Take the long way home

Una question ricorrente da questi parti è, E ora come ci arrivo a casa?
Ma mentre in patria comincio a preoccuparmi ore, giorni, settimane (!) prima dell’evento in questione: informandomi, telefonando, prenotando; qui la preoccupazione è del tutto irrilevante. Suppongo che ciò dipenda dal mio essere ospite temporanea e turista, di certo se vivessi qui, imparerei a fare mie le abitudini locali, che prevedono appunto di non preoccuparsi per niente e l’adozione di un misto di andate e ritorni basati su passaggi semi-pagati, scroccati, pretesi (di cui sempre però va implorata la benedizione del Buddha.). La mia parentesi ‘restitutiva’ nel Phố Cổ si è conclusa ahimè, il Van Phu Victoria aspetta con ansia il mio rientro alla base, anche perché la piccola alleata della North Carolina ha battuto in ritirata dopo sole 48 ore, devono essere state le code per cena, non chiedetemi di quale pesce. Una specialità della Twa. Io andavo di fretta, e ho detto “passo!” La poveretta non so.

Dovete capire che ìn America l’animale intero non usa. Non va bene.
Non va?
No che non va. Difficile trovare un pollo o altro animale intero con tutte le sue bodyparts al proprio posto in America (i tacchini del ringraziamento sono ben camuffati e assomigliano a sacchi a pelo congelati), tranne che nei mercati e supermercati appunto asiatici. Ancora una volta lo yin e lo yang: il body di qua e le sue parts di là.
Questo pio bove con le sue bodyparts ancora intatte e al proprio posto, è un mezzo di trasporto che non ho ancora provato. Il cyclo sì. Perché mi ero persa nel labirinto di stradine del vecchio centro. Ho pure fatto le riprese allo scenario infernale che mi si dispiegava davanti agli occhi mentre il mio chauffeur si perdeva ancora di più nel labirinto del Phố Cổ. Eccolo col berretto nella foto a destra che consulta la mia cartina con dei colleghi, Ti dico che devi svoltare per di qui, sennò vai a finire nel lago, den-den! Poi l’ho filmato mentre argomentava i suoi cin-ciun-cian con delle damine che, gnam-gnam, stavano spolpandosi la loro bella rosticciana sedute suo gradini di una farmacia (sarà per questo che non hanno problemi di restituzione, stan sempre rannicchiate, chissà, potrei provare.). Mentre l’allegro trio era intento in prendi-a-sinistra-no-anzi-a-destra, il cyclo dal quale mi gustavo la scena filmando, retrocedeva, perché l’ometto non aveva messo il freno a mano, o magari non ce l’hanno. E retrocedere nel traffico del Phố Cổ di Hà Nội non è cosa auspicabile. Comunque, dopo una serie di suffragi universali, consultazioni di google map, telefonate al cognato e raccomandazioni al Buddha, sono arrivata a destinazione al Nova Hotel. All’arrivo si era anche lasciato fotografare con le sue belle gengive scintillanti da neonato in mostra, ma era buio, un pullman turistico incombeva dietro di lui, non riuscivo a mettere a fuoco, rischiava di falciarlo, ho lasciato perdere.
Ecco però, dicevo, ora a casa come ci torno?
I miei due dinamici ospiti: scordarseli! Lui, sempre o al lavoro o alla pianola; lei, presa a spremersi e massaggiarsi le tette, o è a contattare qualche volontaria canadese o malesiana esperta in home-schooling che possa aiutarla a far decollare i suoi progetti, oscuri prima di tutto a se stessa. Mi ha appena mandato un messaggio per dirmi che mi aspettano per cena. Ho risposto, Non vi preoccupate, mi arrangio da sola.
Ti lasciamo due code?
No, non datevi disturbo.
Non voglio prendere un altro taxi, perché anche se cheap son sempre dong che se ne vanno. Cosa farebbe la Oriana in queste circostanze?
Prenderebbe il bus, certo. All’andata l’ho preso ma è stato un incubo: chi puntava sul numero 2, chi sull’1, chi insisteva vai col 5, dopo una serie di scommesse son salita su quello sbagliato. Ci ho messo due ore e quaranta per arrivare da Massa a Carrara lungo l’Aurelia. E’ molto interessante per osservare i locali, carpirne trend e abitudini (scatarrare, sputare, indossare pigiami ‘da giorno’, dormire d’in piedi…) e stringere amicizie. I giovani adorano parlare in inglese e scoprire cose di un altro mondo. E quando dico amicizia non dico tentativo di estorcerti denaro con le lusinghe o fracassarti i maroni, no-no. Sono simpaticissimi e discreti. And very helpful. Ho una mezza dozzina di nuovi contatti nella rubrica del telefono. E mi ritorna in mente quando da ragazzina uscivo da scuola, un liceo linguistico allora privato sito ai Ronchi di Massa, sul mare, e con le mie amiche a primavera si apriva una vera e propria caccia ai turisti. Per lo più tedeschi, che già all’epoca parlavano un discreto inglese. Chissà, quanti di loro saranno tornati a casa scrivendo note simili alle mie. Così come lo stupore che ogni tanto cerco di auto-fotografarmi mi ricorda molto quello letto sulle facce di amici o clienti americani o scandinavi che ho accompagnato su alle cave. Si coglie una lieve nota di paternalistica compassione e finta riverenza verso chi vive secondo canoni che a casa propria sono ormai da tempo archiviati e dimenticati. Nota che sfuma subito in incredulità: questi mangiano il lardo del maiale? Gli intestini? Buttano la carta della pizza per terra?! Imbrattano i loro monumenti?! Lasciano i loro cani liberi di pisciare sulle soglie di case altrui?! Et cetera… Quelli della caccia ai turisti erano gli anni in cui la leggevo, la Oriana, libro dopo libro, ero innamorata del suo modo di essere e di scrivere, e di darsi l’eyeliner. Quando è morta, la Natalia Aspesi ha scritto, Una donna contro e in fuga da tutto. E molte volte questo viaggio mi ha fatto sentire come lei, con le dovute differenze, che una come lei non si sarebbe persa metà archivio di foto e di appunti per cattiva organizzazione. Ma, mentre cavalcavo sul Quang Trung Duòng a bordo di una dei milioni di motorette priva di specchietti laterali, e mi tenevo con discrezione alle braccia del mio ‘tassista’ che per centomila dong (eravamo partiti da centoottanta) ha acconsentito a riportarmi a casa, zaino e tutto, ho sentito di essere dove volevo essere, ho sentito di appartenere a quel luogo, a quel momento. Che era importante che fossi lì, a pensare queste cose, a imparare tutto ciò che questo viaggio mi ha insegnato. Il casco ce l’avevo ma mi saltava in continuazione, quello del mio chauffeur era di certo appartenuto al padre o allo zio in una delle offensive della campagna di Ho Chi Minh. Giuro. Lo avevo immortalato insieme a un centinaio di altri scatti tirati in bilico dalla motoretta, ho veramente rischiato di cadere. Anche perché, oltre al mio cargo, sul motociclo ci abbiamo caricato: un sacco di riso piuttosto pesantuccio, una borsata di non so quali verdure, e una borsa con dentro della biancheria. Continuo a cercarle nelle varie cartelle ma niente, sono andate perdute nel crash dell’HD, io invece sono riuscita ad arrivare a casa illesa, e ora mi aspetta il viaggio più lungo e faticoso, di ritorno alla realtà.
Will passenger Sonia Pendòlah please go to Gate D for immediate boarding.
Di certo la Oriana ci aveva un cognome più bello.

Pranzo e cena nel “Phố Cổ”

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Oggi vi voglio parlare del co-protagonista di questo viaggio, che nel bene e nel male racchiude una serie di eccessi (di yin? di yang? vedete voi… chi vuole, legga qua) : il cibo di strada. Ma non il globalizzato e banale “street food”, la boiata unta e busunta che fanno a Carrara in Piazza Alberìca ogni tanto. E a Sarzana, a Massa, a Lodi, a Follonica, a Latina, a Frascati…
Premesso che il migliore del mondo si trova a Palermo, quello del PhốCổ di Hà Nội è piuttosto spettacolare, e si merita un secondo posto, se non un ex-aequo. Ma non vi impressionate: il Phố Cổ di Hà Nội non è un rogo, è la città vecchia. Tutti ‘sti accenti, giusto per tirarmela un po’. C’è chi torna dalle vacanze col sandalo, il tatuaggio, il tamburo sciamano. Il mio cappello a cono l’ho lanciato in un fiumetto durante una gita in bici a Tam Coc, esasperata per il caldo che mi faceva e perché si muoveva in continuazione, rischiavo di finire nel canale e non mi sembrava il caso. Il tratto locale in più per me sta nella lingua. Perché dalla lingua si vengono a conoscere un sacco di cose sulla cui attendibilità spesso si può mettere la mano sul fuoco. Molto più che con qualunque libro di storia o slogan turistico.

La lingua per me è la guida turistica migliore. Il mio viaggio è ormai ben oltre il giro di boa, e io so salutare, ringraziare, esprimere il più o meno alto gradimento. So chiedere, C’è mela? C’è Papaya? Ranbutan? Efferalgan?!


Le figuracce son sempre in agguato.

Ma in posti come questi, così lontani da noi in tutto e per tutto, ci vuole molta faccia tosta per farsi avanti e scoprire e imparare. Questa gentile signora si è tranquillamente seduta qui sul marciapiede assieme a me, a sgranocchiarsi uno sgabeo alla banana. Nello sfondo, il mio personal chef intento a prepararmi il pranzo. Fa un taufu che sembrano tocchetti di nuvole paffute e dense di un vapore gustosissimo. Capita spessissimo di condividere la mensa con qualcuno perché i tavolini sono per gli gnomi e ovviamente tendono a far sedere più persone possibile, dunque se i posti son tutti occupati, ti siedi in braccio a qualcuno. In questo caso però non c’era nessuno, e lo sgabeo lo aveva comperato dalla donnina qualche metro più su. Forse le sono semplicemente piaciuta.

 

     
    

 

 

Un efficiente servizio di mototaxi garantisce un capillare approvvigionamento 

 

di vettovaglie e strumenti per la ristorazione.

 

 I drink per l’apericena arrivano a piedi…

 

…ecco i salatini .

E’ divertente. Ma occorre essere easy. Perché dato che l’unico mezzo di refrigerazione sono i ventilatori, sia dentro che fuori, da parete (se sei dentro) o da marciapiede (se decidi di star fuori), è un continuo svolazzare di riccioletti di cleenex (unti, bisunti, umidicci…), e di fogliame vario: stuzzicadenti, gocce di lime –  insomma ci vuole stomaco. Che poi però è ripagato. Qui sotto siamo in Phò Yen Thài, la mia via gastronomica preferita, vicino al mitico Nova Hotel, albergo che per me di stelle ne ha accumulate più di cinque.

 

   

   

   

 

Vi chiederete dove sono i tavolini e tutto il resto. Compaiono per magia a una certa ora, a volte non si capisce da dove. Stessa cosa con il cibo – ed è bello che sia così – non sai mai esattamente che cosa mangerai. Indichi il tabellone, se c’è e se sai riconoscere il nome, oppure punti il piatto di qualcuno che sta mangiando qualcosa. Ti siedi, ti guardi intorno: sulle prime, non c’è mai niente fuori, non capisci dov’è la cucina, dove sono gli alimenti, i condimenti (a volte è meglio non sapere). Poi per magia salta fuori una salsetta che qualcuno ha appena preparato qualche metro più in là, un brodino per i noodles, il riso da sotto il tavolino, una grattata di qua e un intingolo di là, ti confezionano veri piatti da re.

 

    

   

 

 

Spesso il problema è capire se si tratta di un locale dove mangiare, di una ferramenta o merceria, o di casa di qualcuno. Ho scoperto che la bettoletta sotto casa di Trang, dove vado a fare l’happy hour con i chả giò e la Bia Hoi, non è un ristorante. E’ un misto di tutto a conduzione pluri-famigliare, dove all’imbrunire il capofamiglia, impiegato nelle truppe armate, smontato dal lavoro, dà una mano a sgozzare polli e a farcire magnifici involtini primavera, i chả giòLa moglie fa i bánh cuốnLa cognata frigge il tofu. E salta le verdure. Per sé e per la famiglia. E io che ne sapevo? E’ difficile intendere i discorsi, capire se è una riunione famigliare o se chi mangia, paga. Le prime tre volte il secondo l’ho mangiato a ufo. Pagavo solo i chả giò e la birra. Indicavo nei loro piatti. Dicevo: “molto buono, prego (versa pure)!”, poi mi sedevo e loro mi riempivano il piatto di cibo. Che non era in vendita. Quando imbarazzatissima ho chiesto a Trang di fargli le mie scuse, non hanno voluto un dong. Non c’è stato verso di fargli accettare i soldi.

Chiedere è lecito e rispondere è cortesia. E la cortesia, come il riso, da queste parti non manca mai.

Lo Yin e lo Yang (e lo sbarco degli alleati)

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Oggi mi voglio avventurare in una spiegazione dello yin e dello yang…
Lo yin e lo yang sono le due metà del Tao, che in vietnamita vuol dire mela, l’ho imparato dai miei kids del Vương Quốc Xitrum. Quando abbiamo fatto la frutta. Ci sono voluti dei bambini a farmi notare una cosa così semplice. Il Tao diviso a metà.

Lo Yin (il nero) e lo yang (il bianco).
Hanno origine dall’antica filosofia cinese, molto probabilmente dall’osservazione del giorno che si tramuta in notte e della notte che si tramuta in giorno, (come ci ricorda la nostra ricorrente espressione, “C’è dal giorno alla notte”) o dalle osservazioni e riflessioni che Laozi faceva nei confronti del fuoco, notandone il colore, il calore, la luce e la propensione della fiamma di svilupparsi verso l’alto. Da qui tutta la classificazione in “yin” e “yang” anche di ogni fenomeno naturale (es. il fuoco è caldo, emette luce, sale verso il cielo quindi è yang). E’ fondamentale che ci sia equilibrio, altrimenti sono guai. E Trang dice che devo bilanciare. Dice che io sono un’eccessiva…

Ma va’?
Eccesso di yin o eccesso di yiang, dice lei, e che non va bene.
Non va?
Non va.
In effetti questo blog ne è un esempio. Lo scarto temporale fra le esperienze che vivo e quelle che ci racconto mi crea a volte non pochi scompensi. Dal momento che non posso passare il tempo a scrivere. Devo anche lavorare (e vivere, e viaggiare: sennò poi di cosa scrivo?), che è il motivo principale per cui sono qui. L’accumulo di cose da metabolizzare, digerire se preferite, a volte è tale e tanto che mi manda in tilt. Vorrei avere una vita di scorta. Altrimenti è come vivere a metà una cosa e a metà quell’altra. Stamani ad esempio vi vorrei raccontare della Baia di Halong, sono in partenza fra poco e qui in albergo c’è frenetico fermento (inclusa la cameriera al banco colazioni che si sta asciugando – lì, proprio lì – i capelli. Tranquilla, col suo phon, e le chiome che svolazzano fra le caraffe di caffè, la frutta sbucciata e affettata …), dicevo, vorrei continuare ma devo lasciarla in bozza perché ho da concludere il mio congedo “restitutivo”. Quindi procedo, se non altro le storie riesco ancora a restituirle.

Rieccomi per la seconda volta sul neutral ground del Nova Hotel di Hanoi (terza in realtà, ma per il motivo appena detto facciamo finta che sia la seconda), regalino sopraggiunto da casa dello Zio Sam, zio Roger per la verità: stavolta camera con vista, grazie alle truppe dei nostri alleati! Il personale mi ha riconosciuta appena arrivata, Su-ni-àh, Su-ni-àh, il mio nome che rimbalza dappertutto e arriva in bocca a Ryan, un receptionist sveglio e in gamba e con un buona padronanza dell’inglese, riesce a starmi dietro e a cazzeggiare anche un po’, senza mai perdere un colpo.

Che a proposito di alleati, ho dimenticato di dirvi di Chris, una piccola yankee. Anni 23. Della North Carolina. In teoria potrei essere sua madre. E’ sbarcata al Van Phu Victoria ieri l’altro, è arrivata che io mi stavo congedando. Giusto il tempo di un saluto veloce sulla porta e l’ho mollata con la Twa, così, di brutto: subito in media res. Visto che dovranno condividere la stanza e il giaciglio. Mentre scendevo in ascensore mi chiedevo se la Twa non avesse per caso perduto qualche parente o amico in guerra, al tempo. E come si potesse sentire ad averci in casa la potenziale figlia – o nipote, chissà? – di qualche Marine o GI americano… Ecco, il Vietnam e gli Usa sono un ottimo esempio di yin e di yang. Complementari e opposti. A entrambi i paesi manca qualcosa per cui devono andarla a cercare (comprare, sottrarre, implorare…) dal proprio nemico/alleato. Non mi aspettavo certo di trovare risentimento nei racconti delle persone a cui puntualmente chiedo notizie o racconti, in fondo la guerra si è conclusa non troppo tempo fa. No, certo. Ma riflessioni sì; argomentazioni, emozioni. Nere o bianche o rosse che fossero. E invece niente. La sola nota agra, semmai, salta sempre fuori vis à vis dei cinesi. I cinesi proprio non se li filano. Una cultura, religione ed etnia che più simile non si può, viene vista come il fumo negli occhi. Gli americani sono piuttosto idolatrati. E l’America è ovunque. Una cosa è piuttosto ovvia e palese: Se nel Western World il nome Vietnam è ancora associato alla guerra con l’America, da queste parti vi garantisco che l’America richiama tutto tranne che la guerra. Se non come bene di consumo.

Quantomeno dalle parti del French quarter (esatto, come quello di New Orleans, coincidenza?), dove sono andata a regalarmi una splendida lavata di capo più strepitoso massaggio (mai ricevuta una grazia simile!), in un pub ho letto su una parete lo slogan americano I want you! e l’aggiunta Back here. Questo per dire che di risentimento verso lo zio Sam da queste parti non ce n’è. Manco un po’. Appena arrivata notavo lungo i vialoni della periferia donnine che bruciavano dollari lungo il ciglio della strada, pensavo, Ecco un segno di disprezzo profondo. Giorni fa ho scoperto che si bruciano come omaggio riverenziale ai defunti. La cenere vola verso l’aldilà, e anche loro possono comperarsi hamburgers and French fries. I suppose… Perché ai morti si fanno offerte alimentari di ogni tipo. Anche alcool. Frutta. Dolcetti.

E visto che si è fatta ora di cena… mi sa che seguo il consiglio di Trang e esco a ‘bilanciare’ la dieta della Twa:  stasera ci trattiamo bene!

E già che ci siamo…. Buoni Morti a tutti!

Gita al lago di Hoam

Questo delizioso laghetto che vedete è legato alla leggenda della spada restituita. Ma siccome il mio intestino continua a non restituire, io ci sono venuta in cerca di supposte, confidando che qui, dove risiedono gli expats europei, avrei avuto più fortuna. Grazie comunque a tutti voi per il sostegno e consigli (addirittura rimedi fatti in casa!): alla fine l’antidoto migliore, infallibile in casi di emergenza come questo è sempre il solito: la fuga. Di mezzogiorno. Che tale si era fatta l’ora a furia di aspettare il mio turno per la benedetta consultation…

Io, è da quando son nata che mi sento dire che guardo troppi film. Da piccola mia mamma ripeteva, Non lo guardare che poi ti sogni. Però in posti come il Vietnam o gli Stati Uniti, dopo un po’ smetti di chiederti o ripeterti, ma sogno o son desta? Non l’ho mica già visto in un film?

Cominciamo col descrivere il set: 
Stanza di due metri di larghezza per tre e mezzo di lunghezza circa, due “infermiere” senza cuffia con le chiome che svolazzano al vento dei due ventilatori affissi alle pareti laterali, le cui ombreggiature non conservano memoria di cosa sia un pennello. Le infermiere stanno lì e mi studiano mentre mimo e disegno sul notes, guardo Trang e faccio no-no col dito, è solo un problema psicologico: I’m stressed. E gli allungo il foglietto con lo schizzo. Le infermiere ridono.

Il Doc, il protagonista. Se Coppola anziché Apocalipse Now in Vietnam ci avesse girato Il padrino, vi garantisco che il ruolo di Brando lo avrebbe dato a lui: perché più Vito Corleone di così si muore.
Solo che io non voglio morire, mentre il Viet-doc mi guarda e cincischia, fa segno che mi sdrai su un pagliericcio su cui si è svolto più di un conflitto bellico. Io guardo Trang e ripeto il mantra: Consultation, no examination, è un problema psicologico, sono stressata. Ma questa specie di aguzzina mi spinge avanti, dice in pratica, Mo’ ho pagato, hai rotto fino all’inverosimile, devi farti visitare, lui tocca solo pancia…
Io mimo di rimando che la pancia la va a toccare a sua sorella, fatti segnare le supposte e andiamocene da qui. Ora a ridere è un tipo seduto in un angolo coi capelli alla Nicola di Bari, smuntarello, che boh, starà aspettando il suo turno, e di certo ha capito di cosa stiamo parlando. Vito, bello stravaccato su una sedia di pelle consunta, mi guarda e indica il pagliericcio. Il primo piano ora scende sulla sua mano sinistra e mette in risalto un grosso anello, sembrerebbe d’oro bianco e giallo con aggrappato un serpente di brillanti. Sotto il camice sbottonato un catenone d’oro bello spesso. Fa un caldo insopportabile, fuori, gente che trapana e impasta cemento, la stanza è satura di odore di calce misto a spiumamento di pennuti bolliti. Gente che entra e gente che esce, il tipo seduto in un angolo non si capisce a far che, ogni tanto mi lancia un’occhiata interrogativa, poi guarda Trang, poi guarda il Doc, io lo indico, C’è prima lui, dico, ma Vito nisba: vuole me. E mi tocca sedermi. In pizzo al letto…
Il fischio d’inizio del match Made-in-Vietnam vs Made-in-Italy lo dà Trang, che si dilunga in spiegazioni di cui non capisco ovviamente un tubo, ma ci sta un po’, forse deve dargli i saluti di tutto il clan, cugini, cognati. Il Doc però resta serio e scuote il capo, e insiste che mi allunghi. Frattanto Nicola di Bari si è steso pure lui a braccia conserte su un fianco, per seguire meglio, ovvio, mentre noto che il cuscino del suo pagliericcio è foderato di cartone avvolto da nastro adesivo, quello marrone per i pacchi, il mio meglio se non ve lo descrivo. Naturalmente fan tutti il tifo per il Viet-doc, capirai, gioca in casa. Tutti a scuotere il capo, a far segno che no, quelle robe non esistono, da dove proviene questa specie di aliena? Tranne Trang che cerca di restare imparziale, e mi dice, E dagli ‘sta soddisfazione, scopri al pancia che poi andiamo a casa e ti aiuto io con lo yoga.

Vedete? Si può anche chiedergli il latte di cobra ma no sciuppository, sciorry. Ho rifatto giusto un ultimo tentativo prima di rassegnarmi, farmaciste sempre gentili, ridanciane, disponibili con l’I-phone pronto per le google translations. Prescrizioni non ne servono. Tutt’al più basta mimare. E le pillole si vendono anche sfuse. Quanti giorni resti ancora in Vietnam? 20? No problem! La farmacista afferra le forbici e cut! Sì, ma dimmi almeno quante ne prendo..
Yes…
Come si prendono… Prima, dopo mangiato? Sera… mattina …?
Yes … yes…

Venditrice di mango nel Silk Village di Hà Đông

Trang aveva chiesto alla Twa di prepararmi un intruglio di non so cosa, io ho preferito un congedino di un paio di giorni giusto per rimettere le cose in prospettiva, come sempre mi succede. E Trang, gentilissima, ha compreso l’esigenza e non ha fatto storie, e magari ha esultato anche un po’. Di certo ha esultato il mio intestino. Dimostrando una volta di più l’efficacia del metodo di Monsierur Laborit. L’incredibile coincidenza ha voluto che questa mente eccelsa, teorizzatore della fuga come possibilità comportamentale nella società umana, risposta filosofica e salvifica alle situazioni cui sovente devo più che al Buddha la mia salvezza, indovinate dov’era nato? Esatto: ad Hanoi. Vedete bene che i grandi nascono spesso in posti sfigati. Pensate a Leopardi, a Lincoln, a chi vi scrive …
Del geniale ed eclettico biologo, filosofo e scienziato si dice che per tutta la vita ha dimostrato uno spirito curioso e anticonformista senza mai lasciarsi facilmente etichettare come parte di qualsiasi movimento…
Si deve a Laborit l’introduzione della clorpromazina nel 1952, primo farmaco neurolettico …
Ricorda o no qualcuno?

Si deve a Sonia Pendola l’introduzione della supposta in Vietnam… Un monumento alla bella e geniale italiana si trova in piazza Ho Chi Minh proprio dirimpetto al mausoleo dell’acclamato leader vietnamita.

La cosa più antipatica è stata spiegarlo alle maestre del Vương Quốc Xitrum. Sorry, girls and kids, the teacher needs to go to … ehm… presente Winny p-Pooh..?

 

La vita cruda

Oggi vi scrivo dalla sala d’aspetto di una sorta di ASL, un dipartimento sanitario dell’ospedale militare di via Sonamadonna. Lungo la strada, dopo essere scampate al terzo frontale (lei non si è scomposta di una virgola, io ho ancora il crampo al piede destro), Trang mi ha spiegato che ci sono molti ospedali militari ad Hanoi, che durante la guerra erano utilizzati per i feriti, in seguito riservati ai reduci e ai parenti, quindi da una decina di anni a questa parte li hanno aperti anche ai civili. Essendo finanziati dal Ministero della Difesa, hanno più mezzi e standard superiori. L’alternativa, per chi può, sono quelli privati, per il resto della banda non oso immaginare.
Son qua che aspetto in mezzo a altra gente dallo sguardo un po’ perso, come sempre in luoghi del genere che fai finta di niente e intanto fai gli scongiuri. Non mi sembrava il caso di scattare foto.
Trang è andata a parcheggiare
Le piace usare questa espressione, dev’essere che la sente nei film americani, perché di fatto la macchina la molla in posti inverosimili, quelli si mettono a strombazzare, ma dato che a Hanoi il clacson si usa a) al posto della freccia destra/sinistra; b) per prendersi (del tutto arbitrariamente) la precedenza agli incroci, i quali hanno subito una mutazione genetica e si sono trasformati in rotatorie (o viceversa); c) per tagliare la strada; d) per la sosta e la fermata (in terza fila); e) per scorciare passando sul marciapiede, ovvero per notificare il proprio arrivo ai pedoni che escono da negozi e supermercati (e i quali si scansano come se niente fosse, come se tutto ciò fosse normale; f) per mandare a cagare un raro qualcuno che si azzarda a rispettare le norme stradali – pensate che esagero? – e la lista potrebbe continuare, ma tanto per dirvi che suonano tutti.
Ergo, è come se non suonasse nessuno.
Il clacson serve solo a notificare la propria presenza, per dire al mondo: Oy, esisto anch’io! A chi verrebbe il coraggio di negare un tanto elementare diritto umano? Di certo non ai vigili, più interessati a esigere pagamenti extra per motivi del tutto irrilevanti.
E dicevo, siam qui che aspettiamo il mio turno, metà al chiuso e metà all’aperto, io saluto chi arriva in vietnamita, aggiungendo – è più forte di me – l’inchino con la testa a mani giunte. Che non ci azzecca proprio, ma io l’ho imparato a Monti San Lorenzo, è un riflesso incondizionato, col fatto che qui son tutti buddhisti, capite? Che è un po’ come se Trang venisse in Italia e salutasse tutti col segno della croce. Tant’è. Malgrado lo sguardo neutro e vagamente disorientato della gente, non riesco a smettere.
Siamo risaliti a 32 ° barra 37 ° C, di nuovo a mollo a bagno maria con il 70 percento di umidità. Il mio intestino, dopo una lieve ripresa, ha ridato forfè. E siamo venuti per una veloce consultazione. No examination! grido a Trang che è andata a pagarmi il ticket (100.000 dong, 4 euro): Only consultation!
E’ solo un problema psicologico, sono sicura, perché al di là del continuo consumo di riso – sempre lo stesso, almeno in casa Ta Tung e Trang- il cibo non è male. Il fatto è che un po’ troppo spesso si tratta di estremità: zampe, artigli, code, teste, cotenne…Voglio dire, la parte principale, dove si concentra la sostanza, non c’è quasi mai. Quindi buona parte di ciò che mangio è verdura e frutta. Voglio solo sentire ‘sto dottore che conosce sua madre che ha studiato con la cugina che ha fatto l’asilo con il fratello, e chiedergli dove le vendono le supposte in questo benedetto paese. Io sto bene. Son solo stres-sa-ta. Colpa delle estremità bollite, capeesh? E del poppante, e del karaoke, e degli ascensori, e degli Unni, e del giaciglio…
Perché non vi ho poi detto che il viaggio in taxi mi è sì valso due amici, una cena, un fracasso di risate con le farmaciste del quartiere Chou En-lai, ma il target non è stato raggiunto. E ora i casi sono due: o i vietnamiti hanno un impeccabile tratto finale dell’apparato digerente, o le supposte non le hanno ancora inventate. Perché non sembrano esistere.
La Trang mi ha procurato un rimedio alternativo al minimart del piano primo, che lasciamo perdere; quindi messa alle corde, è riuscita a trovarmi un buco nel suo impegnatissimo timetable, che oggi oltretutto prevedeva l’accompagnamento della Twa a trovare il suocero, anni 82, che si è rotto il femore ed è ricoverato in un altro ospedale dalle parti di Hamburger Hill. Occhei, occhei, freniamo. Ma non è del tutto colpa mia. Ora vi descrivo sopra la mia testa cosa c’è.

Su una parete è affisso un grosso tabellone con scritte in vietnamita e delle specie di statistiche; come a dire: nel 2010 abbiamo effettuato tot appendici, tot amputazioni, tot ricostruzioni… I dati sono accompagnati da foto. Reali. A colori. In scala naturale. Piedi tranciati e aperti in due per la larghezza, arti prima e dopo la ricucitura; fette di teste mancanti, fuoriuscite di trippe …
Mi comincio a preoccupare.
Si tratta di problemi psicologici, ne sono sicura. I due bagni di casa, ad esempio, han più l’aspetto di una cabina di stabilimento balneare marinello, con roba mollata sul pavimento, e la classica fontanella – doccia attaccata al cesso. Che viene usata direttamente sul pavimento. Il quale è sempre allagato. Gli stracci non esistono. L’acqua, rassegnata, evapora da sé. Ora, ci sono due paia di ciabatte da “bagno” a disposizione, vero, in ciascuno dei due, ma io che vi giuro (e si sarà ormai bell’e capito) son tutto tranne che schizzinosa, se c’una cosa che mi fa schifo è il contatto delle piante dei piedi con l’umidiccio – specie se di altri!
Solo che spiegare alla Twa e alla Trang cosa sono i funghi (in inglese si dice fungi), è molto faticoso. Meno male che prima di partire la mia estetista mi ha dato uno smalto trasparente di sicura marca cinese, perché atterrata ad Hà Nòi ha cominciato a ri-liquefarsi, e fra leva-le-scarpe-metti-le-scarpe-cavale-rimettile-rimettile-ricavale, polvere di qua e di tutto un po’ di là, ho le unghie ben protette da una spessa pellicola grigiastra che non posso levare perché l’acetone in casa non c’è e io sarei stanchina di mimare e disegnare sostanze che escono o entrano in contatto col corpo umano. Vado che arrivato il mio turno…

 

 

Bright Lights, Big City

 

Quel certo problemino cui accennavo giorni fa non ha ancora trovato una soluzione, si è pertanto resa necessaria la ricerca di una farmacia un tantino più fornita di quella sotto casa ai piedi della Vittoria (inno che il mio intestino non riesce a intonare).
Solo che a queste latitudini, dall’operazione di individuazione del problema a quelle di pianificazione ed esecuzione del progetto, atte a giungere ad una sua soluzione, di tempo ne corre. Quasi un volo Milano-Doha. Naturalmente ne è valsa la pena, e la cena, gentilmente offerta dai due gentiluomini in B&W.

 

La gallery qui dentro è il risultato di una corsa in taxi (corsa si fa per dire, la velocità ammessa in città sono i 30/40 all’ora) di tre ore e mezza circa di viaggio (andata et ritorno) da un capo all’altro della città per trovare una farmacia dove: a) parlassero una parola di inglese; b) sapessero cosa sono le supposte senza dover dilungarsi in ridicoli e rudimentali schizzi a biro. Di tutti i farmaci da portare, il solo, il più utile e logico a cui pensare l’ho lasciato a casa.

 
 
 
 

Lezioni di fiducia

Co-ten-nhah!
Sto cercando di insegnare alla Twa la pronuncia di quei tocchi di roba, che praticamente un giorno sì e uno quasi, tira fuori dal freezer, scongela, tagliuzza, poi frigge in casseruola, e impacciuga con zucchero, melassa e salamadonna.
E canticchia.
Ha una voce molto melodiosa, come quelle femminili nelle colonne sonore dei film cinesi pesi come il piombo non so se li avete presenti. Soundtrack sempre uguale, cinque note dall’inizio alla fine. Se poi sono in bianco e nero è il massimo.
Io nera che più nera non si può, non so se si percepisce: i file dall’ HD li abbiamo recuperati solo parzialmente, e non me ne posso comprare un altro per salvarceli dentro a meno di non rinunciare ad andare qui…

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Baia di Halong, Golfo del Tonchino.

   e qui …

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Sapa, nord Vietnam, provincia di Lao Cai.

…e qui …

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Tam Coc, Provincia di Ninh Binh.

 

… e ovviamente non se ne parla nemmeno.

Non che queste splendide destinations costino quanto un HD, ma ormai mi sono abituata a pensare in dong, cioè da povera. Per un HD occorrono una settantina di $. Su Amazon. Poi però bisogna risborsarne ancora una ventina perché se ho capito bene il corriere (della Manciuria) in questo angolo dimenticato da cristo non ci viene e bisogna farselo ricapitare non so dove e andarselo a recuperare non so come. Ecco, la logistica è un campo dove c’è ancora un tantino da lavorare.
Comprarsi un paio di chiavette? Già fatto. Made in Taroc. Non credo che sopravviveranno al metal detector.

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Signora che aspetta che le si secchi il riso.

Speriamo che sopravvivo io.
Siamo precipitati dai 35°C a bagnomaria ai 20° C secchi in quarantott’ore: lì per lì non mi sembrava vero perché potevo finalmente dare un senso alla pesantezza degli indumenti che mi sono portata, finora del tutto inutili.
Influenza, raffreddore, mal di gola, afte, e herpes in arrivo, e mi sa anche la febbre. E mi sono ritornati indietro a mo’ di boomerang i dieci anni che avevo perso. Tunk! secchi sul viso. In realtà mi sono ammalata per tutt’altri motivi: farmi esonerare dal ninnare baby Dau, e dal cantare col padre. Tung quando è a casa imbraccia la chitarra e attacca a “smostrare” (verbo con cui a Carrara si massacrano cose, persone, fiumi, montagne…) tutte le più belle e note canzoni del panorama occidentale, senza ritegno alcuno: fa fuori i Queen, i Nirvana, Dylan, Neil Young, i Door con una smanicatura quasi invidiabile. Tears in Heaven di Eric Clapton è il suo cavallo di battaglia, quella dedicata al figlioletto precipitato dal grattacielo, non so se l’avete presente. Ecco, tenuto conto che viviamo al trentesimo piano… Pretende oltretutto che suonando, baby Dau smetta di piangere, mentre lui ci dà dentro ancor di più, ma nessuno capisce quello che tenta di dire. Su fb ha postato un video che lo ritrae per le strade di Bangkok a straziare Elvis senza pietà.

Ma torniamo alla Twa che continua a far ondeggiare le sillabe come le lanterne rosse di un vicoletto qua vicino, che non c’è verso riesca farci una foto decente: mi vengono fuori uno schifo.
(Come a lei la lonza di maiale, sia cotta che pronunciata.).
K’t- tin -nhàn…
No-oh.
Le spiego che il mio intestino del maiale decongelato e reimpacciugato non ne vuole più sapere, gli erbi sì, quelli li mangio. E il tofu saltato, ok. Rimpiangerò come lo fa lei. Anche se non eguaglia quello che servono alla bettoletta giù in strada dove vado per l’happy hour : Bia Hoi e due involtini, che qua non li chiamano primavera, ma sono divini. Giorni fa con Trang ci abbiamo mangiato una zuppa di code di non so cosa, loro dicono di anguille, a me mi sembravano i tentacolini dei calamari, però non mi sembrava il caso di spignolare, e dunque Inshallah!

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Buddha che ride (e che secondo me mi protegge anche un po’).

A mio avviso, per quelli che non riescono a fidarsi quasi neanche di se stessi il viaggio è un ottimo allenamento. L’anno scorso a Shiraz, ad esempio, ho conosciuto Munir, una ragazza di una trentina d’anni. Aperta e simpatica. Lei il chador non lo portava ma mai avrebbe rinunciato allo hijab (il foulard che copre il volto, di contro alla tenda nera. Non è una spiritosaggine mia, vuol proprio dir tenda in pharsi.). Munir era curiosa di sapere se in Italia alle donne musulmane è concesso di portarlo. Le ho detto di sì. A Carrara almeno. Le ho domandato perché ama tanto la sua religione. Mi ha risposto “perché è onesta e pura”.

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Io che mi domando… (I winder. I wonder why, I wonder how…)

E comunque, l’avevo conosciuta in un hotel a quattro stelle, lo Hafez di Shiraz, di quelli che io e i miei due compagni di viaggio, manco avvicinarsi. Il nostro budget era una media di dieci dollari al dì, che includevano pasti, alloggio e qualche extra.
Ci ero andata per il WIFI. Entrandoci ero come tornata ai bei vecchi tempi di Las Vegas (di quando pensavo in dollari), anche se il paragone non si può nemmeno tentare. Parliamoci chiaro: in fatto di sciccherie e confort gli americani non si battono. Naa. Specie quelli in mezzo al deserto del Mohave.
Munir, suocera e marito avevano preso in gestione dal governo il piano del coffee net (l’Internet cafè), lei dava le password, il marito assisteva chi aveva problemi (tipo c’era un’italiana mi pare di Carrara, che veniva fuori sempre con qualche richiesta strana…), la suocera serviva il tè. Mi ci ero rivolta per chiedere di un beauty salon, volevo provare la ceretta Pandhy’s, come nel film Caramel, quella allo zucchero. Mi dice, aspetta che vado a sentire, poi torna, occhei si può fare. E mi porta a conoscere la nuora.
La question successiva è stata, Dove? Albergo da me?! Io titubo un po’, perché nel nostro già ci giravano tipi strani, ci avevano informati che se scoprivano che prendevi la stanza per uno e poi ci aggiungevi un compagno o compagna, passavi dei guai, e non mi pareva il caso, vista la latitudine in oggetto. Quindi, noway! le dico, non si fa. E lei allora si consulta un po’ con la suocera, un po’ col marito, torna e propone casa sua.
Casa tua?
Casa mia!
Occhei, mi casa, su casa, ci accordiamo sul prezzo (mezz’ora di lanci e rilanci e ribassi) e via che si parte.
Inshallah!
Perché essere lanciati in taxi lungo dei vialoni della periferia iraniana dove a ogni chilometro appariva dall’alto la faccia di qualche ayatollah incazzato e tristo, che chissà quali accidenti ti augurava a te, O frivola femmina europea che ti fai la ceretta alla vigilia del rimpatrio, perché mai non puoi aspettare il ritorno in Italia, eh? Cosa – ovvero CHI? – hai di tanto urgente e irrevocabile che ti attende all’aeroporto di Milano Malpensa, eh? Rispondi scostumata!
La lingua straniera in momenti come questo si trasforma nella lingua nemica dei barbaroi. Ovunque. A qualunque latitudine. I due sembravano parlottare e ordire chissà quale piano, non arrivavamo mai, non riconoscevo niente né nessuno, il minimo che ti aspetti è che ti derubino, sgozzino, soffochino, e poi ti lancino giù per una scarpata… Il taxi, cioè i taxi, perché ne abbiamo cambiati tre (per tre complici in tutto!) per coprire diciassette chilometri, l’ho visto sulla cartina, per arrivare a questo enorme caseggiato stile Zen di Palermo (o P.E.P. di Avenza se preferite), con vari alberi di svariati piani, al dodicesimo di uno dei quali la mia amica Munir mi ha accolto in casa sua per spiumarmi.

Massacro a parte (la mia estetista ride ancora), è stata una esperienza emozionante. Nella ceretta c’era di tutto – e sottolineo di tutto! – tranne che lo zucchero. Munir l’ha scaldata a bagnomaria, poi dalla cucina correva in sala dove io l’aspettavo distesa per terra su un bel tappeto che si sarebbe supposto persiano. Ma la cosa più ilare era che per “allietarmi” la tortura, aveva acceso la TV e messo su un canale iraniano dove un pittore insegnava in diretta a dipingere montagne spruzzate di neve e abeti bicromatici. Voglio dire, l’ultima cosa a cui uno associa l’Iran sono le stazioni sciistiche, la neve, i paesaggi alpini… E intanto che io prendevo mentalmente appunti sulle diverse specie di pini silvestri e loro rispettive infinite varietà di sfumature di verde, lei strappava coi denti un telone di lino per farne. prima scampoloni, poi quadrati e infine striscioline per rimuovere la cera. Fra uno strappo e l’altro offriva cioccolatini, racconti e confidenze anche piccanti sulla sua vita coniugale, (interessatissima alla mia, sulla quale le ho mimato di stendere un tappeto persiano pietoso), sciroppo di ciliegia fatto in casa, anguria… E la sua doccia, la sua crema emolliente, la sua camera da letto. La sua amicizia.

 

Old Town, Happy People

Meet me in the crowd, people, people
Throw your love around, love me, love me
Take it into town, happy, happy
Put it in the ground where the flowers grow
Gold and silver shine

(R.E.M. Shiny Happy People)

 

Aggràppati al quinto

Invece la vita non è bella per niente a volte. Mi hanno portato a visitare un posto che non ve lo posso raccontare perché il pezzo è destinato a un’altra sede, un magazine serio, dovete aspettare e poi se tutto va bene lo andate a leggere lì. (Nel frattempo, qualche commentino in più non vi manda mica in rovina. A vedere quanti follower che ho, sarei più richiesta in giro per il web. Magari lo scrittore affermatissimo ci ripensa, passa la palla a un editore di viaggi, può succedere, il quale finanzierebbe il mio prossimo trip a Cuba, giusto per vedere come se la passa quell’unico pianeta rimasto nell’emisfero occidentale, che sta per entrare in una certa orbita… chiusa parentesi che è meglio). ??????????
E dicevo, un posto molto brutto, mi ha lasciato l’amaro in bocca. Fortuna che la Twa aveva preparato un dessert con i rambutan che anche a vederli vien da pensare a un gorilla, ma dentro sono … mmm! L’anguilla ce la siamo poi fatta in casseruola, a bocconcini ripieni di non so cosa, e avvolti da fili d’erba molti teneri e gustosi, prima si inzuppano in una salsa sempre preparata dalle sue mani, di contorno una specie di erbi affatto amari, saltati con l’aglio e con una punta di aceto vietnamita insaporito di aglio che lasciano dentro a macerare, insomma una specie di balsamico ma all’aglio. Una vera delizia.
Io e lei mangiamo spesso insieme (il mio laptop fra noi per il dizionario, io cerco, trovo, lei mi fa ripetere la pronuncia): ci sediamo al tavolo come cristiani, o buddhisti, o induisti, che credo il rito del mangiare seduti insieme sia un po’ globale, salvo per i due sposini che sono di un’altra generation. In più Trang ci ha la palla al piede del baby che è sempre a poppare. Tung è spesso a cena fuori – se dio vuole – quando c’è si scola sempre il mio vino dopo che mi sono ritirata nelle stanze mie e degli Avi, e a notte tarda mi si mangia le Marie. Non è che non gliene voglio dare, è che non si trovano facilmente. Loro la mattina si calano gli avanzi della cena. Se ti garba la colazione Western stile, compratela! Posso mica pensarci io. Io, già son volontaria…
Vi pare?

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Vino vietnamita cosiddetto “del serpente”

Mi sento le mani legate. I piedi non se ne parla. Che in più son gonfi, per il caldo e lo scarso movimento. L’intestino anche lui sulla cattiva strada. E un paio di altri organi, più a sud. Non riesco a organizzare il mio tempo come si deve. E lo spazio mi sfugge. Sul taccuinetto giallo americano ho trovato la bozza di un buon proposito della mia prima settimana in questo distretto di Ha Dong dal titolo Aggrappati al quinto, che recita così:

Mattina giorni pari ore 8:00 : trenta (a scendere) + trenta (a risalire) ogni giorno
Pomeriggio : integrare con nuotatina al quinto piano. Better connection and A/C.

Invece… boh, qui fino a qualche giorno fa c’era da sciogliersi a fare jogging, e il chiamalo-vano-scale del Van Phu Victoria non ha manco un buco di finestra, muri bianchi, portoni metallici e pesanti che metti si bloccano tutti e 41 in un sol colpo? Per darmi un po’ di spinta avevo pure pensato di chiedere a Tung di mettermi la colonna sonora di Rocky Balboa sull’I-pod, presente no, il video? Lui che corre fra i sobborghi di Philadelphia (più o meno sian lì), ci ha pure la fascia in testa da Vietcong, coi disperati che lo salutano e incitano al passaggio… lui in palestra che prende a pugni il punching ball (io userei la Twa)… lui che infine sale i gradini dei Philadelphia Flights, alza le braccia al cielo ed esulta vittorioso! Al posto della palestra avrei appunto la piscina del quinto piano. Mi sono portata tutto l’armamentario. Poi, uno, l’idea che le culex si siano nel frattempo evolute verso lo stato anfibio, e due, che il cloro sia di provenienza cinese… mah! Che dirvi? Non me la sento. E rinuncio a esultare.DSCN1092
Quello che sempre dimentico di chiedere è la nazionalità dei costruttori e brevettatori dei 12 ascensori della torre number 1. Nonché degli addetti alla loro manutenzione… Qui i cinesi son visti malaccio: imbroglioni, inquinatori e corruttori. Pur essendo la loro presenza ovunque. Circola voce che nel cemento si-fa-per-dire armato della linea metropolitana in costruzione ad Hanoi, di matrice cinese, ci sia come elemento “armante” le canne di bambù. Se mai veniste un giorno da queste parti, andate anzi a piedi. Buffo, che i vietnamiti ordinino di tutto in Cina via Amazon, per non dire delle loro rispettive bandiere, non so se esprimono chiaramente il concetto…

Chinese_flag_(Beijing)_-_IMG_1104    menu_dest_vietnam

Auguriamoci solo che da queste parti ci sia penuria di traduttori di webpage, come di certi rimedi contro la stipsi, ci terrei a tornare a casa integra.
Alla fine, little… ma pur sempre Italy!

 

(Lo sfondo è dell’artista vietnamita Van Anh, olio su tela e si intitola “Harvest 14”)

Al Silk Village in the rain

Oggi sono di umore gassoso, non saprei trovare altro aggettivo perché è fatto di molecole come quelle che svolazzano nell’atmosfera fuori dal trentesimo piano del Van Phu Victoria, dove c’è una foschietta e tutto sembra lesso lesso, non ve lo saprei spiegare altrimenti, ma il fatto di provarlo, eccome se lo provo, di sentirmi invischiata in questo stato vaporoso, con le molecole che fluttuano ma non vanno da nessuna parte, mi ricorda un certo umore dal colore indefinito, di quelli che li conosco bene perché amano insediarsi proprio di domenica, è il loro habitat preferito la domenica, come le zone rurali di Hanoi per le zanzare culex, tanto che una cosa almeno mi sento di affermare con scientifica certezza, ed è che fra lo stare qui e lo stare lì, fra cioè gassarsi in Vietnam, nella sua capitale, o a Marina di Carrara, Tuscany, vis-à-vis di certi umori domenicali, ecco non cambia proprio una beata … virgola.

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Salvo gli Unni fuori che ci danno dentro, in versione domenicale: Suvvia Madam Pe ndho lhan, stia su, stia su che la vita è bella-là-là! 
(E non ditemi, Te l’avevo detto! che ci ha già pensato qualcuno).