Cuba blues.

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(4 settembre, 2013. H. 20:45. Porto di Chios)

Ne esce di roba, mentre l’equipaggio della Ertürk fa manovre per l’attracco, lancia cime e grida cose che non capisco se in turco o se in greco, ne esce di roba come la mastica dal lentisco, che i contadini dicono pianga mentre fanno la raccolta del prezioso liquido, escono grida, saluti dalla banchina, escono auto e motorette dalla nave spalancata, e da me, anche oggi, la paura di non ricevere la giusta accoglienza e di ritrovarsi a dormire all’addiaccio sotto le frasche di lentisco, col mastice che mi cola nei capelli. Saremo una quarantina di passeggeri, massimo cinquanta, quasi tutti sanno dove e da chi andare. Io, come da bimba quando mia madre arrivava per ultima dopo una recita, dopo una lezione, o non arrivava per niente.
E mi toccava avviarmi da sola.
Piccola (I)sola alla deriva.

 ♠   ♠   ♠

Cuba da sognare sola in mezzo al mare
Come una sirena stanca di aspettare
Forse abbandonata al suo destino

Cuba da cartolina sempre in vetrina
Allegra signorina oppure prigioniera
Cuba qual è quella falsa? Qual è quella vera?

Cuba qual è quella falsa? Qual è quella vera?

Cuba immaginata, Cuba rispettata
Cuba disperata dietro la facciata
Ti offre il suo amore. Prendere o lasciare…
Prendere o lasciare…

Guantanamera, Guantanamera
Guajira Guantanamera
Guajira Guantanamera
Guajira di Guantanamo
Guajira Guantanamera

 ♠   ♠   ♠

 

Quando cerchi una persona che non conosci alla fine la riconosci se anche lui cerca te che non conosce. La faccia del mio dascalo è tonda, impaziente, vagamente sorridente, direi allegra.
Lo chiamo, ci azzecco, sorrido, espiro, e mi dichiaro “discharged”, rilasciata, liberata, espulsa , scaricata.
Accolta.

A fugir !

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Afugir è un’espressione portoghese di commento a una cosa, spettacolo, evento di pessima qualità. L’ho scoperto anni fa a Lisbona tentando di leggere cosa davano al cinema. L’ho trovato tanto estremo quanto sincero e appropriato. Quando la realtà è di pessima qualità: meglio fuggire: su un’isola, dentro un libro, un quadro, un film…

Il ricco editore Fausto Di Salvio, fortemente stressato dal proprio lavoro e stanco della monotonia di Roma, parte per l’Angola, esotica ex colonia portoghese, alla ricerca del cognato di cui da più di tre anni non si hanno notizie. Di Salvio trascina nell’impresa anche un suo dipendente, un ragioniere marchigiano poco entusiasta, e seguendo le tracce del cognato i due incontreranno personaggi eccentrici, truffatori, mercenari e straccioni, fino a raggiungere, dopo disastrose avventure, la tribù dove Titino, che ha preferito una vita di espedienti alla più comoda ma banale vita in Italia, è diventato lo stregone del villaggio. Più per il rischio di essere raggiunto da “Leopardo” e dalla sua banda armata, una delle sue numerose vittime di truffe, che per le insistenze del cognato, Titino decide di ripartire con quest’ultimo verso l’Italia. Una volta salito sulla nave però vede la sua tribù al completo che dalla riva lo chiama a gran voce pregandolo di restare…

 

Secondo me a Joyce sarebbe piaciuto.

Isolitudini

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Settembre 2013 

Solo ♥ traveller

Viaggiare da soli presenta un vantaggio: le attenzioni di cui sei oggetto non sono le stesse che riceve chi viaggia in coppia o in gruppo, che spesso non vede o vede a metà, non rispetta, trascura, si distrae a commentare, a criticare magari per riempire la noia di un  momento o il fastidio della fatica.

Entrati a Cesme, il conducente dell’ Havas continua a ripetermi le sole tre cose in inglese che sa: You sit down. Poi ride alza e abbassa la mano a dire, rilassatevi che non è ancora tempo di scendere: ce l’ha con me e una coppia di spagnoli musoni un po’ agé che continuano a fare false partenze, cioè discese. E io dietro. Tanta è la voglia di arrivare. You sit down. Me ne frego se i due non lanciano inviti camerateschi fra viaggiatori e continuo a guardare Chios in lontananza, ho quasi paura di un incantesimo che me la porti via, o forse non sono mai partita e quella è ancora terraferma, così la indico nel retrovisore al conducente (Chios, right?) che ripete: You sit down.

All’uscita dall’Otogar il solito conducente mi spiega a gesti che il porto è laggiù, non posso sbagliare, sempre diritto, sempre diritto e arrivo al porto… (per Chios, right?)

Chios, Chios…

La prima immagine che ci colpisce la retina è spesso quella che resta indelebile per sempre: di una persona, di un luogo, di una situazione, l’acqua che scava il solco nella cera a caldo,  il groove dentro il quale ci ritroveremo volenti o nolenti a ripassare. Come dire che se anche tornerò a Cesme in limo, su uno yacht o col paracadute, la sua magia per me resterà sempre compressa e custodita nei 750 metri* che mi dividevano dalla banchina del porto da dove altre 3, 5 miglia nautiche mi separavano da Chios e dal suo magico antidoto.

*In realtà erano più di mille, ma l’ultimo tratto l’ho fatto a bordo di un pulmino scortata da una squadra di ufficiali della Cesme Coast Guard.

Il secondo groove se lo aggiudicano le calde folate odorose di mare nafta e carne arrostita (in realtà è il ricalco di un solco mnestico di parecchi anni fa, gli stracchi ma trionfanti arrivi a Villa San Giovanni, mio padre che scende dalla Prinz e dà calcetti affettuosi alle ruote dell’auto, come a ringraziarla di averci portato ancora una volta a destinazione) e un corteo nuziale che vi descrivo perché non avrei fatto a tempo a scattare: metri e metri di tulle rosso che sventola contro il cielo turchino, la macchina degli sposi in testa, a seguire un camioncino scassatissimo con a bordo una piccola banda di musicanti che più che suonare fanno un festoso fracasso. Mi fermo a riprendere fiato anche se la strada è in discesa, passo il trolley nell’altra mano, penso al mio matrimonio sul ponte delle Magnolie al Bayou St. John di New Orleans. Provo a sostituire un groove con un altro, ma non ci riesco, ci vorrebbe una bacchetta magica, un deus ex-machina… o un pulmino di gentlemen turchi in divisa. Un grazie di cuore alla Guardia costiera turca – teşekkür ederim! Senza di loro il mio arrivo a Chios avrebbe perso un po’ di magia.

 

♥   ♥   ♥

 

“Aveva acconsentito ad andar via, a lasciare la sua casa. Era stata una cosa saggia? Aveva cercato di soppesare tutti i lati della questione. A casa sua ad ogni modo aveva un tetto e cibo; aveva intorno tutto ciò che conosceva da tutta la vita. Naturalmente doveva lavorare duro, sia a casa che al lavoro. Cosa avrebbero detto di lei al negozio quando avrebbero scoperto che era scappata via con un ragazzo? Avrebbero detto che era una cretina, forse.”

Ai tempi di Joyce lasciare l’isola, to leave Ireland, a safe home e andare a Ovest, verso il luogo di non rinascita era peccato grave, sfida con l’Altissimo, sfida alla patria, una sfida al mondo.
Per questo Eveline non ce la fa, e dalla sua incapacità nasce una delle più intense pagine che il Novecento avrebbe dato alla letteratura e il suo autore alla scienza.

(Nave cargo, porto di Cesme, Turchia).

“(…) Si sentiva le guance pallide e fredde e in mezzo alla confusione mentale, pregò Dio di direzionarla, di mostrarle quale era il suo dovere. La nave soffiò un lungo triste fischio nella nebbia. Se fosse andata l’indomani sarebbe stata in mare con Frank, diretta a Buenos Aires. Il loro posto era stato prenotato. Si poteva tirare indietro dopo tutto quello che lui aveva fatto per lei? La confusione mentale le fece venire la nausea nel corpo ed ella continuava a muovere le labbra in silenziosa, fervente preghiera.
Una campana suonò sul suo cuore. Sentì che lui le afferrava la mano:
“Vieni”.
Tutti i mari del mondo inondarono il cuore. Lui la stava spingendo verso di loro: l’avrebbe annegata. Si aggrappò con entrambe le mani alla ringhiera.
“Vieni”.
No! No! No! Era impossibile. Le sue mani si aggrapparono freneticamente al ferro. In mezzo ai mari mandò un grido di angoscia.
“Eveline! Evvy!”
Lui si spinse oltre la barriera e le gridò di seguirlo. Gli fu urlato di andare avanti ma lui la chiamava ancora. Ella pose il suo viso pallido su di lui, passivo, come un animale inerme. I suoi occhi non gli davano segno di amore o di addio o di riconoscimento.

(J. Joyce, The Dubliners, Traduzione di Corinzia Monforte.).

Ma io non lascio un’isola, io ci vado.
E’ un sogno ricorrente, un’ossessione quasi, da anni: io che sto per arrivare, l’isola brilla in lontananza, il mare che ci separa non è troppo, solo una lingua, ma poi un contrattempo, un rumore, mi sveglio e l’isola sfuma. Stavolta invece c’è è là e mi aspetta. la bella isola che mi aiuterà a rincollare i pezzi, a fissare le crepe. E’ laggiù color turchino in lontananza placida e tranquilla: vieni e raggiungimi, questa volta non ti svegli.

 §  §  §

In tempi come questi
la fuga è l’unico mezzo per sentirsi vivi
e continuare a sognare.”

 (Henri Laborit)

Il mio vicino turco sul pulmann per Cesme, quello che nònsa, per capirci, sta leggendo i Dubliners di Joyce, ma non riesco a sbirciare a quale racconto è arrivato. Il controllore passa a fare biglietti e a distribuire piccole confezioni di acqua fresca, dio lo benedica, nello zaino ho una bottiglietta mezzo ciucciata, la mia ciambelletta turca e 25 grammi di noci sgusciate (l’ultima lira turca spesa al mercato dietro l’Otogar di Izmir Est, sotto gli occhi increduli del nociaio, Anvedi ‘sta europea morta di fame, avrà pensato. Io ho pensato che me le poteva anche regalare, il tirchio).

A Cesme dice che gli euro li accettano.

 

Qui sopra c’è il gentleman con cui ho condiviso la mensa ieri sera perché non c’erano altri tavoli e gli sarebbe toccato sedersi in mezzo alla strada. Lui col suo Raki, io con il mio Aegea rosso, vendemmia 2008: per averlo il solito cinema, ma è stato divertente, chi correva di qua e chi di là, nel giro di poco sono arrivate 3 bottiglie di un Cabernet francese, un altra roba non bene identificata e questo Corvus Aegea Kuntra, il nome mi sembrava propizio alla traversata di oggi).

My new friend parla solo turco e tedesco, dunque non capisce un cazzo lui, non capisco un cazzo io: ci guardiamo, brindiamo, mangiamo: una meraviglia!

§ § § 

 “La gente ha paura di dire quello che pensa. Perché se  ne vergogna. specie se le capita di farsi domande un  po’ bislacche, ma belle. Tipo perché certe cose vanno  in un modo anziché in un altro. E vorrebbe inalberarsi un attimo, ma non lo fa. Vive molto più tranquilla se si associa al pensiero comune, che poi è l’interpretazione ufficiale della realtà, il bugiardino delle relazioni umane. Invece chi ha pensieri sghembi e si permette addirittura di esprimerli, si complica la vita. Rischia di non piacere. Di essere frainteso, o rifiutato. Di offendere addirittura. E’ per questo che le persone nascondono quel che pensano, e in questo modo finiscono per fare quello che non vogliono (e poi non si piacciono).” H. Laborit, ipse dixit.

E’ per questo che a volte c’è bisogno di viaggiare. Di fuggire.

Il mio vicino mette via Joyce, io De Silva, dividiamo le noci, poi mi chiede perché vado in cerca del mastice, rispondo che nònso.

Si viaggia per raccontare

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Izmir, settembre 2013

Per la prima volta dopo mesi mi sveglio (ormai prevedibilmente) all’alba, ma non sono agitata, non mi batte il cuore all’impazzata, non mi canta lo stomaco, cantano dal minareto sulla collinetta vicina. Esatto, quella sopra è la vista dalla mia finestra; sotto c’è la mia stanza, con colazione Continental (da quale sponda del Bosforo non mi è chiaro) ma non ci lamentiamo, l’AC non manca: il tutto per 20 € a notte.

Sto un po’ in ascolto poi mi riaddormento. Con buona pace di Allah e alla faccia di Pan.

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Nel film The Way Back un gruppo di prigionieri riesce a scappare da un gulag in Siberia e a guadagnare la libertà percorrendo più di sei mila chilometri a piedi attraverso Russia, Mongolia, deserto dei Gobi, poi Cina, Tibet, Himalaya per arrivare fino in India. Niente a confronto con l’apostolo Paolo che per diffondere la parola di Cristo ne ha percorsi quasi ventimila! Il suo viaggio è stato spettacolare, attraversando Arabia, Turchia e Grecia. Si viaggia per scappare, si viaggia per trovare e ritrovare, si viaggia per scoprire e imparare. E si viaggia per raccontare.

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Un giorno, mentre la rana Kup Manduk era nel suo piccolo pozzo dove era vissuta tutta la vita, salta una rana che dice di venire dall’oceano. “L’oceano? E cos’è?” chiede Kup Manduk, la rana del pozzo.
“Un posto grande, grandissimo”, dice la nuova arrivata.
“Grande come?”
“Molto, molto grande.”
Kup Manduk traccia con la zampa un piccolo cerchio sulla superficie dell’acqua:
“grande così?”
“No. Molto più grande.”
Kup Manduk traccia un cerchio più largo.
“Grande così?”
“No. Più grande.”
Kup Manduk allora fa un cerchio grande quanto tutto il pozzo che è il mondo da lei conosciuto.
“Così?”
“No. Molto, molto più grande”, dice la rana venuta dall’oceano.
“Bugiarda!” urla Kup Manduk, la rana del pozzo, all’altra. E non le parla più.

(Tratto dal libro di Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra, Longanesi).

 

 

Un’accoglienza in piena regola

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Settembre 2013, on the way to Chios, Greece

L’impressione è che la gente si goda il proprio tempo senza fretta, malgrado l’odierna Smirne sia una città di tre milioni di persone: molto busy buzzy, lerciotta qua e là, accaldata, sudata e unta quanto basta, ma profumata di mare, gelsomini, agnello arrostito e spezie. Insomma, molto Palermo style per capirci.

My type of town.

Un vero motivo di questa divagazione turca a dire il vero non c’è, non ero mai stata a Izmir, atterrarci soltanto mi sembrava uno spreco. Che oltretutto è a un tiro di schioppo da Efeso. Se prima non arrivano i missili di Obama…
E insomma che per farvela breve all’atterraggio siamo io, Cruise, il Dio Pan e Bashar Al Assad con le sue belle bombolette spray… “L’Inghilterra per bocca di David Cameron ha già fatto sapere di avere un piano militare definito e che giovedì si potrebbe attaccare. L’Italia non si sa che pensa (quando mai!) e tanto aspetterà gli eventi. La Russia fa valere i veti a favore di Assad e Israele non ha dubbi: a qualunque provocazione rispondere col fuoco.”

The clock tower is the official symbol of Izmir. It is located Konak Square. It was built in 1901 to commemorate the 25th anniversary of Abdul Hamid II’s accession to the throne.       

Evviva…

Non credo di aver mai visto un carro armato dal vivo in vita mia, e non è un bell’effetto, un po’ mi dispiace perché in Turchia, non so perché, mi sono sempre sentita come a casa … La foto qui sotto comunque non è mia, i miei begli scatti si sono persi durante uno dei vari traslochi da un dominio (o webmaster) all’altro/a, e mi è toccato recuperarne un po’ dal web sennò senza foto, chi ti legge? Questa non è manco turca, l’ho presa da un quotidiano cipriota in onore del 59esimo anniversario della dichiarazione di indipendenza di Cipro dalla Gran Bretagna. Sapevate? Io no.

“Casa” in greco si dice σπίτι (spíti), ma seppure i Greci in fatto di ospitalità erano (e sono tuttora) imbattibili, la parola è oriunda delle nostre parti (mi chiedo che fine abbia fatto tutto il resto) …

Ospite

dal latino: [hospes] forse da [hostis] straniero, forestiero, pellegrino, le cui altre derivazioni acquisteranno un’accezione negativa, come con [ostile]. 

In tutte le lingue romanze continua ad esistere questa curiosa ambivalenza, per cui “ospite” significa entrambe le facce della medaglia – anche se nella lingua italiana attuale pare si privilegi l’indicazione di chi riceve ospitalità, piuttosto che di chi la offre.

Ma da questa confusione si può trarre un suggerimento nettissimo, ossia un invito ad osservare questo fenomeno inclusivo, questa relazione solidale, questo rito antico nella sua unità, specie alla luce della sua pure ambigua origine.

 

L’ospite è lo straniero che sì, può anche essere il nemico, ma a cui per sacro e tacito accordo si tributa accoglienza: così l’ostilità si annichilisce nell’ospitalità, scambio reciproco, atavico e supremo valore di civiltà – inviolabile: poiché, come ripetevano i Greci e i Latini, l’ospite che bussa alla nostra porta potrebbe essere Zeus o Giove camuffato.

Μαθαίνουμε Ελληνικά.

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30 Agosto, 2013


Aeroporto Roma – Fiumicino, PARTENZE.
L’una di notte e mi levo le scarpe sicché il barbone con cui mi contendevo l’ultimo pezzo di panchina (di metallo) finalmente si schioda e se ne va. Eureka! Troppo male non si sta, il dio Pan da Civitavecchia non è più pervenuto (bloccato nell’unico cesso funzionante dell’Intercity), ed è qui che la fantasia si rivela utile: utile per fare finta di essere in una suite del Best Western con il proprio moroso nel centro di Roma piuttosto che fra passeggeri caciaroni in attesa e nevrotici senzatetto, su due sedie metalliche alle partenze dell’aeroporto Roma-Fiumicino, ora anche la terza è mia e mi posso allungare. Opa! Il sottomotivo di questo viaggio è che vado a fare un corso di greco. Moderno. Sull’isola di Xioç. Il signor Van der Dyer, di cui mi fido molto, sostiene con convinzione che

il cibo migliore, la medicina più azzeccata, il vero balsamo di ogni mente stressata nonché elisir di lunga vita è l’apprendimento. Di qualunque cosa si tratti: più difficile è, migliore la cura.

E dunque: mastice per il corpo e per la psiche, greco per la mente.La lingua greca ha la storia più antica fra le lingue europee.  La prima scrittura greca scoperta risale al secondo millennio A.C. ed alcune opere letterarie hanno più di 2500 anni. Lavori che non saranno mai superati sono stati espressi in questa lingua. Tutte le arti e le scienze sono nate e si sono sviluppate attraverso il suo uso. Testi di matematica, fisica, astronomia, legge, medicina, storia, politica, etica, gastronomia sono stati scritti in questa lingua migliaia di anni fa. Tutte le letterature antiche, le tragedie e commedie, la letteratura epica di Omero, il Nuovo Testamento, la letteratura bizantina e greca moderna. La prima enciclopedia è stata scritta in greco. L’aspetto più importante è però l’evoluzione che i greci hanno impresso alla lingua scritta; nel 1000 AD furono i primi a inventare un numero di segni-lettere rappresentanti ognuna un suono singolo (a contrario della scrittura fenicia). Questo rapporto un segno un suono ha influenzato il corso della storia creando quello che poi è diventato il nostro alfabeto. Tutti gli alfabeti europei sono una variante dell’alfabeto greco. Tutti I libri del Nuovo Testamento ed I Vangeli furono scritti in Greco. L’apostolo Paolo scrisse le sue Lettere in Greco. La prima enciclopedia fu scritta in greco. La storia della lessicografia risale all’antico greco di oltre 2000 anni fa. Nel V secolo AC Protagora fu il primo a comporre un glossario di parole nuove usate da Omero. I primi testi filosofici sull’origine del linguaggio furono scritti in Greco da Platone (427-347 AC). La prima grammatica fu la grammatica greca, scritta nel 100 AC da Dionisio Thrax. Omero scrisse l’Iliade in Greco. Aristotele scrisse tutte le sue opere filosofiche in greco.

La lingua greca non è solo strumento comunicativo, è strumento di pensiero, il tramite fra noi e il mondo, non solo quello visibile ma quello sepolto in ognuno di noi, un tesoro che tutti noi esseri parlanti conserviamo, ma che non tutti sono in grado di riportare alla luce.

Anche gli alberi piangono

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Dear Karl;

My friend Vale, the travel agent, told me the check -in desks opens at 5,
I will therefore be all set, my flight being at 7:05, boarding is probably at 6:30,
a little camping will not hurt… 

Prima di un viaggio ho sempre un po’ paura di perdermi, di andare alla deriva con il corpo e con la mente, di rivivere quando il caro Alfredo mi mollò in mezzo a una strada buia perché parlavo troppo e lo assordavo. A-ban-don, al bando. Mia madre gli aveva tenuto il gioco, non devono essersi allontanati troppo, ma in quel momento, per dirla con Frascella, “mi è piovuta in testa la paura”.  Dopo quarant’anni, non solo continuo a parlare troppo, non riesco a digerire quell’esperienza. O a vomitarla una volta per tutte.

To let it out, to discharge it.

Ricordo a Palermo il mese scorso, la nostra trainer Caroline ci fece soffermare sulla multivalenza del verbo e sostantivo (To) discharge. When do you have a “discharge”? Ognuno dà la sua, poi Alyssa alza la mano e dice, Tipo quando si ha una secrezione nasale… E tutti ridono e si schifano un po’, perché gli anglosassoni si sa, il troppo espilcitamente corporeo è sconveniente, ma Caroline, più di palermitana che Mancunian ormai, dice okay, that’s right, it’s still stuff that comes out, è comunque roba che fuoriesce.

I miei students sono quindi pregati di prender nota:

                                        To discharge:

  1. a person or thing that is discharged;
  2. dismissal or release from an office, job, institution, etc;
  3. the document certifying such release;
  4. the fulfilment of an obligation or release from a responsibility or liability;
  5. the act of removing a load, as of cargo;
  6. a pouring forth of a fluid; emission;
  7. the act of firing a projectile;
  8. the volley, bullet, missile, etc, fired;
  9. a release, as of a person held under legal restraint;
  10. an annulment, as of a court order;
  11. the act or process of removing or losing charge or of equalizing a potential difference;
  12. a transient or continuous conduction of electricity through a gas by the formation and movement of electrons and ions in an applied electric field.

Prima di ogni elaborazione, il terreno intorno ad ogni pianta di mastice è pulito e spianato. I tronchi son ben puliti, grattati e asciugati. Poi il terreno è coperto con argilla bianca in modo che le lacrime rimangano pulite e asciughino in fretta quando cadono a terra, specialmente nelle aree dove c’è polvere rossa poiché l’argilla bianca è facilmente separabile dal mastice durante la pulizia.

Padre Ratti me ne ha prescritte 15 2 vv al dì.
30 lacrime al giorno levano il problema di torno.
Speriamo si levi dalle palle anche il dio Pan (anche gli alberi di lentisco non lo sopportano più!).

 

§ § § § § §

30 agosto 2013

Mentre l’Intercity mi porta a Roma (con il dio Pan che entra ed esce dal finestrino, si arrotola e nasconde fra la tenda dell’Intercity, non mi molla un istante), penso a Karl, cui scrivo ormai da tempo in privato, perché non riesco più a fare molto di concreto per lui dopo una visita anni fa allo SMU di Florence, Arizona, che credo l’abbia reso piuttosto felice anche se ci siamo toccati le mani solo attraverso il vetro e parlati dentro un telefono. Poi a un certo punto mi scocciava non poter più esaudire le sue richieste, e salvo mandare qualche soldo ogni tanto e comperare i suoi libri ho continuato a scrivergli in privato, a volte anche senza usare la tastiera.

Ma ti penso spesso Karl, anche adesso che il tuo calvario è finito. Cosa che non posso dire del mio, non c’è verso di seminare il maledetto, hai voglia di ascoltare musica, ammirare la Maremma (maiala), le immagini seducenti di un panorama che sempre mi riprometto di andare a godermi da vicino, peccato non riesca mai a ricordare dove si trovi esattamente, e allora chissà se il tipo che legge un file di economia politica sull’I-Pad a fianco a me sa dirmi qualcosa, si è appena diretto nel corridoio, io lo seguo. E Pan dietro…

Ce l’hai fatta Karl Guillen, get busy dying or get busy living e tu hai scelto la seconda. Dopo 26 anni di sofferenze di ogni tipo :“DISCHARGED”.

 


Benedetto Azzurro

Al di là delle sbarre, un piccolo quadrato di  polveroso plexiglas.
Mi protendo per vedere la luna attraverso  l’opaca bolla,
Premendo il mio viso contro il cancello  d’acciaio,
Cercando di mettere a fuoco e cogliere col  mio sguardo il cerchio
Spettrale, ma esso rimane annebbiato  come se
I miei occhi fossero pieni di lacrime, eppure
Non vedo la luna da cinque anni o più.

Nella mia nuova cella al piano di sotto, ci  provo di nuovo
Ma quando mi sfrego i vecchi occhi
Li trovo umidi: confuso
Premo un dito contro le labbra
E sento il sapore salato del mio corpo, e così
Piango silenziosamente, provando a reprimere me stesso,
A nascondere il mio quieto scatto d’ira da coloro che
Come sanguisughe gioirebbero della mia sofferenza e del mio dolore

Ho perduto la mia occasione: si capisce
Dal cambio dei turni che è già l’alba.
E da qualche parte lassù, c’è il cielo ignoto
Che non vedo da dieci anni o più.

Karl Guillen

(Traduz. di Elisabetta Menini)

Il dio Pan

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Agosto 2013 – on the way to Izmir

La guida a “Dove dormire negli aeroporti” annovera quello di Roma Fiumicino fra i peggiori, dei quali è oltretutto il number one. L’importante è che non chiuda i battenti come il Galieo di Pisa. Ecco le circostanze in cui l’America mi manca. Alle partenze del McCarran di Las Vegas non solo si può comodamente dormire, si può farsi fare manicure, pedicure, diete su misura, colloqui di lavoro, mangiare e bere a sazietà, giocare alle slot machines, poker…Modulo 24/7.

Ma torniamo di qua dall’Oceano per dare il benvenuto al mio terzo compagno di viaggio: Il dio Pan. Io sono senza ombra di dubbio una delle sue fedeli predilette, una di quelle cui non lesina mai di fare una visitina nei momenti più delicati dell’esistenza. Confesso che io ne farei volentieri a meno.

Il dio del Panico è detto così perché si adirava spesso con chi lo disturbava emettendo urla terrificanti, provocando così una  incontrollata paura. Di lui si narra che fu visto fuggire per la paura da  lui stesso provocata. Ma il mito più famoso legato a questa caratteristica è la titanomachia durante la quale Pan salva gli Olimpi  emettendo un urlo e facendo fuggire Delfine, che a differenza del  gentil nome era un essere metà serpente e metà donna a cui  Tifone aveva dato l’incarico di sorvegliare i tendini recisi di  Zeus all’atto della ribellione dei Titani contro gli dei. Viveva nella Cilicia in una grotta, fino a quando Ermes con l’aiuto del dio Pan riuscirono ad aggirarlo per rubare i tendini divini. Ma vai da sola?” ha chiesto anche stavolta mia mamma. Sì, ma vedrai che qualche dio veglierà su di me, le ho risposto.. (Ripeto, io di certe compagnie farei volentieri a meno.).

 * * * * *

“Le crisi venivano, arrivavano dalla bassa natura delle cose, dallo sporco delle cose, dalla sozzura e dalla vergogna, dalla colpa, dalle magre illusioni tradite – arrivavano e mi schiantavano come da un’altezza siderale. Cascavo giù e – occhi aperti sul vuoto – mi preparavo a morire. E morivo. Una morte di un’ora, di un’ora e mezza. Poi tornavo inutilmente a vivere. La lunga morte passeggera che era il panico durava più o meno quanto un film. Una o due volte al giorno. Senza  preavviso, altrimenti che paura sarebbe? Giorno, notte, prime luci, ultimi  bagliori – era lo stesso. Non potevo prevedere il momento. Però sapevo che sarebbe arrivato.
[…] Cosa  facevo, come le contrastavo?
Me le sudavo a letto. Me le stringevo tra le mani con le coperte. Me le ingoiavo incandescenti giú per l’esofago e lo stomaco e la pancia. Me le tremavo. Me le  piangevo. Esplodevano simili a temporali estivi, poi si allontanavano – attorno a me l’odore della polvere.
Ridevo di  me. Piangevo per me.”

 (Christian Frascella, Il panico quotidiano)

 

Xioç

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Chi-os, una “n” in più e il gioco è anagrammaticamente fatto; il viaggio deciso – partenza da Roma Fiumicino ore 7:05 della mattina verso l’isola che mi spingerà a capire chi –so –no. Chi-os, chi è Sonia, chi sono io?
Mi piace quest’isola di cui non si parla poi tanto, abbiamo il verbo essere che ci unisce.

 

 *****************

Il dolore comincia quando scordiamo
la ferita. Il foro d’uscita del proiettile
non esiste. Quello d’entrata è
guarito e si è chiuso.

Il dolore è rinchiuso dentro.
Non puoi localizzarlo
in organi, tessuti e cellule.

Nulla lo testimonia.
Diffuso e inafferrabile,
assomiglia alla gioia. Il dolore,
amore mio, diviene, quando è
grande, gioia che travolge.
Solo chi ha molto amato,
può nuovamente amare.

da “Isola di Chios” (2002-2009)

Sotirios Pastakas

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I have decided to spend a night maybe two in Turkey, because Turkey is, and will always be, for me the closest thing to happiness and to paradise, when I close my eyes I can still see the family celebrating their boy’s circoncision-day on a hill over Istanbul, the shot I took of them, perfectly crystallized on the photo, forever stuck on my retina. So shiny and cheerful, so colorful and proud, and the loud hum of the Black Sea, its water into which I thought I had dumped my fears forever. I read today deeper than 200 mts there is no life because of the total lack of currents, so who knows, maybe this made a paradoxical reaction and the fears sailed back after me, and now they have found me again?

This time I will seek help from the Aegean Sea.

Eyes Wide Shut.

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Dear Karl;

I  confess this trip of mine was a little extra and considering my long stay in Palermo and the little work done this summer, I really shouldn’t have.

Eracle riconduce Alcesti sulla terra.

And yet. Although I am scared at the thought of such a journey on my own, part of which totally unplanned, something – or somebody – pushes me there. There where? I guess I am not really going anywhere but inside myself once again to clean up a bit, to open my eyes on the ruins inside. Before a journey I am always afraid of going astray: mind and body. Like the time I was left in the street by my father. My poor friend Martha died af abandon, I am very sure of that. It wasn’t cancer that killed her, it was the deep sense of feeling a-ban-donned = given to whoever, and then nobody never really wanted her back, so she died little after little, her philosophy was not enough for her.

Busy dying or busy living, you have chosen the second. And your example taught me so. As for me, I have now realized that that scar of mine will never heal completely I guess, perhaps because I keep on picking on the crust, as my usual. Like all the numberless other times I put myself in that condition vis-à-vis those I loved.

So I think it is time to face the beast once for all, and to see if she can kill or if she will simply vanish once I look her in the eyes. And after cleaning up the ruins, to start setting for my home, possibly a brick house not a hut, as resistant as possible to earthquake.

 

In viaggio, in cerca di un mastice

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Agosto, 2013

Chi cerca un tesoro, chi l’arca perduta, chi un mastice: una colla capace di lenire, ri-unire, incollare. Stavolta parto per rimettere insieme qualche pezzo saltato, rinsaldare le crepe (i recenti sismi ne hanno provocate non poche) e quel mastice farà al caso mio. Me l’ha prescritto padre Emilio Ratti, e lui se ne intende di lenimento. In effetti non serviva spingersi fin nell’Egeo nord-orientale, è bastato ordinarlo alla farmacia di Corso Torino a Genova, ma ci devo andare al fondo delle cose, dritto alla fonte, non mi fido degli intermediari. La pappa pronta non mi piace. La bellezza delle cose sta nella loro conquista.

Non so se scrivere questo diario in inglese o in italiano, le due versioni complete troppo time consuming, facciamo half and half. Come la panna da cucina americana. Già che ci siamo aggiungiamo anche due olive . . .  greche, of course. 
Un viaggio che inizia con un frate e un comico non mi sembra male.

p.s. Oggi Alfredo avrebbe compiuto 76 anni.
Happy B-Day, dad.