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Abitare a Fort Apache

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Quando abitavo nel Far West, il trofeo più ambito era l’indirizzo: West Charleston Boulevard col numero civico a 4 cifre, apt. # 2276 blocco C 89117 Las Vegas Nevada. Uscivi e a un tiro di schioppo c’era Fort Apache Road. A Carrara scendevo in via Rossi e lo schioppo era meglio se me lo portavo dietro.

Why?!

Per affrontare i cani e gli erbivori della piazzetta, la cui storia continua a non temere rivali. Artisticamente parlando. Fatti due passi sei davanti a uno splendido Duomo romanico, il solo in Europa interamente di marmo, senza calce aggiunta. L’unico edificio religioso al mondo a avere un campanile col tetto bianco. E delle splendide campane che rintoccano e rallegrano l’animo, ti danno il buongiorno la domenica mattina, gli altri giorni ti avvertono quando è ora di colazione, pranzo, merenda, cena… Peccato che il lagotto le batte sul tempo. La sua padrona lo attacca al palo del divieto di parcheggio di fronte al suo negozio, e l’isterico peloso attacca a abbaiare a tutti gli intrusi che se ne fottono e di lui e del divieto. Se il negozio è chiuso, allora si può andare tranquilli, basta solo vedersela con gli erbivori. Tecnicamente casa mia ne era al centro, purtroppo della piazzetta mi ero beccata il peggio. La sola degna nota se l’era accaparrata l’infame. Che ci aveva il sole che gli batteva in casa modulo 24/7, 365 giorni all’anno, e siccome non aveva soldi per comprarsi le pile dell’apparecchio acustico…

L’anno del mio praticantato nel Far West ne avevo da poco completato uno proprio nel settore immobiliare. E dunque le sole indicazioni che avrei saputo dare si sarebbero limitate a Carrara. Ne avevo fatto esperienza io stessa. Non si può insegnare a qualcuno ciò di cui non si possiede una diretta conoscenza, men che meno una lingua. Una lingua non si impara sui libri, nessun testo né strumento audio-visisvo, nemmeno il più innovativo, può mai sostituirsi alla guida di un insegnante, purché onesto.

Una casa non si compra sulla carta. Nessun agente immobiliare, nemmeno il più onesto può farti concludere un buon affare. E questo vale soprattutto a Carrara. Prima di comperare casa uno dovrebbe avere la possibilità di viverci dentro almeno per 48 ore. Sentirne gli odori, ascoltarne i rumori, tastarne i muri, verificarne le luci e le ombre. Perchè quello sarà il luogo in cui allestirai la tua home. Una casa italiana contiene due diversi significati.

In inglese c’è house e c’è home. E spiegarne la differenza a uno studente italiano è sempre un dramma. Perché spesso sono intercambiabili. È fondamentale non confonderli. Home: il luogo dove dormirai, farai all’amore, mangerai, cucinerai, riceverai i tuoi amici… Di questo, dicevo, ho fatto esperienza a mie spese. E se qualche straniero fosse intenzionato all’acquisto di un alloggio a Carrara ecco qualche regola essenziale da cui non si deve mai prescindere.

Accertarsi che:

nei paraggi non esistano cani.
gli edifici circostanti non caschino a pezzi onde evitare mesi e mesi- talvolta anni – di trapanature, saliscendi di carrucole e altri attrezzi;
i fruttivendoli sottostanti non siano di Massa;
ai macellai (i maz’dàri) sia stato imposto per legge di aver opportunamente isolato il tagliere dove squartano i manzi, spappolano la carne a tempo ritmato;
non ci siano bar lato camera da letto;
dirimpettai e coinquilini non siano sordi né esseri umani che in una vita precedente, prima dell’ultima reincarnazione, erano dei lama.
Una volta evitate queste trappole, Carrara resta una bellissima città. Ricca di arte, vita, cultura…

[Da Lezioni di Far West di S. Pendola, Ed. Clandestine, a breve in uscita versione e-book]

Breakfast a Fort Apache

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Opera dell’artista Marx Lane

La mia felicità assoluta la mattina era una semplice addizione: caffellatte + sigaretta. Poi mi sedevo al pc e scrivevo. Prima mi riempivo, poi mi svuotavo. Un diritto che considero inalienabile.

11 luglio 2006

Ci ho provato con una Bialetti clonata, che schiumava anche il latte per il cappuccino oltre a essere dotata di varie diavolerie che però non mi e’ riuscito di sperimentare perche’ e’ esplosa prima, allagando la cucina le cui enormi fauci dei fuochi si sono trangugiate il mio caffe’. E in mancanza di uno dei due preziosi addendi, visto che la felicità cominciava a vacillare, mi sono precipitata alla sua pursuit. Con tutta l’eccitazione e l’ansia di un pioniere che vuole conquistarla il più in fretta possibile.
Uscita dalla cancellata la forma interrogativa di proposta è stata: da che parte prendo?
Una cartina? Porque? E come il buon Rivera, decido di andare a naso.

A Carrara, per orientarti, puoi affidarti ai sensi. Non servono cartine né indicazioni topografiche. Se poi vivi in piazzetta, puoi fare benissimo a meno del caledanrio e dell’orologio. Ci pensa il camioncino dell’AMIA a dirti che ore sono, o il macellaio sottostante, a colpi di mannaia, thun-thun-thun… SVEGLIA! SVEGLIA! E’ VENERDI. Se non senti sdiocanare signfica che è mercoledì o lunedì pomeriggio, oppure domenica, e lui e il collega fruttivendolo sono chiusi.

Per certi aspetti Carrara è molto comoda. Specie per orientarsi, per decidere da che parte andare. Non ti serve alcuna cartina né navigatore o altra diavoleria tecnologicamente avanzata. Intendiamoci, qualche rimbambito che usa il GPS c’è anche qua. Per percorrere i sette chilometri e mezzo del Viale XX Settembre e dei suoi smilzi emissari. Pur essendo accomunati dallo stesso appellativo di “viale” il Charleston è molto più longevo e ampio e del suo collega apuano, e di chilometri ne vanta una cinquantina in più e una portata maggiore di corsie per senso di marcia. Quando il Gringo mi ha mandato la prima cartina sono corsa a misurarla con quella di Carrara.

Opera dell’artista Marx Lane

Las Vegas però non ha le piazze, ha i “larghi” che non sono stretti come a Carrara. Il cui centro storico è grande suppergiù quanto l’arcipelago di Camden, un tantino meno, ma molto più olezzoso. Si tiene l’olfatto in allenamento. Scesi in piazzetta delle erbe, basta seguire l’odore del pane e si arriva in Piazza del Duomo, da dove, l’odore di fogna ti porta in via Finelli, quello del taglierino nei fagioli giù per via Ghibellina, quindi proseguendo in discesa sfoci in piazza Alberica. Se per quelche motivo il forno del Duomo è chiuso, si switcha di senso affidandosi al volume della tv del mio dirimpettaio, il Bettini Silvio, incapace di intendere – perché sordo – e di volere – visto che dopo tre querele continua a non tenere i vetri chiusi. Dice che ha caldo. E l’Amplifon non se lo mette perché non ha i soldi per comprarci le pile. Non ti resta che augurargli una lunga vita e tirar dritto, lasciarti la piazzetta alle spalle, seguire il profumo della pizza, svoltare a sinistra e andare a fare felice almeno la panza: sempre dritto, una trentina di metri e si arriva da Tognozzi, dove sai quando entri, ma non sai se uscirai fuori vivo.
Come nella nota canzone degli Eagles.
Uno dei tanti approfondimenti culturali di questo programma.

[Da Lezioni di Far West di S. Pendola, Ed. Clandestine, a breve in uscita versione e-book]

 

L’isola dei molluschi

Prima di fare certi passi ho bisogno di guardarmi allo specchio, giusto per vedere se qualcuno, guardandomi in faccia, può indovinare cosa mi sta succedendo dentro. (Rossana Campo, Il posto delle donne, Feltrinelli Edizioni)

(…) C’è un barlume di speranza che sull’Isola dei Molluschi io e Hulk possiamo farci anche il bagno, il mare fa miracoli.
Tolgo il piumino fradicio e cammino con le cuciture belle in mostra e chissenefrega, a ripensarci la Tatiana ha ragione a dire che è bello essere senza regnanti, senza ombrello, senza sigarette, senza meriti né Merit, senza un uomo che ti fa obiezioni. Che ti rinfaccia la perdita di autostima. Donna senza. Dall’odore di calce soffritto e olio al muschio vanigliato. Continuo a camminare e mi frugo in testa alla ricerca di un pensiero positivo che faccia pendant con questo raggio di sole che si sta facendo strada e per tirarmi su di morale penso al ministero delle Finanze.

Penso che se anche quest’anno sarà clemente mi prendo due mesi buoni buoni, mi faccio una bella estate sabbatica, mi chiudo in casa e rimetto a posto tutti gli appunti, gli do una degna sepoltura a tutti quanti, porto a termine le mie vendette. Concludo tutte le storie iniziate. Una bella raccolta, ne ho almeno una dozzina. Il titolo l’ho trovato, e con un bel titolo sei già a metà dell’opera. L’attacco ce l’ho già, una buona storia te la giochi tutta nell’attacco. Il resto lo concludo laggiù in mezzo al Mediterraneo. Avrei dovuto andarci da sola, senza possibilità di distrazioni, chiudermi lì in una stanza affacciata sul mare, ma non me la sono sentita, metti che mi piglia male, metti che mi scanto, posso mica andare da Pino a spiegargli perché ho scelto l’isola dei molluschi, che mi serviva un posto degno dove andare a dire a Hulk che deve fare la cura, quella che diventi giallo limone, che perdi i capelli e caghi duro, su consiglio della Maria che lei non se la sentiva, così già che ci sono mi decido a seppellire certi resti, certi traumi, a risolvere l’enigma. Sai, perché io dopo i traumi che Hulk mi ha fatto vivere, mi prende male a volte e quando mi prende male mi sento sparire la faccia, stile Dorian Grey ma non lentamente, tutto di un colpo, mi sparisce la faccia tutto in una volta e mi sembra che di me resta solo il pensiero, credo dipenda da quella volta che Hulk ha inchiodato la Prinz e mi ha fatto scendere. Mica si può. Posso mica telefonare a Pino in piena notte (perché quando vuoi che mi sparisce la faccia, sempre in piena notte mi sparisce. Ovviamente. Quando mi deve sparire la faccia, quando sono sola, no? quando sono senza) e dirgli, a Pino, sudatazza e col fiatone, Scusa sai, ma io… Cosa penserebbe? E sua moglie? che alle due di notte gli dorme accanto tranquilla, cosa direbbe? Cu minchia è a st’ura? Così gli direbbe. Giustamente. Lui intrigato dalla mia voce mi darebbe una chance prima di mandarmi affanculo e di riagganciare, (che se voglio so essere affascinante anche senza faccia) e io allora proverei a spiegargli questa storia della faccia che certe volte mi sparisce e quando succede devo trovare a tutti i costi uno specchio per andare a vedere se ci sono ancora, se ancora esisto, ma metti che nella stanza che ho prenotato lo specchio non c’è, metti che dato che il residence è nuovo nuovo e lo specchio si sono dimenticati di metterlo, può succedere coi siciliani (specie a quelli sperduti in mezzo al Mediterraneo) che a certe cose superflue non ci badano, figurati se con quel bendidio che circonda il residence uno pensa a mettere una minchia di specchio, che nic e nac, quod hic in hac? Che ce lo potrebbe anche mettere lo specchio ma non è certo nella lista delle priorità, e dunque io non me la sento proprio di telefonargli a Pino e di chiedergli, Senti Pino, ma lo specchio nel bilocale ce l’hai messo? E lui magari spara qualche battuta, malgrado l’ora assurda, ci sta che mi spara che una bedda fimmina come me che se ne fa di uno specchio, perché così mi hanno sempre detto, fin da bambina, cioè fin da quella volta che Hulk ha inchiodato la Prinz in mezzo alla strada in piena notte, mi hanno sempre un po’ cazziato per questa storia dello specchio, che guarda che Narcisa, sempre a specchiarsi, ogni vetrina è sua, ogni superficie riflettente, mica lo sanno, non la sa nessuno questa storia dello specchio, l’ho raccontata solo alla Tatiana, e allora Pino: c’è o non c’è lo specchio, e se c’è quanto è grande? Perché a me mi serve che mi posso vedere intera mica a pezzi, o al limite fino alla pancia, altrimenti mi basterebbe quello del fondotinta, e se è così come devo fare? Pino, dimmelo tu come faccio. Potrei mica venire da te a darmi una guardatina…? Giuro che non do noia.

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Così sono andata a chiedere al piccolo Hulk di accompagnarmi. La vittima che torna dal suo carnefice. Cose da pazzi. Minchia, proprio a lui. A lui che di questa storia della faccia che mi sparisce deve essere l’ultimo a sapere. Sono andata e gliel’ho chiesto di accompagnarmi. A lui: primo e vero regnante indiscusso della mia vita. Monarca ormai spodestato. E lui ha accettato, lasciandomi secca perché la risposta è stata un bel sì pieno pieno senza troppe ambiguità. Gliel’avevo buttata là così, tanto per provare. E nossignore, niente scatarramenti né tosse. D’altronde la tosse non ce l’ha più, gliel’ha tolta il dottor Banner la tosse, solo il fiatone gli è rimasto. E un vago sentore di paura.

(Tratto dall’Infinibile Hulk, di Sonia Pendola).

“Dipingo me stessa perché sono il soggetto che conosco meglio.” (Frida Kahlo)

io che accendo la torcia

 

Ho letto i due nuovi pezzi sul tuo blog, intensi, come te. E adesso capisco meglio le tue intemperanze, gli scatti, in avanti e indietro. La tua irrequietudine. Che sta agli antipodi della mia. Ma ci capiamo, credo, e se non abbiamo cambiato il mondo, per  usare una vecchia immagine, è anche vero che il mondo non ha cambiato noi. Tu sai che ti rispetto, perché siamo immersi in quella liquidità che è melma e peggio. E ci affogheremo, ma almeno non diremo che è il migliore dei mondi possibili. Questo no.

Bruno Nacci

 

Tiro su il collo del piumino e mi intabarro fino al naso. C’ho su il berretto con la visiera, quello nero di camoscio, il pigiama sa ancora della nottata di merda. Di recente ne ho spesso. E la colpa è dell Dott Banner e dell’Americanus che mi fanno l’ostracismo. E di questa bestia che dal quattro luglio scorso mi si è aggrappata alla schiena e non c’è verso di levarsela da lì. A volte mi scordo di lei, ma dipende da quale movimento faccio mi uncina coi suoi artigli. Poi mi sveglio che mi sento andare letteralmente in malora perché l’Accusa comincia a bersagliarmi di obiezioni. A cominciare dalla Tatiana che dice che devo dormire, che la devo smettere di combattere su troppi fronti. Ti devi rilassare un po’. Try to sleep, honey, try to sleep, l’Americanus mi diceva sempre così, poi si voltava dall’altra parte e il figlio del Sonno veniva a prenderselo. Quei due si intendono che è una meraviglia. Io e il vecchio Morfeo ci stiamo sul culo a vicenda. Sleep… sleep… try to… non aveva ancora finito la frase che era già bell’e andato. L’ex amore della mia vita dormirebbe anche sul tetto di un treno in corsa. Tale e quale quell’illustre troiano ligio al dovere con la fissa della patria, sempre pronto a salpare, anche quando la sua bella va a fuoco. La disgraziata riversa sulla pira, lui comodo a ronfare sopra la poppa della nave. Anche il messaggero degli dei quella volta c’è rimasto di sasso. Minchia, dormi? Che nic e nac? Sarà stato anche pio ma con le donne lasciava molto a desiderare. Fortuna che era figlio di Venere. Molto meglio Odisseo. Prode insonne dall’animo valoroso. I compagni giù a ronfare, lui a spremersi le meningi per portare il culo suo e degli Achei fuori dall’antro del Ciclope. Cazzo fai a rilassarti? Un mostro simile ti si spolpa mezza ciurma, ovvio che il sonno ti passa. E al Rabbi no? Quella volta, nel giardino dei Getsèmani. Anche Gesù se l’è fatte le sue notti in bianco. Mi piace quando perde la pazienza perché i suoi tre bietoloni non riescono a tenere gli occhi aperti mentre lui si sente andare in malora, tenta di allontanare il calice ma quello gli torna indietro stile boomerang. Come fai a rilassarti? Un tuo apostolo sta per consegnarti alla polizia, e tu ci dormi sopra? Non si può. Puoi mica abbandonare un povero cristo a un passo dalla fine. E io di abbandonare Hulk al suo destino non me la sento. Mi prende lo scanto. Mi prende la paura della sentenza finale e addio sonno. Altro che sleep, sleep, try to sleep, Rabbi, try to sleep, Giovanni deve avergli detto più o meno così. Mai sopportato Giovanni. Anzi Giuda, che gioca a carte scoperte e alla fine mi sembra il più onesto di tutti. Checché ne abbia da obbiettare la Maria che dice che sto sempre dalla parte dei balordi e dei fetusi e farei anzi meglio a fare la madre come si deve e a darmi una regolata. La Maria da quando Hulk non si tinge più col figlio del Sonno è culo e camicia. Perché te la prendi tanto, e l’Americanus giù a darle corda, a ripetermi che la medicina ha fatto passi da gigante, coi sistemi che ci sono al giorno d’oggi cosa sarà mai? Not big deal. Quante storie per un Ciclope! Fattici sopra una bella dormita che domani a mente serena lo accechi e tanti saluti. Ce lo vedo l’Americanus che si copre educatamente la bocca, Dai amico, non te la prendere che fra tre giorni risorgi e torni come nuovo.

Troiani, apostoli, americani, tutti della stessa pasta. Un mucchio di chiappacani che quando più hai bisogno si voltano dall’altro lato e ciao.

(Da L’Infinibile Hulk, di S. Pendola)

Arizona mon amour

C’era una volta un ex pugile di nome Rocky. Un indiano pazzo e pervertito con un coltello tatuato sull’avambraccio sinistro e due rose incrociate con una croce al centro sul destro…

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Sì, vabbé, sei mica al cinema? mi dicevano. Si può mica scrivere una storia che ha per protagonista un pugile di nome Rocky che da anni combatte per una causa persa in una cella di due metri per tre. A chi vuoi che gliene frega? A chi vuoi che interessi? Chi cerchi di convincere?
A mia mamma avevo detto che andavo … Dove cazzo andavo?  Boh, toh, ma sì, per un colloquio di lavoro, ecco, tanto la faccia non me la vedeva. Sì, ma come ci vai? Da sola? E se c’è qualche malintenzionato? O i neri? Ci sono, i neri? Ho provato a tranquillizzarla ma dopo qualche battuta, sapendomi leggere come un libro aperto, la storia del lavoretto sicuro e pulito non l’ha bevuta. Io a inventare faccio pena. Non sarà mica un altro scrittore? Non ti sei per caso rimessa a scrivere una storia? che poi trascuri la bimba e un domani ne risente… Fai la brava mi raccomando e cerca di stare serena. Pronto? Pronto! Dove hai detto che vai…?

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Uno SMU. Una moderna filiale di Auschwitz. Sperduta nel deserto arizonese, lungo la I 79, tutt‘intorno solo pietre e rovi e cespuglietti spinosi dalle deboli radici che non riescono a rimanere ancorati in un posto, e alla prima folata di vento si staccano e rotolano via, alla deriva, come un povero astronauta che ha fatto corto circuito. Help me. E se buchi? Help me. Se ti si fonde il cervello? Povera aquila ossequiosa, ma dove credi di andare. (…) Quello non era il carcere di Massa, dove il massimo che potevi trovare era un omicida nostrano o qualche banale spacciatore o stereotipato magnaccia extracomunitario, ché in provincia si sa, anche il crimine ha un sapore nostrano. Ladruncoli, ricettatori, ma anche il delinquente più incallito, il mafioso più convinto, da noi alla fine si pente e si redime. Mentre lì, ovunque guardassi, ovunque leggessi o ascoltassi, giornali, tv, pali della luce, bacheche delle biblioteche, dei cinema e dei supermercati, dappertutto c’erano WANTED. Da ogni angolo di questo Far West maledetto e sabbioso sbucavano facce mostruose: i tipi di CSI, i Cold Case, gli zombie di Thriller, i serial killer di Milwokee, gli Annibali, i Cannibali. Il crimine era una pellicola che arrivava fin dentro casa, ti si appiccicava addosso e non c’era verso di levarsela. In qualunque piazzale, parco, distributore, non appena il sole calava, l’aria si ispessiva, i volti si facevano alieni, gente che solo a guardarla metteva i brividi. Erano i compagni con cui Rocky giocava a pallacanestro, barattava cicche con telecronache sportive; era la gente a cui prestava le mie foto e faceva annusare le mie lettere, e in cambio delle quali ricevevo dozzine di disegni a biro a Pasqua e a Natale, cartoline di auguri con croci, mazze da guerra, volti gotici, seni, chiappe, gente che aveva fatto del crimine una bandiera e una carriera, che non gliene importava un cazzo se li mettevano sulla sedia elettrica, molti di loro era proprio quello che volevano, ciò che cercavano: un momento di gloria, la redenzione estrema, il contatto ultimo con la vittima. Si erano giocati il tutto per tutto, avevano fatto a bell’apposta a sballare. Anche il jackpot più insignificante riusciva a valere la vita di un uomo. Molti di loro avevano massacrato per poco più di 150 dollari, l’onorario del futuro carnefice, talvolta anche meno. Quasi mai saltava fuori un briciolo di passione, chessò, un padre padrone, un marito geloso, un vino cattivo. No, era gente annoiata e senza senso, gente delusa, gente scontata, gente narrativamente insulsa che un bel giorno faceva corto circuito e ciao. Quella gente lì io l’avevo invitata a casa mia…

Tratto da Help me! di S. Pendola (Ed. Clandestine)

Neither Here Nor There – al check-in*

 

plane in the skyLa cosa più bella di un viaggio (secondo me) è il momentaneo cambio di persona, quella maschera che dai latini in poi ognuno di noi mette su a seconda del ruolo che decidiamo di recitare. Gli attori teatrali, nell’antica Grecia, la utilizzavano per dare sembianze al personaggio, e far sì che la voce, per-sonando, fosse sufficientemente udita da lontano. Presente Ulisse? quando decide di essere Nessuno, di azzerare tutto e ricominciare daccapo? Nel programma c’è anche l’astuto distruttore di città, ci servirà per i pronomi indefiniti. Nobody is my name! Poi leva l’ancora e fa bye bye al Ciclope. Salvo. Grazie a un pronome indefinito.
Io la mia salvezza la recupero al banco del check-in. Dall’omonimo verbo che significa registrarsi, consegnare la propria identità. Name, surname, passaporto, biglietto… Una volta sbrigate le procedure, con la boarding pass stretta in mano, si accede a una zona franca, un neutral ground dove la vita diventa “duty free”. Storpiano un po’ il tuo già disgraziato cognome, ma in cambio ti affrancano tutti i peccati accumulati, il passato è condonato, azzerato, la fedina penale ripulita. Cosicché, se anche qualcuno sale a bordo per ricordarti chi sei veramente e da dove vieni, ti basta raccontarti al primo sconosciuto o sconosciuta che incontri nel modo che ritieni più opportuno. Per loro non sei nessuno. Ti reinventi. Altro ascoltatore, altra storia. Gli affidi il tuo passato imperfetto e ti si spalanca davanti un nuovo futuro. Ma non è da tutti raggiungere la salvezza grazie a un pronome indefinito. Accettare di essere nessuno, come il re di Itaca, e da lì ripartire. Rinascere da zero. Dal niente. Come la città di Las Vegas, scaturita dalla polvere di un deserto che ha causato infiniti naufragi. Incluso il mio. On the road 2010 072
Il volo Pisa-New York aveva due ore di ritardo e dato che Lorna insisteva, per sdebitarmi del dentifricio, le ho offerto un po’ della mia focaccia di Tognozzi. Si è rivelata un’ascoltatrice coi fiocchi, vera travelling companion, degna dell’etimologia originaria. Fra un boccone e l’altro le ho raccontato perché ho venduto la casetta di Marina. D
el mio giardino fiorito: troppo impegnativo. Della cucina: troppo piccola, senza tavolo per gli ospiti. Il mio bell’americano odiava gli ospiti. Amava me. Che gli bastavo (e avanzavo). Non mi interessa nessun altro. I don’t care. E allora diamo la colpa al boxer del pasticcere, e all’idraulico di fronte. Diamogliela a quella nuvola di merda. E alla serenità, che mi provoca allergie. Stronza che non sono altro, perché non ho studiato Schopenhauer a suo tempo?
Coi miei over-forty students finiva sempre che ripiegavo su Gloria Gaynor – I will survive! – sul grande Bowie, il quale si auspicava di diventare king, senza tuttavia metterci la mano sul fuoco. Posso forse dire con certezza se sopravviverò? se e quando sarò la regina di qualcuno?
Oh, I am sure you will.
Anche Lorna aveva
ottimismo da vendere.
Io non se ne parla. Armata com’ero di una moltitudine di will più un asso nella manica, a dire il vero in valigia, che avrei tirato fuori al momento opportuno, di modo che con un po’ di fortuna a Las Vegas avrei trovato la mia felicità come si auspicava mia madre, e tanti saluti a Schopenhauer, ai vigili di Carrara, alla Piazzetta della erbe e ai suoi inquilini disgraziati che ci pascolano dalla mattina alla sera, una bella carica di dinamite e bang! Les jeux sont faits! Rien ne va plus. Da questo momento ogni dispositivo elettronico dovrà restare spento fino all’atterraggio. Incluso il mio che tanto non mi sarebbe servito a niente, se non a ricordarmi del mare sul display. Col mio sorriso rassegnato. Me lo ero immortalato prima di partire. La Palmaria e il Tino nello sfondo. Mentre l’aereo sorvolava il Golfo dei Poeti il
capobanda ha continuato imperterrito la sua transaction via satellite. Ies… ies… ai ev’ z’ bloc. Sciuur! Sciuur! Tranquil. Don uori.

Hic et nunc. Finché c’è marmo c’è speranza and I will survive.

* Da(l mio)  “Lezioni di Far West”

Neither Here Nor There – all’ufficio immigrazione*

 

TexTennCorreva il luglio 2006, Fidel Castro si era ammalato e l’Italia aveva appena vinto i Mondiali. Io da tempo continuavo a perdermi per gli ingarbugliatissimi sentieri narrativi di una storia che non riuscivo a finire. La storia di Hulk. Solo che il mio anziché incredibile era infinibile. Ce l’avevo quasi fatta. Giusto una ritoccatina al finale. Restava solo da correggerlo. A Carrara non mi riusciva. Non lo dicevo a nessuno. Sfuggivo i vigili e gli amici. Mi mancava a chi dirlo. Mi mancava l’aria. Mi mancava il mare. Tornare indietro non si poteva, vietato riscendere, il mare ce l’aveva con me, tutti ce l’avevano con me. Avevo tradito. E allora, dai, amore, vieni nel deserto. Vai, vai, (mia madre) che alla bimba ci penso io. Ma dove vai (mio padre) che l’America è qui? O scignora, ma è proprio scicura? Certo che ero sicura. Ho rimesso la mia storia in valigia e da brava principiante, avvalendomi di una moltitudine di futuri metafisici di ogni sorta, mi sono ripromessa un nuovo inizio, nel deserto. Perché il mio amore, American citizen al cento percento, ha promesso che al mio pane quotidiano da ora in poi ci penserà lui, signor agente. Io basta che glielo cucino. Le camice se le stira da solo, quando avrò dato una rassettatina alla casa, non mi resterà che mettere in cantiere un’altra storia, scrivere, scrivere, e scrivere, megabytes e megabytes di carte blanche, nottate ininterrotte di sano riposo, dato che a Carrara non mi riesce per via di un energumeno che mi abita di fronte, in Piazzetta. Laggiù, dove il solo rumore è quello del vento, sa le dormite e sa le chicchierate con gli indiani, in cerca di nuove storie e altri personaggi. E sa i viaggi… Prima di tutto alla scoperta del deserto, quindi in Messico, che è a poco meno di dieci ore di macchina, nel Chiapas, a dare sostegno a chi si vede sottrarre ogni giorno che passa la propria terra da sotto i piedi, e se poi gli affari andranno bene, anche una capatina a Cuba, e dunque no, non mi sembra il caso di parlare di vacation…

Ma’m…? Why are you here?
Alla domanda dell’officer newyorkese ho risposto con un’altra domanda.
Because I am a writer?

L’intonazione atlantica l’ho imparata sulla East Coast, dove va molto di moda. Se vuoi sganzare quando parli, prendi la rincorsa e sali, dai una risposta che però suona come una domanda. Insomma sali invece di scendere, come imporrebbe la fonologia classica, della quale gli yankee si infischiano altamente. E’ un ottimo sistema per stabilire un’immediata empatia con l’interlocutore. Tranne che con gli officer della TSA. Con loro non funziona.
And what do you write?
Si aggiunga a quanto detto in precedenza, che una volta che mi sento rivolgere la tanto richiesta domanda, non so mai cosa rispondere. Parlare di sé è sconveniente, come ti permetti? Sei mica Svevo? Avessi almeno pubblicato qualcosa. Di roba ne ho, ma la leggeva solo qualche vecchio studente, per paura che poi non gli insegnassi l’inglese. Che quello sì mi riusciva.
Ma quando impari a fare bene una cosa a quale pro insistere? Una volta ottenuta la promozione, che senso ha ricominciare il corso daccapo? Ogni settembre.
Risponde la segreteria telefonica di … dopo il secondo beep…
Il messaggio sempre lo stesso. Chiamavo per un corso di inglese. Per la figlia dell’ex marito della mia collega eccetera eccetera. Story of my life. Espressione che in inglese traduce i danni della routine. Quando la vita si ripete sempre uguale: story of my life. A Carrara usiamo il tango. Dopo 15 anni di richieste di aiuto, di facce tristi e rassegnate, di ritardi, cancellazioni, sconti, scuse per non aver fatto i compiti, incapacità di uscire fuori dal guscio sicuro, mi ero stufata di soccorrere. Che qualcuno soccorresse me, santo dio. Che mi desse una mano a ricominciare daccapo. A ridebuttare. Ne avrò pure diritto anch’io? A new life, a new story, e perchè no? a new job. Io volevo scrivere.

*Da(l mio) Lezioni di Far West

Lezioni di Far West! Il nuovo libro di Sonia Pendola

farwestcartolinaLezioni di Far West: (Manuale di sopravvivenza per principianti alla deriva nel deserto.)


Hello, my name is Sonia and I will be your English teacher, nice to meet you!
O è meglio se mi presento in italiano? Salve mi chiamo Sonia e sarò la vostra insegnante di inglese, tanto piacere.
E responsabilità. Troppa, quando si insegna una lingua straniera. Mica basta spiegare regole grammaticali ed eccezioni? Bisogna saper soccorrere. Soccorrere l’altro. Andargli incontro in quella terra di nessuno fatta di confusione e balbettamento: un orrendo movimento in levare che lascia sospesi nel vuoto di senso e impedisce all’Io di esprimersi e ridefinirsi. Ecco, il vero insegnante di lingue, secondo me, è come un ponte gettato fra l’Altro e il baratro dell’incomprensione…
Mr Lamb mi ha guardato, ha detto, S..sì ma… mi raccomando, si attenga al programma.
È quanto sto cercando di fare da una settimana, ho sparpagliato fogli dappertutto, li ho anche appesi ai rami: unità, esempi, esercizi. Se quest’albero potesse parlare, mi manderebbe a quel paese in due lingue. Alcuni argomenti mi hanno dato più filo da torcere di altri, è dall’alba di stamani che ci combatto, rileggo e correggo e ancora non sono convinta. Il tempo stringe, domani quelli arrivano. Mr Lamb ha detto che a prenderli all’aeroporto ci devo andare io, in virtù del soccorso di cui sopra. Così cominciate subito. Li metta subito in situazione.

Perché se vuoi imparare una lingua straniera devi essere disposto a invadere e a lasciarti invadere. Devi essere resistente alle brutte figure. Esporti. Incassare colpi. Come nella vita. Che a volte la capisci meglio se studi a fondo la grammatica. Preferibilmente con un’insegnante impicciona.

 

Lezioni di Far West di Sonia Pendola

Edizioni Clandestine (collana Narrativa Tascabile)

2014, 368 pp., brossura

 

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Help me!

Il cameriere ha chiesto se poteva portar via e my husband gli ha risposto di sì, che il dessert non ci va e se quando ha un attimo ci porta il conto, please.
Io ho lasciato tutto lì. Mi si è chiuso lo stomaco.
Are you okay? Mi ha chiesto lui, sei molto pallida…
La prima volta che ricordo di essere impallidita è stato un pomeriggio a quattro anni che stavo andando al mare con mia mamma e la mia madrina. L’AVANTI era scattato, ma da sinistra sbucò un TIR. Mia madre urlò. La mia madrina mi afferrò al volo per un braccio e mi tirò indietro, ianca ianca, talè comu si fici ianca a criatura.
Più di recente è successo un paio di anni fa. Una mattina che mia mamma è davanti a me nella cucina di casa mia e mi dice che a mio zio Gianni gli hanno trovato un coso in gola. E che glielo devono levare. Non avendo una sedia vicina, né una madrina ad afferrarmi al volo, mi sono aggrappata alla maniglia del forno. Ianca ianca. Stai bene? Beviti un bicchier d’acqua…
Are you okay? ha ripetuto la mia metà. Finta di niente ho cercato di afferrare il Père Anselme ma lui mi ha bloccato la mano. Basta, ha detto, che ti fa male. E che a tutto c’è un limite. Dai, andiamo che è tardi, e il film sta per cominciare. L’atmosfera sotto di noi si stava surriscaldando, l’enorme testa di Joker illuminatissima sospesa nel vuoto girava e girava e girava, mia figlia faceva su e giù con la sua, nel ristorante eravamo rimasti noi tre: io e la mia family. Andiamo, andiamo… Cioè, loro. Io resto. Io stasera mi fermo qui. All’Orleans.
Io ogni tanto se non mi allontano dalla famiglia, o dagli amici, o da un qualsiasi consorzio umano in cui sono entrata per un motivo o per un altro a troppo stretto contatto, ecco io, se non lo faccio, poi sto fresca. Io, dopo un po’, gli altri mi bucano. Mi feriscono. Allora son venuta qualche giorno qui all’Orleans a vedere se mi riossigeno un po’ la mente. Se mi levo qualche aculeo che mi è rimasto dentro.
Ho chiesto una camera che guarda a Ovest, con vista sulla Sierra. Più in alto possibile, ho chiesto, e il simpatico receptionist mi ha dato la 1905. Che coincide anche con la data di nascita di questa città. Io sessant’anni dopo. Diciannovesimo piano. Sopra di me, a chiudere la serie, il 20 e 21, i due piani esclusivi. Con le Suites Deluxe che ci si può accedere solo inserendo la card nell’ascensore. Ma io non mi lamento, ho una bella camera. Vista mozzafiato sul Monte Charleston e sul Red Rock Canyon. Due letti taglia Queen. Per ospitare la famiglia se vorrà venirmi a trovare. L’ho risistemata a modo mio, come nei film di spionaggio, con la scrivania sotto la grande finestra e la poltrona al posto della scrivania. Ho disfatto le valigie, ho sistemato le mie robe nel bagno, che per fortuna ha la finestra, e si vede tutto fino a Searchlight. Mi piace che i bagni abbiano una bella vista, e qua è raro, perché di solito son ciechi.
E dicevo che ho sistemato tutte le mie cose. E non come di solito le sistemo quando viaggio, in quel modo tipico di chi è di passaggio. Io le ho sistemate come se ci dovessi vivere un po’, qui all’Orleans. Poi ho attaccato il Do Not Disturb alla porta come Tom Cruise in Mission Impossible. Che per dirvela tutta, io all’Orleans ci sono venuta per vedere se riesco a finire di raccontare una storia che altrimenti se mi resta dentro troppo a lungo poi mi buca da tutte le parti. Io questa cosa dello scrivere la volevo fare di mestiere e invece me la sono ritrovata per vizio. Caro amico ti scrivo. Il peggiore di quelli che ho. Amici, parenti, ex prof, giornalisti… caro amico ti scrivo, ti racconto il mio viaggio. Mentre cambiavo l’assetto del mobilio, sotto gli sguardi un po’ lessi del resto della family, mi è venuta in mente un’altra volta, la prima che mi sono dovuta allontanare per non rimetterci la salute, solo che quella volta lì non ho fatto a tempo a evitare il peggio. È stato quando a diciotto anni avevo interrotto la scuola per via che mio babbo era diventato insopportabile. Bucava troppo. Mio babbo, dovete sapere, ha sempre avuto il vizio del vino, che di per sé non sarebbe niente di grave, anch’io ci indulgo col vino. Solo che lui ce l’ha cattivo, così dice mia mamma. Che la colpa l’ha sempre data al vino, mai a lui che ha il vizio. Che mi staccava la corrente per non farmi studiare la sera. Ora non voglio stare a farla troppo lunga, in questa storia loro non c’entrano, giusto di striscio, giusto in questo che stavo per dire, che appunto a diciotto anni da poco compiuti io me ne sono andata di casa e il resto della mia famiglia di allora, composta di numero due persone come adesso, è rimasta a guardare senza dire bah. Dice, eh, non ti ha mica sbattuto fuori nessuno, sei tu che te ne sei andata. Giusto. Anche allora ricordo avevo messo in valigia non vestiti, ma libri, appunti, penne, i computer non c’erano. Avevo preso su e me n’ero andata, tre vie più in là di casa mia. Dalla mia madrina e da mio zio Gianni. A studiare in pace perché il vino in casa nostra quell’anno era particolarmente cattivo.
Per questo poco fa mi sono rabbuiata. C’ero io che muovevo oggetti e disponevo le mie cose, e il resto della family che stava a guardare. Tale e quale l’anno dei miei 18. (Vi dico già che in questa storia ci saranno un sacco di numeri). Ho trovato la cosa sconcertante, avrei voluto un tantino di partecipazione emotiva in più, anche perché stava per far capolino una vecchia conoscenza di cui magari dico dopo altrimenti perdo il filo.

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Di scrittori borghesi sono piene le biblioteche e le librerie. Vincitori di premi, aspiranti vincitori di premi, columnist dei grandi quotidiani, con cattedre piccole, medie e grandi, con i loro fastidiosi dolori morali, le cupe esitazioni, le vili certezze, i piedi al caldo, la testa nei valori. Gli scrittori borghesi, quando non sono grandi, si distinguono per la pulizia, l’ordine, la ragionevolezza, un po’ come gli interni delle soap opera allestiti con quella ricchezza da Ikea di lusso, i giardini pettinati, le piscine piastrellate, le donne troppo bionde o troppo more o troppo giovani. Ma esistono gli scrittori non borghesi? O sono l’ennesima invenzione degli scrittori borghesi? Simili pensieri vengono leggendo Sonia Pendola, il suo blog, le sue mail, e ora la sua narrazione che non si sa bene come definire, ma immagino sia meglio lasciarla fluttuare nel grande mare delle letteratura, senza bandiere o particolari segni di riconoscimento. Una nave pirata. Perché Sonia, che viene da una terra di bizzarri, scontrosi, stralunati, impertinenti, permalosi, perfidi e geniali, è una instancabile corsara che segue rotte eccentriche sia sul mappamondo che nella vita, suppongo, e non parliamo della scrittura. Prende il vento, va all’arrembaggio, saccheggia, depreda, con la forza e a tratti la violenza degli innocenti, che ancora obbediscono alle oscure leggi della natura.

Di cosa parla Help me!? Sarebbe una domanda sciocca, buona per gli scrittori convenzionali, per i costruttori di trame da leggere in treno o sulla sedia a sdraio, di armoniosi e decenti intrattenimenti. Sarebbe come chiedere ad Antonio Ligabue il tratto di Raffaello, ad Alda Merini la composta levigatezza di Montale. Forse il genere meno lontano è quello del diario, di un diario non fatto di cronaca, però, come gli appunti di Campana, visionari e incuranti, non di rado, della sintassi, sia quella grammaticale che quella delle emozioni. Una confessione picaresca, capace di mordersi là dove sfiora o si avvicina pericolosamente ai buoni sentimenti, alle buone maniere. Un sismografo dei minimi smottamenti dell’anima, che tradotti sulla carta (come nelle strisce dei sismografi appunto), si amplificano, diventano mostruose catene di vette e di abissi, forse anche figure di Rorschach, mostruose e sublimi simmetrie. E il lettore s’imbatte in un’America sgangherata, troppo accecante, troppo fuori misura per contenere la passione autentica del viaggiatore che non è ancora decaduto nella grottesca imitazione del turista, e dunque viaggia soprattutto in se stesso. Un diario di vita pulsante che si ritrova, tra uno sbandamento e un altro, al cospetto di un vero criminale, un po’ cartone animato, un po’ (Rocky!) film maledetto, magari dei fratelli Coen. Ma le pagine più trascinanti sono quelle, manco a dirlo, in cui l’io narrante, che mai e poi mai verrebbe in mente di identificare con un personaggio, scopre le proprie ossessioni (e il punto più conturbante è quello in cui, guardandosi allo specchio, non trova il suo volto, come se camminando in una giornata di sole non vedessimo più la nostra ombra), rivelando con ingenuità e un pizzico di astuzia creativa la propria ansia di regressione: gli Alieni che invadono la mente, non quelli però partoriti dalla fantasia febbrile di King, ma quelli più domestici della serie UFO, una ironica risalita dagli inferi televisivi.

Queste pagine, che rifiutano ogni forma di perbenismo letterario (e sono giustamente rifiutate dal mondo letterario, come Sonia anticipa nella figura del Professore, il critico che arcua le sopracciglia, una specie di grillo parlante accademico), restano nella mente e nel cuore del lettore come una scheggia. Scalfiscono la sensibilità al punto che si vorrebbe conoscere chi le ha scritte, non senza un po’ di timore. E non è questo il risultato più genuino di ogni lavoro artistico, il moto verso l’altro che ci ha teso la mano e si è messo a nudo? Lo scrittore corsaro inizia tante storie, ci invita sulla soglia della sua affabulazione, poi si ritrae, scompare dietro le quinte, forse, sembra dirci, ve la racconto un’altra volta, anche perché: “Non si scrive per seppellire, a quello bastavano i becchini”, e a lui (lei) preme la vita, quel frenetico agitarsi, gesticolare di là dal vetro che, in fondo, non è che un esitante grido d’amore.

(Dalla prefazione di Bruno Nacci)

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Mare, gabbiani e profumo di timo

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Dalla mia ossessione per le isole è nato un romanzo ancora senza titolo, la storia di una figlia che rapisce il padre malato terminale per portarlo su un’isola, al sud. E’ un viaggio per recuperare un po’ della storia comune con un padre un tempo terribile è incredibile come Hulk, prima che sia troppo tardi e si rimpicciolisca del tutto. E’ ancora incompiuto ma c’è, e a riprova, eccone un assaggio.

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Le otto del mattino e una manciata di minuti e fa un freddo boia. A quest’ora la Nuccia starà ritirando gli elaborati. Aprile è già oltre il giro di boa ma sulle Apuane c’è ancora la neve. Rallento la corsa e cerco di riprendere fiato, ho la pioggia e il vento contro, ‘sto cazzo di avverbio ultimamente mi perseguita. L’edicola ha ancora le saracinesche abbassate. GELO SIBERIANO L’ITALIA TREMA NEVICATE ANCHE A BASSA QUOTA. Cinque fenomeni atmosferici in meno di due settimane, e’ venuto giù di tutto, speriamo che domani non venga giù anche l’aircraft. Il mio amico mi aveva avvertita. Il ponte di giugno era meglio. L’ha detto anche suo cugino che laggiù c’ha un residence della Madonna. Ce l’ha in mezzo a una piana di argilla bagnata dal mare. Un tempo il padre ci teneva l’asino e i conigli, poi dopo i due missili di Gheddafi alle bestie gli hanno dato lo sfratto, hanno demolito i muri e ritirato su tutto e l’inverno scorso si sono allargati anche un po’. Che tanto lì chimminchia ti vede. Nove villini con i controcazzi arredati in stile mediterraneo. Camera da letto, angolo cottura, bagno e comoda veranda che ci puoi fare il barbechiu’, e anche la doccia e la siesta sull’amaca col mare che ti canta la ninna nanna e i gabbiani e il profumo del timo. Io non ho ancora prenotato, con un tempo così chi vuoi che si muove da casa. Forse il ponte di giugno era meglio, il mio amico ha ragione. Lui c’è stato e dice che dove ti giri giri non c’è che mare e timo e gabbiani. Potevi aspettare, oltretutto volavi diretta e ti evitavi il fronte artico in arrivo. Ma ormai i biglietti li ho fatti, 279 euro tasse aeroportuali incluse, comoda departure alle diciassette e quindici da Pisa, che se il flight è on time, prima di cena ce ne siamo a incocciare calici di Nero D’Avola e a calarci un paio di arancini. Io e il mio piccolo Hulk. Al sud. Per il gran finale.