite e asciughino in fretta quando cadono a terra, specialmente nelle aree dove c’è polvere rossa poiché l’argilla bianca è facilmente separabile dal mastice durante la pulizia.

Padre Ratti me ne ha prescritte 15 2 vv al dì.
30 lacrime al giorno levano il problema di torno.
Speriamo si levi dalle palle anche il dio Pan (anche gli alberi di lentisco non lo sopportano più!).

 

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30 agosto 2013

Mentre l’Intercity mi porta a Roma (con il dio Pan che entra ed esce dal finestrino, si arrotola e nasconde fra la tenda dell’Intercity, non mi molla un istante), penso a Karl, cui scrivo ormai da tempo in privato, perché non riesco più a fare molto di concreto per lui dopo una visita anni fa allo SMU di Florence, Arizona, che credo l’abbia reso piuttosto felice anche se ci siamo toccati le mani solo attraverso il vetro e parlati dentro un telefono. Poi a un certo punto mi scocciava non poter più esaudire le sue richieste, e salvo mandare qualche soldo ogni tanto e comperare i suoi libri ho continuato a scrivergli in privato, a volte anche senza usare la tastiera.

Ma ti penso spesso Karl, anche adesso che il tuo calvario è finito. Cosa che non posso dire del mio, non c’è verso di seminare il maledetto, hai voglia di ascoltare musica, ammirare la Maremma (maiala), le immagini seducenti di un panorama che sempre mi riprometto di andare a godermi da vicino, peccato non riesca mai a ricordare dove si trovi esattamente, e allora chissà se il tipo che legge un file di economia politica sull’I-Pad a fianco a me sa dirmi qualcosa, si è appena diretto nel corridoio, io lo seguo. E Pan dietro…

Ce l’hai fatta Karl Guillen, get busy dying or get busy living e tu hai scelto la seconda. Dopo 26 anni di sofferenze di ogni tipo :“DISCHARGED”.

 


Benedetto Azzurro

Al di là delle sbarre, un piccolo quadrato di  polveroso plexiglas.
Mi protendo per vedere la luna attraverso  l’opaca bolla,
Premendo il mio viso contro il cancello  d’acciaio,
Cercando di mettere a fuoco e cogliere col  mio sguardo il cerchio
Spettrale, ma esso rimane annebbiato  come se
I miei occhi fossero pieni di lacrime, eppure
Non vedo la luna da cinque anni o più.

Nella mia nuova cella al piano di sotto, ci  provo di nuovo
Ma quando mi sfrego i vecchi occhi
Li trovo umidi: confuso
Premo un dito contro le labbra
E sento il sapore salato del mio corpo, e così
Piango silenziosamente, provando a reprimere me stesso,
A nascondere il mio quieto scatto d’ira da coloro che
Come sanguisughe gioirebbero della mia sofferenza e del mio dolore

Ho perduto la mia occasione: si capisce
Dal cambio dei turni che è già l’alba.
E da qualche parte lassù, c’è il cielo ignoto
Che non vedo da dieci anni o più.

Karl Guillen

(Traduz. di Elisabetta Menini)

Il dio Pan

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Agosto 2013 – on the way to Izmir

La guida a “Dove dormire negli aeroporti” annovera quello di Roma Fiumicino fra i peggiori, dei quali è oltretutto il number one. L’importante è che non chiuda i battenti come il Galieo di Pisa. Ecco le circostanze in cui l’America mi manca. Alle partenze del McCarran di Las Vegas non solo si può comodamente dormire, si può farsi fare manicure, pedicure, diete su misura, colloqui di lavoro, mangiare e bere a sazietà, giocare alle slot machines, poker…Modulo 24/7.

Ma torniamo di qua dall’Oceano per dare il benvenuto al mio terzo compagno di viaggio: Il dio Pan. Io sono senza ombra di dubbio una delle sue fedeli predilette, una di quelle cui non lesina mai di fare una visitina nei momenti più delicati dell’esistenza. Confesso che io ne farei volentieri a meno.

Il dio del Panico è detto così perché si adirava spesso con chi lo disturbava emettendo urla terrificanti, provocando così una  incontrollata paura. Di lui si narra che fu visto fuggire per la paura da  lui stesso provocata. Ma il mito più famoso legato a questa caratteristica è la titanomachia durante la quale Pan salva gli Olimpi  emettendo un urlo e facendo fuggire Delfine, che a differenza del  gentil nome era un essere metà serpente e metà donna a cui  Tifone aveva dato l’incarico di sorvegliare i tendini recisi di  Zeus all’atto della ribellione dei Titani contro gli dei. Viveva nella Cilicia in una grotta, fino a quando Ermes con l’aiuto del dio Pan riuscirono ad aggirarlo per rubare i tendini divini. Ma vai da sola?” ha chiesto anche stavolta mia mamma. Sì, ma vedrai che qualche dio veglierà su di me, le ho risposto.. (Ripeto, io di certe compagnie farei volentieri a meno.).

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“Le crisi venivano, arrivavano dalla bassa natura delle cose, dallo sporco delle cose, dalla sozzura e dalla vergogna, dalla colpa, dalle magre illusioni tradite – arrivavano e mi schiantavano come da un’altezza siderale. Cascavo giù e – occhi aperti sul vuoto – mi preparavo a morire. E morivo. Una morte di un’ora, di un’ora e mezza. Poi tornavo inutilmente a vivere. La lunga morte passeggera che era il panico durava più o meno quanto un film. Una o due volte al giorno. Senza  preavviso, altrimenti che paura sarebbe? Giorno, notte, prime luci, ultimi  bagliori – era lo stesso. Non potevo prevedere il momento. Però sapevo che sarebbe arrivato.
[…] Cosa  facevo, come le contrastavo?
Me le sudavo a letto. Me le stringevo tra le mani con le coperte. Me le ingoiavo incandescenti giú per l’esofago e lo stomaco e la pancia. Me le tremavo. Me le  piangevo. Esplodevano simili a temporali estivi, poi si allontanavano – attorno a me l’odore della polvere.
Ridevo di  me. Piangevo per me.”

 (Christian Frascella, Il panico quotidiano)

 

Xioç

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Chi-os, una “n” in più e il gioco è anagrammaticamente fatto; il viaggio deciso – partenza da Roma Fiumicino ore 7:05 della mattina verso l’isola che mi spingerà a capire chi –so –no. Chi-os, chi è Sonia, chi sono io?
Mi piace quest’isola di cui non si parla poi tanto, abbiamo il verbo essere che ci unisce.

 

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Il dolore comincia quando scordiamo
la ferita. Il foro d’uscita del proiettile
non esiste. Quello d’entrata è
guarito e si è chiuso.

Il dolore è rinchiuso dentro.
Non puoi localizzarlo
in organi, tessuti e cellule.

Nulla lo testimonia.
Diffuso e inafferrabile,
assomiglia alla gioia. Il dolore,
amore mio, diviene, quando è
grande, gioia che travolge.
Solo chi ha molto amato,
può nuovamente amare.

da “Isola di Chios” (2002-2009)

Sotirios Pastakas

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I have decided to spend a night maybe two in Turkey, because Turkey is, and will always be, for me the closest thing to happiness and to paradise, when I close my eyes I can still see the family celebrating their boy’s circoncision-day on a hill over Istanbul, the shot I took of them, perfectly crystallized on the photo, forever stuck on my retina. So shiny and cheerful, so colorful and proud, and the loud hum of the Black Sea, its water into which I thought I had dumped my fears forever. I read today deeper than 200 mts there is no life because of the total lack of currents, so who knows, maybe this made a paradoxical reaction and the fears sailed back after me, and now they have found me again?

This time I will seek help from the Aegean Sea.

Eyes Wide Shut.

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Dear Karl;

I  confess this trip of mine was a little extra and considering my long stay in Palermo and the little work done this summer, I really shouldn’t have.

Eracle riconduce Alcesti sulla terra.

And yet. Although I am scared at the thought of such a journey on my own, part of which totally unplanned, something – or somebody – pushes me there. There where? I guess I am not really going anywhere but inside myself once again to clean up a bit, to open my eyes on the ruins inside. Before a journey I am always afraid of going astray: mind and body. Like the time I was left in the street by my father. My poor friend Martha died af abandon, I am very sure of that. It wasn’t cancer that killed her, it was the deep sense of feeling a-ban-donned = given to whoever, and then nobody never really wanted her back, so she died little after little, her philosophy was not enough for her.

Busy dying or busy living, you have chosen the second. And your example taught me so. As for me, I have now realized that that scar of mine will never heal completely I guess, perhaps because I keep on picking on the crust, as my usual. Like all the numberless other times I put myself in that condition vis-à-vis those I loved.

So I think it is time to face the beast once for all, and to see if she can kill or if she will simply vanish once I look her in the eyes. And after cleaning up the ruins, to start setting for my home, possibly a brick house not a hut, as resistant as possible to earthquake.

 

In viaggio, in cerca di un mastice

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Agosto, 2013

Chi cerca un tesoro, chi l’arca perduta, chi un mastice: una colla capace di lenire, ri-unire, incollare. Stavolta parto per rimettere insieme qualche pezzo saltato, rinsaldare le crepe (i recenti sismi ne hanno provocate non poche) e quel mastice farà al caso mio. Me l’ha prescritto padre Emilio Ratti, e lui se ne intende di lenimento. In effetti non serviva spingersi fin nell’Egeo nord-orientale, è bastato ordinarlo alla farmacia di Corso Torino a Genova, ma ci devo andare al fondo delle cose, dritto alla fonte, non mi fido degli intermediari. La pappa pronta non mi piace. La bellezza delle cose sta nella loro conquista.

Non so se scrivere questo diario in inglese o in italiano, le due versioni complete troppo time consuming, facciamo half and half. Come la panna da cucina americana. Già che ci siamo aggiungiamo anche due olive . . .  greche, of course. 
Un viaggio che inizia con un frate e un comico non mi sembra male.

p.s. Oggi Alfredo avrebbe compiuto 76 anni.
Happy B-Day, dad.