Amore e amicizia salveranno il mondo … di Dina Nesnova

di Dina Nesnova

Stop all’inquinamento! … di Marlene Vila

di Marlene Vila

La gratitudine per la Terra … di Rinara Malikova

di Rinara Malikova

Io direi al mondo … di Heorhii Zhuivoda

di Heorhii Zhuivoda

English around the world

Out of the world’s approximately 7.5 billion inhabitants, 1.5 billion speak English — that’s 20% of the Earth’s population.
However, most of those people aren’t native English speakers. About 360 million people speak English as their first language.

To Travel

 

To travel.

Viaggiare. In inglese ha una etimologia interessante. E’ un verbo che ha viaggiato parecchio. Proviene dal middle English travelen, alterazione di travail, dal francese travailler, il quale a sua volta ha origini nel trepalium, che in latino indicava uno strumento di tortura. Un tempo mica c’era l’Alpitour ? e viaggiare poteva essere un vero travaglio. Ne sanno qualcosa a … Travel è imparentato anche con lo spagnolo trabahar. Viaggio uguale tribolazione. Altro che vacation!

 

Kids & Grandparents

Learn English with your granny! It’s fun!

 

 

 

 

 

Fare l’inglese… con l’inglese

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Come spesso accade con le cose belle per caso nella vita, non pensavo che insegnare sarebbe capitato a me. Ma è successo. E mi ha trovata preparata. La mia preparazione si è compiuta in Europa, però a insegnare mi ha insegnato l’America. Con la sua capacità di accogliere, poi di motivare all’azione, e infine di appianare gli ostacoli lungo il cammino.
Questo non vuole essere un inno a una nazione (o a un un sistema scolastico) che di certo ha una marea di difetti e infinite contraddizioni, ma il grato riconoscimento di essermi trovata al posto giusto nel momento più opportuno per la mia carriera di insegnante.
L’insegnamento con cui ho avuto a che fare nel sud degli Stati Uniti (da entrambi i lati opposti della cattedra) mi ha spesso mostrato un empirismo sincero ed efficace, un modo di insegnare ‘pane al pane e vino al vino’; evitando, come spesso succede in patria, di trincerarsi dietro linguaggi aulici, teorie fumose, sigle, norme di comportamento e atteggiamenti burocratici, tolti i quali dell’insegnamento talvolta resta poco e niente.
Per me l’America è stata un immenso banchetto, il cui enorme, variegatissimo menù avevo per anni consultato, letto e riletto infinite volte, ascoltato, annusato, immaginato, fino a sviluppare un appetito che è stato poi soddisfatto in ogni suo piccolo risvolto.
Di tempo non ne è passato poi molto, dal giorno in cui mi sono ritrovata alle prese con una classe di little chefs di una scuola materna di New Orleans. Eppure, didatticamente mi sento lontana anni luce dall’insegnante che ero. Anche perché io con l’insegnamento avevo chiuso da un pezzo.
Io volevo scrivere e volevo cucinare.
Miss Jakobsen, coordinatrice del progetto X, mia amica ed insegnante italo-americana, pressata dal bisogno piuttosto urgente di una gap filler, mi aveva contattata per due ore pomeridiane in due classi di bambini fra i cinque e i sette anni.  Requisito principale, che generava l’urgenza, era che i kids venivano depositati a scuola alle sette della mattina, e ritirati circa dodici ore dopo. Il mio ruolo, vera e propria challenge, tenerli buoni e interessati alle ultime due ore, facendo in modo che apprendessero qualcosa di utile per il loro curriculum futuro.
“Capisci, i genitori hanno pagato un extra per poter lasciare i figli in un luogo sicuro ma anche didatticamente proficuo, e soprattutto stimolante.”
A giocarsi la finale erano rimaste in gara Cooking e French classes. Io avrei potuto coprirle entrambe.
“Chi meglio di te che adora cucinare, innamorata come sei della cultura francese?”
Due insegnanti al prezzo di una.

Apprendere con le radici

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Le mie programmazioni seguono il ritmo delle stagioni, ciascuna delle quali può prestarsi a (o identificarsi con) una o più emozioni.

Lo spazio dove ricevo i bambini cambia, e con esso la lingua, a seconda dell’umore : mio, loro, e del tempo – sia esso atmosferico o celebrativo. Si veste e si sveste di sfumature che non sono soltanto cromatiche, ma hanno accenti legati al momento dell’anno o della giornata, la quale può dunque accogliere una merenda pomeridiana, un piccolo brunch, un vero e proprio pranzo.

Di ogni momento facciamo una gran cosa.  Celebriamo, appunto.

Ogni stagione, una festa, un’emozione:

Halloween – e l’autunno – ci fanno conoscere il mistero, la parte oscura di ciascuno di noi, la paura.

Natale porta freddo, regali, scoperta e felicità.

La primavera ci regala storie di piccoli semi, grandi conquiste e di amicizia.

L’estate è movimento e divertimento.

Usare tutti i cinque sensi potenzia il meccanismo dell’apprendimento. Interagire, manipolare, esplorare, collaborare, discutere apertamente e condividere per motivi significativi, al contempo disponendo di ampio tempo per nutrire una maggiore profondità di ragionamenti e di creatività, significa apprendere in modo ottimale. È un apprendimento che penetra in profondità. Un apprendimento con le radici!

Se un tempo una lingua straniera imparata da piccolissimi offriva una corsia preferenziale verso una carriera lavorativa a più risorse; oggi la conoscenza dell’inglese – indispensabile nell’ambito di una cittadinanza attiva all’interno dell’UE – rappresenta una chiave fantasiosa per una molteplice lettura del mondo, e si coniuga con la diversità, la tolleranza, e una socialità senza imbarazzo.

Fra il partire e l’arrivare

9780552152143In Europa ero venuto per la prima volta nel 1972 (…) All’epoca gli unici voli economici da New York erano diretti in Lussenburgo (…) vecchi aeroplani con le maschere dell’ossigeno che cadevano dai mobiletti sovrastanti, srotolandosi e rimanendo a penzoloni fino a quando non sopraggiungeva un’hostess che, munita di un martello e di una manciata di chiodi risistemava tutto; la porta della toilette continuava a rimbalzare restando aperta a meno di non bloccarla con un piede, (…) l’aereo era pieno di hippy, salvo i membri dell’equipaggio e i due quadri di un’azienda di aringhe affumicate in prima classe. Sembrava piuttosto di viaggiare su un pullman della Greyhound alla volta di un raduno di musica folk. I passeggeri non facevano che tirare fuori chitarre e mandolini e fiasche di Thunderbird, tutti presi a socializzare con la persona seduta accanto, cosa che lasciava chiaramente immaginare abbondanti dosi di sesso sfrenato su un susseguirsi di spiagge del Mediterraneo.
Nelle lunghe, eccitanti settimane precedenti la partenza, disteso sul letto con lo sguardo al soffitto, mi ero lasciato andare, lo confesso, a una serie di fantasie in cui generalmente mi ritrovavo seduto accanto a una pollastra procace, spedita dal padre contro la propria volontà all’Istituto per la Cura della Ninfomania di Losanna, la quale, in un punto imprecisato in mezzo all’Atlantico, si sarebbe rivolta a me per dire, Scusa, ti spiace se mi ti siedo un attimo sulla faccia?
Nella fattispecie come vicino di posto mi toccò un bietolone butterato con un paio di occhiali alla Buddy Hollly e un’ordinata sfilza di penne a sfera nell’astuccio di plastica che spuntavano dal taschino, e sull’astuccio era scritto: “DA GRUBER”: DI TUTTO DI PIU’. FLAGELLATION, OKLAOMA. SE QUI NON C’È PUOI FARE SENZA.

(Bill Bryson, Una città o l’altra)

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E cosa mangiano in Vietnam? (mia mamma).