My Greece, my peace

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Quando scrivo all’ora di pranzo che son tutti rintanati al fresco a mangiare o ammollo, si sente lo sciacquettio contro il minuscolo moletto davanti a casina mia. C’è una panchina di pietra qua di fronte, dove mi siedo a pranzare, cenare o a fare colazione, e anche – sigh – ad ascoltare le notizie. Momento di assoluta surrealtà.

Quella di oggi recitava (la scrivo così resta e i posteri se scampano potranno rendersi conto di ciò:

Io mi sa che non torno.

 

All we need is a Boufalo

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All we need is a Boufalo

All I need is a Buffalo . . .

Peccato che nessuno sa dov’è questo posto che continuo a pronunciare come quello dello stato di New York.

Baffalo, Baffalo… where is it? που είναι?

[La colonizzazione dei greci (in rosso) e dei fenici (in giallo) nel IV secolo a.C.]

Passo un paio di file Covid, gente accodata con mascherina, non capisco a fare cosa, poi vedo l’omino delle Tourist info, volto scoperto, una faza una raza e mi ci fiondo.
Paracalò, paracalò, mi sorride ma nemmeno lui lo conosce.

Non sa di questa specie di Macondo – così se lo figura la mia debilitata fantasia, un borgo di pescatori sfuggito al progresso e alle grinfie del Covid, con in più l’aggiunta del mare (e del Wi-Fi).

 

Spyros mi ha suggerito di prendere l’Evia Shuttle che fa tre collegamenti al giorno, uno la mattina, uno il pomeriggio e uno alla sera, peccato mi abbia informata mezz’ora fa ma i biglietti andavano prenotati – solo online – almeno 24 ore prima. Sono indecisa se noleggiare un’auto, che è quanto consiglia l’omino del Tourist office, ma il pomeriggio è quasi passato, il tizio non sa darmi orari e dettagli precisi su come sbarcare all’altra sponda (da Atene devo raggiungere il pallino rosso) e il 23 del mese è ancora lontano. Perdippiù, io coi tassisti ci ho un genio particolare, potrei scriverci un blog a parte, ma per non tediare i miei innumerevoli follower, mi limiterò a ri-condividere la corsa Uber alla Union Station di Washington, quando in piena crisi influenzale Sars-Covid-19 nel dicembre 2019 (io anticipo sempre i tempi), davo il suo da undici a un tassista vietnamita, che aveva rinnegato le proprie origini per un’auto di proprietà, un pugno di dollari e tonnellate di cibo malsano.

Il mio Virgilio ellenico che sta guidando e smanettando con maestria si chiama Alexandros, avrà una quarantina di anni suppergiù, più su che giù, e si deve essere fatto una mega canna dopo l’ultima corsa perché il taxi è saturo di odore di cannabis. Con l’inglese se la cava maluccio, dice sciorri, sciurri, boh, pare greco, per fortuna ci ha un asso nella manica, cioè, nello smartphone.
Ora questa non la dovrei troppo dire in quanto language teacher, ma non posso non fare un elogio a Google Translate e alla signora qua sotto che mi ha fatto conoscere questa app formidabile a Gerusalemme quando dopo una distorsione dolorosa a un ginocchio, nello scendere dal letto a castello dell’ostello, mi ha vista zoppicante e mi ha praticamente rimesso in sesto con delle mosse particolari per “svuotare i miei meridiani intasati”, parole sue. Con la complicità di google translate.

  • * * *

50 sub 50 | News, Sports, Jobs - Times Observer

Ma torniamo alla mia maratona. E già perché guardate un po’ cosa stiamo percorrendo: io che  impugno la Samantha di google map, Alex con la Jessika di google translate. Fatte le reciproche presentazioni, via che si va, fra un trillo, un sorso di Coca e una notifica, segnalazioni e annunci, imbocca di qua e svolta di là, dopo una ventina di km lui ci possiamo rilassare ed ecco che come se niente fosse discettiamo di storia antica, di famiglia, Covid, e economia, mentre stiamo sfrecciando niente popo’ di meno che lungo Marathon Avenue, ragazzi, proprio quello percorso dall’emerodromo Filippide.
Parliamo del ruolo della donna (donna, donna, sì, si capisce che la sua idea di donna è in linea con quella dei Greci antichi (e francamente un po’ anche la mia). La donna deve allevare i figli, dice, per questo lui guiderà incessantemente da /per aeroporto tutta l’estate mentre moglie e prole saranno al mare.
Da parte mia gli dico che sua moglie è fortunata, e lui annuisce, mentre la Samantha ribatte convinta che il posto della donna è accanto al focolare domestico. Zan, zan!
Ci accordiamo per 50 euro. e un po’ di English training di cui ha molto bisogno, dice, e dato che la Jessika manda a dire che mancano 33 minuti al prossimo imbarco, prego Samantha di chiedere al suo padrone di dare di gas sennò perdo il ferry.

(continua..)

Io, abitante dell’Altrove

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Mettiamo un attimo in pausa il come sono riuscita ad arrivare a Eubea, e vediamo invece come secoli fa ne sono venuta via.
La storia che vi racconto oggi non so se riuscirò a dirla tutta prima di morire, con i tempi che corrono non ho molte speranze. Non perché sia malata. No, no, io sto benissimo. Sono i tempi che corrono ad essere poco salubri per me, e per la mia intera storia. Ne scriverò dunque un pezzettino, giusto l’inizio, cominciato sulle sponde di questa isola affascinante che si estende di fronte all’Attica. E che credo abbia segnato il mio destino di nomade, abitante dell’altrove.

La prima volta che ho sentito parlare del mio inizio è stato alle elementari, il maestro spiega la lezione sui greci, e io comincio a tessere la mia genealogia materna, discendendo la mia genitrice in linea diretta dal popolo dei Sicani da parte di padre e dalla Magna Grecia da parte di madre.

Ovvio che me la reimbastisco da me, visto che nessuno in casa sa dirmi un cazzo, del maestro invece mi fido, lo ascolto incantata mentre ci racconta di questi calcidesi che nel 700 A.C. fondarono Messina, l’antica Zancle. Viene così alla luce che ho un nonno siculo che resisterà alla colonizzazione dei sicani, discendente del popolo che prima di tutti si era accorto che questa isola aveva tre punte comodissime per gli approdi e montagne di gleba da zappare e far fruttare. erreinge Sticker Sicilia Trinacria Italia Adesivo Sagomato in PVC per Decalcomania Parete Murale Auto Moto Casco Camper Laptop - cm 10 : Amazon.it: Auto e Moto E una nonna materna che proviene dall’isola greca del Mar Egeo posta di fronte all’Attica, abitata da una popolazione di origine ionica che colonizzò la Sicilia a scopo commerciale, principalmente per controllare le vie dei metalli verso l’Etruria (e indovina un po’ dove ora abito io?).

Che in effetti la Peppa il commercio ce l’aveva nel sangue, vera business woman questa nonna mia ellenica, all’apparenza molto simile alla dea madre di Willendorf , anche se di fare la madre non l’aveva troppo in pancia. La Peppa tutt’al più era brava a levare lo scanto e a fare le majarie, proveniente com’è da un cultura fortemente impregnata di mito e magia. ed era inoltre una abilissima venditrice di tumazzu, passiti e ricotte.Il Culto della Dea Madre | Il Viaggio dell'Eroe
Il suo business era una botteguccia di alimentari infestata dai sorci e con un minuscolo oblò per finestra. Il frigorifero non c’era. Gli alimenti deperibili se era inverno li teneva appesi fuori dall’oblò, se era estate nel frigo in casa. A volte si sbagliava e ai clienti dava le sottilette incominciate, ma spesso quelli, più orbi di lei, manco se ne accorgevano, o se se ne accorgevano, non protestavano mai. Nell’antica Alontion tutti conoscono tutti ed è come essere parte di una grande tribù. Se qualcuno si arrischia a protestare, lei ribatte, Che c’hai a diri a ‘stu tumazzu? A quindici anni era già maritata con Turi, che quanto a dolcezza poteva competere con le bacche di gelso bianco. Una volta lei lo avvistò mentre tornava dal locu e pensò che quel picciotto faceva al caso suo. Senza stare a perder troppo tempo per dirglielo andò da sua madre, donna Concetta, e le comunicò quattro possibili date per il matrimonio, che scegliessero un po’ loro. La casa e tutto il resto ce li metteva lei. Quindi Turi fu messo al corrente dalla Concetta ma proprio all’ultimo, e siccome era un brav’uomo, calmo e tranquillo, accettò. C’aveva solo da guadagnare. La risposta fu Gnorsì. A sedici anni il primo figlio, Ἰωσήφ, e a ruota gli altri  tre, Βασίλι e la Γκραζία e la Μαρία, mia mamà. La più piccola e la più sfigata del gruppo. Come spesso capita a chi devia dal proprio destino, il quale può ritrovarsi o con un’immensa jella o con una incredibile fortuna. E la piccola Μαρία non è fra questi ultimi. Si sposarono, lui alto alto e scarno e lei tarchiatella e rotondetta, poi negli anni si è fatta molto grassa, si è fatta magna, dettaglio di spicco che sopra ogni altro corroborava le mie indagini portandomi a concludere che io e la mia famiglia fossimo dei veri avanzi di Magna Grecia. E che se c’è una terra dove devo e posso tornare, questa è l’Eubea.

Prima magari cerchiamo di capire come arrivare alla meta.

Effetto accodamento

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L’atterraggio a Atene è stato un tantino shakerato, direi in perfetto stile sirtaki, ma le operazioni di sbarco all’Eleftherios Venizelos sono filate lisce, personale paziente, cortese, rilassato. Compensava con l’aeroporto di Pisa che aveva smorzato il mio entusiasmo accumulato nelle ore precedenti, dopo 18 mesi di permanenza on the ground la voglia di decollare e evadere dalla realtà insalubre italiana era incontenibile, ma subito all’ingresso scattava il déja vu:

La prima cosa che stordisce quando sbarchi negli US dall’aereo e passi l’Immigration Office è la scritta STAY IN LINE. A me è sempre risultata difficile come operazione, specie dopo dieci ore di volo incastrati fra un bracciolo e un oblò. Ci hai voglia di tutto tranne che di stare in line. Ti viene da romperle le righe, da correre e da saltare in qua e in là, per la gioia di varcare la Golden Door, oltre la quale magari ti aspettava un bel Gringo, in barba alla striscia gialla che te lo vieta. Gli American Citizens invece ci sono abituati e seguono da bravi l’officer che li guida a destra, stile Polifemo che conduce il gregge verso la salvezza prima di morire dissanguato all’interno del proprio antro. Noi alieni a sinistra. A farci fotografare la pupilla, e a consegnare il compito in classe a scelte multiple svolto sull’aereo. Ha mai compiuto genocidio nel periodo compreso fra il 1933 e il 1945? Ha mai stuprato, sventrato, e scotennato un cittadino americano? Ha mai commesso atti impuri? Disobbedito a vigili e genitori? Desiderato la morte di vicini e dirimpettai?
Tempo stimato per la compilazione di detto questionario: 7 minuti e 45 secondi.
(Chissà nell’era post Covid quale diavoleria lessicale si inventeranno).

(Da Lezioni di far West di S. Pendola, acquistabile online 😉

Ebbene, anche all’aeroporto di Pisa è arrivato Polifemo che guida il gregge.
Un tizio all’ingresso del terminal B si sbraccia e esorta anche i passeggeri del terminal A a varcare la soglia di un macchinario che ti scruta a fondo, dentro e fuori, vieni vieni avanti, quindi i cartelli ti esortano ad accodarti, Signora, non lo sa? C’è una pandemia in corso.

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Mi sembra che certa gente ultimamente, specie chi lavora in luoghi pubblici (metti, a scuola), si riappropri di un suo senso perduto nel pronunciare certe parole (ed esibire certi gesti), riconquistando così una sorta di ruolo per mezzo del quale si sente garante (e garantita) di un ordine incontrovertibile e proveniente dall’alto, che in quanto tale la assimila automaticamente e un po’ la immunizza.
Se son qui che dalla mattina alla sera sparo con una pistola termo-rivelatrice in testa al mio prossimo, vorrai mica che poi la febbre mi viene a me? Va bene la legge di Murphy, ma un briciolo di immunità me la guadagno. O quei cinque minuti di gloria che spettano un po’ a tutti nella vita.
Signora non lo sa?
Che cosa?
Che è in corso una pandemia.
Motivo valido per ammassare e incanalare le persone attraverso un unico passaggio. Di quattro porte, usiamone una sola.

Siccome ero un briciolino in anticipo, cercavo l’uscita per andare al bar a ri-fare colazione, e con me un signore che voleva fumare, ma il bel caffè dell’aeroporto era chiuso da saracinesche e per accedervi bisognava tornare indietro alla … prima… seconda… terza… fino in fondo al terminal B, da dove si era entrati.
Guardi che c’è un altro bar all’interno.
Ma non ha i bomboloni.

Come fare per trovare l’uscita?
You can check out every time you want, but you can never leave, cantavano gli Eagles che queste diavolerie le avevano già previste negli anni Settanta.

E’ finita che il bombolone non era di Dazzi e sapeva molto di Dunkin donuts, caldo fuori e congelato dentro, come ormai buona parte degli esseri umani, che sorridono ma ti ignorano, si complimentano (ma non leggono un cazzo di quello che scrivi), ti chiedono come stai ma non aspettano la risposta, e se ti sei preso il Covid ti domandano subito, Ma il vaccino l’hai fatto?
Ecco, questi sono a mio avviso gli effetti nefasti dell’accodamento, bel lessema nostrano che fa piazza pulita di ogni avversario di matrice straniera, ci salva dalle infezioni e ridona dignità alla nostra lingua, che pure sa come far rispettare le regole.
Stay in line! Stay in line! Rispettare l’accodamento !

Certo a Odisseo non interessavano né i cinque né i mille minuti di gloria, e preferiva essere Nessuno pur di salvarsi la vita e salpare verso il suo destino di uomo libero. Eppure, mi ha sempre destato una nota triste il gigante con un occhio solo a cui Ulisse gioca il suo tiro mancino. Quando il ciclope orbato e avvilito porta in salvo le sue pecore e il suo fedele caprone, a me è sempre dispiaciuto. Per lui. Non per le pecore.
Omero non ce lo dice, ma è facile pensare che siano poi morte di stenti, vittime dell’accodamento obbediente e di una ossequiosa esistenza ovina, priva di raziocinio.

Anche all’Aeroporto internazionale di Atene ci sarà stata qualche parola che farebbe sorridere Ulisse, ma io con la lettura del greco sono ancora molto indietro e non me ne accorgo, dunque mi accodo da brava, mostro i documenti della mia sana e robusta costituzione, esulto perché l’ho scampata al paventato doppio tamponamento ‘a random’ di controllo, e do l’avvio alla mia ennesima avventura ellenica.

 

Immagine di copertina: https://www.ruminantia.it/wp-content/uploads/2018/06/polifemo-f.jpg

Grecia, arrivo!

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10 luglio 2021

Ogni volta quando la Pasqua si avvicina, mi chiedo dove, come posso tentare una rinascita, e da tempo ormai la Grecia fa piazza pulita di ogni dubbio e reticenza, e restrizioni Covid. Da tempo ormai, a differenza dei prigionieri di un’isola, io la mia fuga riesco a concepirla all’incontrario. Quest’anno più che mai dovevo rifuggire da trend banali e inutili spauracchi, e grazie all’intervento di un genio un po’ trasandato e stanco – ma pur sempre genio! – del viaggio, ecco che dal cilindro magico del mio immaginario polveroso rispunta Eubea: isola a metà, attaccata alla terra ferma da un filo, anzi due, come nelle antiche fiabe che mi raccontava mia nonna, veri e propri aneddoti della tradizione buddista, koan de noartri, poveri discendenti di una magnitudine che resiste là dove la natura delle cose non è mai nettamente definita: né luce né buio, né vuoto né pieno…

C’era una volta un re che voleva maritare la propria figlia ma cercava uno sposo speciale, che sapesse accompagnarla al castello né nuda né vestita, né sazia né affamata, né in piedi né a cavallo. Un giovane accorto e di buona natura vince la mano della sposa conducendola a palazzo rivestita di una sola rete, a cavallo di un asino coi piedi che le toccavano a tratti il selciato, e con una fava secca in bocca che non le facesse sentire la fame né la saziasse mai.

    Isola di Eubea, il vecchio ponte sull’ Euripe

 

 Isola di Eubea, il ponte a sud, inaugurato nel 1993

Le note seguenti sono per i miei corsisti che chissà se rivedrò a settembre. Ragazzi: per la serie “Si fa per dire”… attenzione ai ponti!

 

 

I ponti io li adoro per come riescono ad annullare le distanze, i divari, le incomprensioni, i conflitti e le separazioni. Un ponte ti porta di là, verso una terra sconosciuta; favorisce il passaggio verso il desiderio, dà la spinta verso l’oltre, verso l’altro. Un ponte, come il dialogo, consente la comunicazione e la possibilità di incontro tra sponde differenti e opposte. Le combinazioni linguistiche e semantiche con la parola sono molteplici, quelle ambientali e psicologiche possono essere nefaste, però. Io ad esempio su un ponte mi ci sono sposata, credevo così di favorire il passaggio verso il desiderio, la spinta verso l’oltre, verso l’altro, di favorire il dialogo ecc… ecc… Ma non è stato così.
Mi sono sposata sul Ponte delle Magnolie, che collega le due sponde del bayou Saint John, a New Orleans, è stato molto bello da organizzare, vivere e da raccontare e fotografare, ma poi sono rimasta sospesa nel vuoto perché mancava l’approdo.

Magnolia Bridge over bayou Saint John, N.O.

ponte /’ponte/ s. m. [lat. pons pontis; nel sign. 8, traduz. inesatta dell’ingl. bridge]. – 1. (archit.) [manufatto di legno, ferro, muratura o cemento armato, che serve per attraversare un corso d’acqua, un braccio di mare, ecc.: p. stradaleferroviario] ≈ ⇓ cavalcavia, viadotto. ● Espressioni: fig., tagliare (o bruciare)i ponti (con qualcuno) [interrompere i rapporti] ≈ rompere, troncare. . .

 

Il problema poi è stato proprio troncare, tagliare, bruciare, perché come un organismo malefico il ponte inesistente ogni volta che lo tagli magari ricresce; lo bruci, resuscita. Bisogna imparare a ignorarlo. Lasciarlo lì. Guardare, passare da un’altra parte.

Ed eventualmente andare a nuoto.

 

 

 

 

 

 

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Ginger
plastic sheets
Milk
Shampoo
Olio
Felix
croccantini
c. igien.

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L’eradicazione della polio mediante vaccinazione, by Dr Russel Blaylock

*

Bollettino Covid Italia e Lombardia,
i dati di oggi 29 giugno: 679 nuovi casi e 42 decessi

*

Protocollo per l’arrivo in Grecia

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Destination Greece : https://greecehealthfirst.gr/

*

Spugne, tonde, ecc…
Kit cucito
Spazzola pelo

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11 luglio 2021, h. 7: 21, stazione di Campiglia, la Anna dice stammi bene, e io lo so che sarà così ma il presente è ben altro.

Un’occhiata alla chat di un vecchio account whatsapp, dove vomito e lancio appunti e note un po’ alla rinfusa,
7 trucchi per ridurre grasso addominale;
e annoto appuntamenti  galanti (!)
Ciao, ecco il link per il tuo accesso gratuito al nostro incontro online della Toscana…
mostra una donna non propriamente serena e sodisfatta delle sue relazioni.
E se è vero che la nostra esistenza è la risultante di quanto solidi e autentici sono i rapporti che ci siamo costruiti io mi posso anche sparare.
O andarmene in Grecia.

Quel che è certo è che arrivarci a nuoto mi sarebbe costato meno ansia e fatica.
Ché non è tanto la paura di (non) arrivare a destino quanto di dimostrarsi unfit, non tagliati per l’intera operazione. For the whole operation!
Sarò così?
Sarò colì?
Saprò:

a) impostare il 3 g, sennò Iliad non connette?
b) Attivare il data roaming?
c) Riconoscere al volo tra la mezza dozzina scaricata di PDF quello che manca e/o serve :

    1. al check in
    2. all’imbarco
    3. allo sbarco (nel caso mi selezionano a random per un altro tampone)
    4. a bordo treno
    5. a bordo lago…

Poi le password : per consultare il referto covid; per scaricare il qr code in vista del lasciapassare definitivo per l’ingresso nel paese; per l’app – obbligatoria – Visit Greece; per prelevare; scaricare; caricare; lavarsi i denti; grattarsi il (!).

Quindi i codici utenti e quelli clienti; i pin dispositivi – personali e consegnati in filiale – meglio portarsi anche il vecchio cell perché il nuovo non riconosce la banca, la banca non riconosce più il vecchio, ma i due dispositivi comunicano fra loro per fortuna!); il Passenger Locator Form, da compilare non più tardi di h. 23:59 prima dell’imbarco (fammi ricontrollare se non ho sforato di qualche minuto) a meno che l’ora dell’arrivo non avvenga oltre 24 ore dopo quella dell’imbarco; le nuove regole aggiornate del ministero dei trasporti greco for domestic air travel to its island. 

Sul treno semino un mio corsista che voleva attaccare bottone per starmene in pace e scrivere – il nono ! – messaggio al mio host Spyros che in questi giorni si è rivelato molto paziente e d’aiuto, e soprattutto intrigante quando mi ha comunicato l’indirizzo per il  P.L.F.

Evia: Porto Buffalo
PC 34017
Evia island

(Quindi prevenendo la mia domanda e bloccandola sul nascere, ha subito aggiunto:

There is no street name or numbers in my village.)

Finalmente una bella notizia!

Gli comunico che sto andando alla aeroporto e già che ci sono anche le info del volo, non si sa mai potrebbe stare in ansia.

Mentre il treno mi srotola davanti la meraviglia estiva della campagna della Val di Cornia, sento sciogliersi l’adrenalina, l’ansia si attenua, e lascia il posto al primo paio di ettogrammi di euforia pura!
(Ne ho accumulata a tonnellate!).

greece flag - 75 Free Vectors to Download | FreeVectors

Grecia arrivo!

P.s C’è solo un piccolo dettaglio che ho trascurato, Come ci arrivo a Porto Bufalo ? 

Scaricare la paura

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9 luglio, 2021

Stamani mentre si apprestavano a tamponarmi il naso, pensavo al mio viaggio a Chios l’anno che è morto mio padre, e a questa idea che mi ero messa in testa di andare a ricomporre i pezzi, a rincollarli: i miei pezzi andati in frantumi, prima che se ne perdessero alcuni. L’infermiera mi fa, Stia tranquilla che è solo fastidio e dura pochissimo, ma io che non sono Drusilla Foer, ero angosciata per via di una cosa che ho visto ieri sera su fb ma non c’è verso che la ritrovo, una raffigurazione molto impressionante della ghiandola pineale localizzata nel cervello, dove per mostrare meglio si vede un dito infilato nella narice e da lì penetrare dentro la scatola cranica, ohibò, ma non c’è verso di ritrovarla. La raffigurazione. E all’idea di questa cosa che ti va su per il naso e magari arriva al cervello e fa dei danni, fa fuoriuscire la mia materia grigia preziosa.  Quell’anno combattevo una battaglia impari con il Dio Pan , che si era messo a ridarmi la caccia. Mi ero letta il panico quotidiano, di Christian Frascella, dove la paura ti piove nel cervello, e c’è un pezzo per me esagerato che fa così:

“Le crisi venivano, arrivavano dalla bassa natura delle cose, dallo sporco delle cose, dalla sozzura e dalla vergogna, dalla colpa, dalle magre illusioni tradite – arrivavano e mi schiantavano come da un’altezza siderale. Cascavo giù e – occhi aperti sul vuoto – mi preparavo a morire. E morivo. Una morte di un’ora, di un’ora e mezza. Poi tornavo inutilmente a vivere. La lunga morte passeggera che era il panico durava più o meno quanto un film. Una o due volte al giorno. Senza  preavviso, altrimenti che paura sarebbe? Giorno, notte, prime luci, ultimi  bagliori – era lo stesso. Non potevo prevedere il momento. Però sapevo che sarebbe arrivato.
[…] Cosa  facevo, come le contrastavo?
Me le sudavo a letto. Me le stringevo tra le mani con le coperte. Me le ingoiavo incandescenti giù per l’esofago e lo stomaco e la pancia. Me le tremavo. Me le  piangevo. Esplodevano simili a temporali estivi, poi si allontanavano – attorno a me l’odore della polvere.
Ridevo di  me. Piangevo per me.”
 (Christian Frascella, Il panico quotidiano)

Prima di un viaggio io ho sempre un po’ paura di perdermi, di andare alla deriva con il corpo e con la mente, di rivivere l’abbandono in mezzo a una strada buia perché parlavo troppo e assordavo il mio caro padre. A-ban-don, al bando. E lì sì, in quel quel momento, per dirla con Frascella, “mi è piovuta in testa la paura”.  Dopo anni, non solo continuo a parlare troppo, non riesco a digerire quell’esperienza. O a vomitarla una volta per tutte.

To let it out, to discharge it.

E mentre l’infermiera raccoglieva muco, io ho ricordato a Palermo quando la nostra trainer Caroline ci fece soffermare sulla multivalenza del verbo e sostantivo (To) discharge. When do you have a “discharge”? Ognuno dà la sua, poi Alyssa alza la mano e dice, Tipo quando si ha una secrezione nasale… E tutti ridono e si schifano un po’, perché gli anglosassoni si sa, il troppo espilcitamente corporeo è sconveniente, ma Caroline, più di palermitana che Mancunian ormai, dice okay, that’s right, it’s still stuff that comes out, è comunque roba che fuoriesce.

I miei students sono quindi pregati di prender nota:

                                        To discharge:

  1. a person or thing that is discharged;
  2. dismissal or release from an office, job, institution, etc;
  3. the document certifying such release;
  4. the fulfilment of an obligation or release from a responsibility or liability;
  5. the act of removing a load, as of cargo;
  6. a pouring forth of a fluid; emission;
  7. the act of firing a projectile;
  8. the volley, bullet, missile, etc, fired;
  9. a release, as of a person held under legal restraint;
  10. an annulment, as of a court order;
  11. the act or process of removing or losing charge or of equalizing a potential difference;
  12. a transient or continuous conduction of electricity through a gas by the formation and movement of electrons and ions in an applied electric field.

E insomma che non sono ancora partita e son già stanca, e anche avverto sintomi strani dopo la raschiatura e tamponatura mi sento la gola un po’ così.

Passo da un articolo all’altro, da un libro all’altro da una stanza all’altra da una cosa da fare all’altra, e ce ne sono mille. Non capisco nemmeno io perché tutto questo affanno e ansia, non credo sia per il viaggio in sé ma per la paura di venire puniti, braccati, fermati, quarantenati…

Ma sì, cambiamo argomento…

Absrdities of travels

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Per la mia esperienza personale, più è assurdo il motivo che spinge a un viaggio, o quantomeno irregolare, inaspettato, più ricco e intenso il risultato. Un paio di anni fa, in coincidenza con la morte di mio padre, che nei miei viaggi – geografici e non – non manca quasi mai !  ho deciso di salpare per la Grecia, di imbarcarmi in un progetto di vacanza-studio della lingua greca. Se pensiamo che il greco è praticamente la madre-lingua di ogni idioma (d’accordo sto arrotondando per eccesso, ma si capisce il concetto), è facile comprendere quale nutrimento ne otteniamo: ogni parola contiene in sé un vero viaggio tempo-spaziale. Fra i miei appunti ritrovo:  la lingua greca non è solo uno strumento comunicativo, è un veicolo di pensiero: il legame fra noi e il mondo, non solo quello manifesto ma anche quello nascosto dentro ognuno di noi, un tesoro di cui siamo tutti capaci di parlare ma non tutti in grado di riportare alla luce.

 

 

 

Following my very personal travelling experience, the more absurd the reason of a journey – or else irregular, if anything unexpected – the richer and more intense the result. A couple of years ago, it coincided with the death of my father, a constant presence in my geographical and non- geographical journeys – I set out for Greece, to embark on a tree-week Greek course, modern Greek, that is. A strike of life. To think that the Greek language is the mother of all languages (okay, I am rounding up a bit here, still, you got my point), we can understand what nourishment we get from it: every word contains a real space-time journey. Amongst my notes i find: “Not only is the Greek language a comunicative tool, it is an instrument of thought: the link between us and the world, not just the visible, but the one buried in each of us, a treasure that we can all talk about except not all are able to bring to light”.

 

Lost or found?

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The first time I learnt about Iraklia, pronounced Iraklià, with an accent on the final vowel, was over twenty years ago, an article from a Touring Club guide was informing me about this tiny little island, south of Naxos (Cyclades), where – the legend has it – somewhere on the bottom of the sea, lie the remains of Atlantis.

An island which would literally be one last and lost piece of paradise was going to be my redemption, my release (link to discharged) exactly what for years I had been dreaming, a recurrent dream which year after year slowly turned into A NIGHTMARE, culminated exactly 10 years ago.


And of which yesterday I had a little aftertaste, my mouth still bitter and sore.
Alla ricerca del paradiso perduto.

Compagni di viaggio

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L’affascinante signora vietnamita con cui dividevo il tavolino (in VN sono come quelli dell’asilo) sui marciapiedi del centro storico di Hanoi. Non si parlava ma comunicavamo a gesti, cosa per me molto utile. Mi ha insegnato a disinfettare le bacchette prima di ogni pasto. E comunque avevo fatto 5 – no, dico 5! – vaccini: epatite a,b, tifo, colera, e tetano. No, per dire…

 

***

Invece una delle compagne di viaggio più significative (ma dovete accontentarvi della descrizione a parole) l’ho conosciuta per caso anni fa su un volo Pisa-New York che aveva due ore di ritardo, si chiamava Lorna e era di Cincinnati. L’avevo incrociata alle toilette del Galileo Galilei. Avevo dimenticato il dentifricio e lei me ne ha prestato un po’.

La descrizione seguente è per gli studenti di grado intermedio.

Tradurre:

Originaria del Kentucky ma cresciuta nell’Ohio, la bella cinquantenne si è laureata alla Tulane University con un Master in Scienze della Comunicazione perfezionato a Baton Rouge, dove ha conosciuto il primo marito con cui si è trasferita a Vancouver per poi ridiscendere in California con il secondo. Il quale, carriera da diplomatico, se l’è trascinata in Europa dove ha vissuto sei anni. Rupert, last but not least, la aspettava a Reno per convolare a nuove nozze.

And what about you, darling? Do you have a Porschia in Carrera?

Tre americani su cinque, se gli dici che sei from the city of white marble, ti fanno quella domanda lì. Ma Lorna era molto simpatica, a parte questo, e gliel’ho perdonata. In cambio della sua gentilezza l’ho immortalata nei miei Consolidation Test, sulle Introductions. Le presentazioni. E poi siccome insisteva, per sdebitarmi del dentifricio, le ho offerto un po’ della mia focaccia apuana, e si è rivelata un’ascoltatrice coi fiocchi, vera travelling companion, degna dell’etimologia originaria. Fra un boccone e l’altro le ho raccontato perché ho venduto la casetta di Marina. Del mio giardino fiorito: troppo impegnativo. Della cucina: troppo piccola, senza tavolo per gli ospiti. E via di ‘sto passo, Story of my life!
Of course, darling, of course!

 

 

Simpatico compagno di viaggio indiano conosciuto sul Glacier Express che non aveva mai visto la neve (!), son passati 9 anni anni da allora, i selfie non esistevano ci siamo scambiati un bel po’ di scatti (e impressioni di viaggio).

 

Bella modella turca che ha posato per me sul traghetto da Cesme a Chios.

Lei non ha bisogno di presentazioni. Ed è la mia compagna di viaggio preferita: la sola che mi sopporta.

 

 

(Passeggero a Roma Termini)

(Clandestino a bordo)

(Finalmente a casa!)

 

   

(Chef dal mondo)

(Chef di Trenitalia)

(Pescatori turchi di Selchuk che facevano i saldi)

 

(Fruttivendolo latin lover)

Io e mammà: colazione in campagna abruzzese!

Io e Fiorenza : merenda sul bus per la Palestina

Compagno/a viene dal latino “cum panem” colui o colei con cui si divide il pane (o i fichi) oltre ad un percorso e a una destinazione.

Scolaresca in gita a Abianet, sulle colline iraniane

Due studentesse in vacanza-studio con me a Boston

Il gentleman con cui ho voluto attraversare (poi tagliare inutilmente) il ponte. Chi volesse scoprire di più può cliccare e sbirciare qui.
(Già, io sempre a sbandierare  ..azzi miei ai quattro venti).

 

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My very special Greek friend; host and guest! Degnissimo rappresentante dell’etimo di ospite.

Jackie & Jean-Claude: esperti on the road con cui ho condiviso pane, pesce e olio greco!

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[La lista è in aggiornamento]