Washington? Meglio Saigon

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Washington, 26 dicembre mattina: conversazione con tassista Uber

Di dove?
Saigon…
You mean… Saigon like Ho Chi Min City?
Yes…
Aah, Vietnam, I love Vietnam! ci sono stata cinque settimane, che esperienza magnifica, sublime, non ritroverò mai più la raffinata semplicità dei cibi, della vostra cucina, me la sogno ancora…
Ma tu, perché sei qui? Why??

E in pratica la ragione dell’espatrio di Dau, giovane asiatico sulla trentina, sono… gli interessi.

Qui a Washington si è comprato la macchina a rate e le può restituire con comodità, in Vietnam o paghi tutto insieme o vai a piedi.
Really??
Really.
Mah…

 

Tassista (abusivo) di motoretta

 

Tassista di bove

Precisiamo, non è del tutto così. In Vietnam vivono novanta milioni di esseri umani, in un paese che è una virgola confronto agli Stati Uniti, i quali ne contano duecentoottanta milioni. Ognuno dei quali ha in media 2 auto e mezza a testa. Fate le dovute proporzioni e conclusioni. Se ogni vietnamita adulto e patentato avesse anche mezza auto a testa il paese scoppierebbe, io ci son stata e ho visto, già così, come sono combinate le strade, la gente si muove in motoretta. O in bici. O coi carretti. In gondola. Coi risciò. In altre parole penso che agli americani i vietnamiti gli facciano un po’ un favore, come dire, vi lasciamo fare e non inveiamo, E scusa anche se fosse…. I mean… voglio dire, non potevi fare un altro lavoro? Solo l’Uber driver sai fare? Non è mica quella gran soddisfazione, sai?! Lavorare a Natale e il giorno dopo e … E mi parte una filippica contro l’Occidente imperialista e schifoso che non riesco a frenare, il povero Dau prova a replicare ma il suo inglese si fa stentatissimo e non ci capisco niente, intuisco che Washington lo alletta di più, mentre avverto spifferi di gelo giungermi dal passeggero seduto dietro, la mia dolce e giovane guida comincia a incazzarsi, non sopporta che sua madre smascheri questo paese ad ogni pie’ sospinto (“perché non te ne resti a casa se devi sempre criticare? Sei la solita italiana che vuole dettare legge a casa degli altri!”), anche perché ha deciso di viverci per un po’ che mi piaccia o no, solo che a me non mi piace per niente ma questo è un dettaglio irrilevante e io non dovrei insinuarle dubbi ma solo certezze, mi ha suggerito suo padre. Io però credo che il mondo si smuova grazie ai dubbi e non alle certezze, specie le false, quelle che non piacevano a William Penn, solo che la sua stiirpe è finita, e anche la mia finirà, oh my god, finirà, finirà, la febbre invece non finisce, ieri sembrava andasse meglio stamani siamo punto e capo, mi fa male dappertutto e dobbiamo ancora raggiungere Richmond, Virginia, e domani chi se la sente di guidare fino alla Carolina del Sud, oh my god, oh my god, io non volevo venire per star male, e nemmeno per visitare questa città da day after, io volevo un po’ di sapore di famiglia, calmati, mi dico, calmati, mi calmo …

 

Tassisti metropolitani si consultano per capire come fare a portarmi a casa.

 

 

 

 

Tassista di risciò (chi va piano…).

 

 

 

 

 

 

 

E… l’inglese dove l’hai “imparato”? lo incalzo.
Youtube.
Giusto.
Vallo a spiegare al mio DS e ai colleghi che son rimasti qualche decennio indietro in fatto di tecniche di apprendimento , vabbé… non ci incazziamo ulteriormente.
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No, niente, cercavo di ricordarmi il nome di quei noodles…
Dau mi guarda sorride e annuisce (la mia Virgilia dietro digrigna i denti, la lite è a un passo, il trip a Richmond sarà uno spasso), capisce una sega di quel che dico. Ma che gli frega? Gli basta localizzare una meta, gliela suggerisce google map. L’importante è restituire il prestito per la macchina in sette anni, al suo paese fa in tempo a morire.
Qui ci pensa il fast food a farlo fuori.
E … col mangiare come fai? Come te la mandi giù questa merda (dico crap, in realtà…che è un po’ meno brusco)?
Stavolta acchiappa al volo. Dice il Pho glielo fa la su’ sorella (a pensare ai colleghi mi è venuto un rigurgito labronico).
Deh.
E mi ritorna in mente il sublime cibo del PhốCổ. Leggete e guardate qua!  (e commentate e leccatevi i baffi!).

 

Siamo arrivati. Frena. Scende e gentilmente ci prende i bagagli. Da questo ingresso della Washington station si gode una prospettiva che arriva dritta al Campidoglio. Molto suggestiva. A me non mi smuove niente.
Recuperiamo i trolley, la mia Virgilia sfodera molti sorrisi, gran parte dei quali servono a chiedere scusa dei talenti di sua madre, poi lui sale in macchina e noi attraversiamo, ma io continuo a guardare mentre rimette in moto, si aggiusta alla guida, dà un sorso al suo latté da 7$ e via che riparte, a scorrazzare altri clienti.

Con sette dollari, penso, nel  PhốCổ ci facevo pranzo e cena, aah, che sublime! 
Poi mi viene in mente una cosa molto sharp che un giornalista ha detto a Radio 3 settimane fa, Chi critica i consumi, ha già consumato.
E mi sento un tantino ipocrita.

The day after … Christmas

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Molto figa ben tenuta e ben laccata, Washington merita pieni voti come capitale degli States.
I palazzi della nostra zona hanno ingressi importanti, alberi di natale (veri) a tre piani, colonnone e capitelli, archi e mattoncini originali post coloniali. La sera del 25 dicembre però le strade sono semi-deserte e a pienamente illuminate e pattugliare dalla WPD, se ve la devo proprio dire tutta a me mi fa molto l’effetto di un day after… Christmas, certo, ma pur sempre velatamente spenta e post-bellica. Mi sparo quindi a pieno titolo la versione Karaoke di Washington nelle orecchie, e me la canto e me la suono per le strade di Washington, (io posso).

Target da colpire: un convenience store che ciabbia prezzemolo e aglio freschi (e soprattutto che capiscano cosa sono!).


La casa Bianca non sarebbe neanche troppo lontana, una bella passeggiata a piedi, peccato che i miei non rispondono molto ai comandi. Il resto del corpo pure è in stato di semi-ammutinamento, saggiamente me ne torno a casa. Dice che Trump mangia i bambini…

Noi, anzi la bottarga . . .

 

 

 

 

 

 

 

Sto andando a Washington (ma cosa vado a fare non lo so)

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25 dicebre, 2019

Quando è uscito Viaggi organizzati di Dalla io me lo ricordo dov’ero e cosa facevo, so che adesso desterò sbuffamenti e gestacci, ma ahimé, sì, ero molto infelice.

Avevo compiuto da poco vent’anni e le cose non mi giravano proprio alla grande. Mi ero fatta “adottare” da una famiglia con cui sono rimasta amica fino alla fine, li avevo conosciuti alla pensione-ristorante l’Oasi (“primi piatti e fritture d’asporto”) dove facevo la stagione, mi avevano invitata ad andare a trovarli a Quimper. In Bretagna. Amici, genitori, fratelli, una formula di perfetto surrogato di felicità familiare. Dopo essermi iscritta all’università, poco convinta di cosa avrei combinato, una sera pensai chissenefrega e presi il Palatino per andare su su, al punto più a nord in cui ero mai stata: nel Finisterre: alla fine della terra. Avrei passato un Natale decente. Washington  era uscito mesi prima, un amico mi aveva fatto una cassetta con una specie di playlist, oltre a Washington ci avevo fatto mettere Against all Odds di Phil Collins. Io partivo: contro tutto e tutti. Sul treno mi rubarono walkman e cassetta, un bellissimo Sony che mi aveva prestato un amico, manco il tempo di arrivare a Parigi e di ascoltare tutte le canzoni. La mia famiglia adottiva  me ne regalò un altro, ancora migliore, ma io stronza al mio amico al ritorno gliene comprai uno da quattro soldi.

La Pointe du Raz, Bretagne

Questo comunque non c’entra, divago come sempre. Colpa della febbre. Non cala. Ho finito il blister di tachipirine che mi ero portata, son passata alle Aspirine, che sto integrando con delle bustine di antinfiammatorio/dolorifico che fanno passare anche la morte. Tempo venti minuti e torno come nuova: il sangue smette di bollire e riesco a camminare e a salire e scendere dagli Uber.
Gli Uber. Magari a volte costicchiano, non dico di no, ma conosci sempre gente nuova e chiacchierina, un po’ come chiamare un amico (!) che tempo 7 minuti… 6… 5 … 4 … 3 … 2… 1! arriva sfrecciando con un’auto bella nuova, comoda e profumata, Hi, how are you doing today? Merry Christmas, Happy New Year, have a nice day…
E tanti saluti.
Una ventina di dollari/euro e ti sei tolto la paura, e non c’è bisogno di stare a mandare un messaggio di pre-allerta – Hello…- per dire che c’è un messaggio in arrivo che ti sto per chiamare che sono all’aeroporto/stazione/fermata bus, non è che potresti…?


Ogni volta che ascolto Washington mi prende una sorta di euforico spaesamento che mi ricorda quei giorni, la mia inconcludenza. Invece sono andata a ripescare un’intervista di Dalla in cui ne parla come di una specie di allucinazione bellica scandita da giapponeserie sintetizzatedue aerei da combattimento, uno giapponese e l’altro americano, un riflesso del clima da Guerra Fredda che si viveva in quel periodo.

Pensa com’ero presente a e stessa, al mio periodo storico.

 

L’amico Penn (e come quell’amicizia non poteva durare)

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William Penn’s treaty with the Indians, when he founded the province of Pennsylvania in North America 1681 / Benj. West pinxit ; John Boydell excudit 1775 ; John Hall sculpsit.

Mettiamola così: se William Penn fosse vissuto negli anni 80, non ci sarebbero state discriminazioni: né di razza, né di virus, né di credo… I bruised and battered avrebbero avuto vita migliore. Ma l’amicizia in cui Billy aveva tanto investito e creduto non durò. Morto lui, il figlio non continuerà sulla sua linea, e il trattato suggellato con il Clan della Tartaruga dei Lenape si perderà nei venti di guerra e di conquista. Nella foto in basso che ho scoperto essere alla Library of Congress, lo vedete mentre si scambia doni con i nativi, fra cui – ho scoperto – un gadget particolarmente gradito ai grandi capi : lo scacciapensieri. Pare che presso gli indiani andasse a ruba!

Penn era un trouble maker, una testa calda, un disturbatore di pace precostituita. Dopo la batosta subita dal padre ai Caraibi, l’ammiraglio viene spodestato dei doni ricevuti, e la famiglia è costretta a emigrare in Irlanda, dove William entra per la prima volta in contatto con la società degli Amici. Qui comincia a farsi notare, cantando fuori dal coro e rifiutando la dottrina anglicana; quando torna i Inghilterra e si iscrive a Oxford, non passerà molto prima che – tacciato di anticonformismo – si farà espellere. Il padre, già oberato dal peso delle proprie rogne, ne avrà una passione, e nella speranza di rimettere il figlio in carreggiata gli regala un biglietto aperto per l’Europa, Vai figliolo e torna quando avrai le idee più chiare. Per  un po’ le cose sembrano andare meglio, al suo ritorno William jr si mette a studiare legge, e le idee si fanno sì più chiare ma non della luce auspicata dal padre, bensì quella professata dai Quaccheri : la luce interiore, che spinge ad andare avanti con fiducia nelle proprie risorse per metterle al servizio della comunità. Una comunità che si regga sulla fratellanza e sull’uguaglianza e equanimità – al padre per poco non viene un coccolone, e di nuovo lo rimanda in Irlanda a prendersi cura dei beni immobiliari di famiglia. Ma lì Billy viene a contatto con Thomas Loe, che dopo aver sentito predicare, decide di seguire e di entrare a far parte della Society of Friends. A questo punto si è conquistato la patente di disturbatore sociale di pace, con la quale potrà entrare senza troppo sforzo in galera. Vi scriverà instancabilmente pamphlet e trattati contro il sistema politico e religioso dell’epoca: il tempo, fra le mura della torre di Londra, dove entra ed esce una mezza dozzina di volte, non gli mancherà. Al padre non resterà invece che farsene una ragione, e riconciliarsi, prima di morire, col figlio e con le sue idee, grazie alle quali in nome suo lascerà duratura e benevole impronta nel Nuovo mondo per le generazioni a venire.

In questo vibrante dipinto si gode una bella istantanea dell’epoca, di cui la didascalia sarebbe più o meno questa: Billy, il gentiluomo sulla destra in primo piano che promette alla prima moglie (Gulielma si chiamava, a cui succederà Hannah, più brava non tanto come moglie quanto come raccoglitrice di proseliti) un futuro migliore. Vieni, cara, non dar retta e fidati di me, laggiù ricominceremo daccapo, fonderemo la nostra società di amici.

Il progetto che Penn aveva in mente nel Nuovo mondo non era la conquista, era la rinascita. Rinascere e ricominciare daccapo garantendo ai Quaccheri, e a tutti i bruised and battered dell’epoca, un governo e un’esistenza migliore, la fine dei dogmi e delle persecuzioni, delle gerarchie, delle indulgenze, delle scemenze. La luce in luogo dell’oscurantismo. La fratellanza in luogo della sudditanza, la cooperazione in luogo dello sfruttamento. Lo sbarco di Penn, nella foto in alto, avverrà ne 1682 e William sarà accolto con grandi onori dai Lenapi. La pergamenona del dipinto non è il Charter con cui Re Giorgio dichiarava Penn proprietario dell’intero stato che porterà il suo nome, bensì un informale Patto sacro (The Treaty: che Voltaire definirà, “L’unico mai giurato e mai infranto” ) con cui William si impegnava a riconoscere al capo indiano parità di godimento di diritti delle terre in questione. Nessuno avrebbe tentato di convertire nessuno, ognuno sarebbe stato libero di essere se stesso.

    

La città di Philadelphia, la prima vera city americana (sarà capitale degli Stati Uniti quando New York era ancora poco più che una caotica città di provincia), verrà ideata da Billy in persona, una griglia congegnata e strategicamente disegnata in modo da far sentire suoi abitanti in pace e armonia con l’ambiente, e mettendoli in condizioni di prosperare in modo efficace ma pacifico. Insomma: una città eco-sostenibile – con giardini, frutteti, e dalla struttura ampliabile così da garantirne la crescita e lo sviluppo negli anni a venire.

La prima immagine del video del Boss si apre su questa foto, che io pure ho scattato ma questa di Wikepedia è molto meglio. La statua che troneggia sulla punta della cupoletta è Billy che guarda alla sua città. Sotto di lui il capo dei Lenapi del Clan della tartaruga, due rappresentanti dei primi coloni svedesi e finlandesi che occupavano l’area, e quattro aquile, a ricordarci il monito di un altro temerario quasi contemporaneo, Henry Hudson, che solo con le ali di un’aquila si può volare in alto. E Billy ne aveva tutta la portata.

 

Where’s my home ?

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La splendida Yazd, vera perla d’oriente.

Io viaggio all’incontrario: non per evadere ma per sentirmi sempre a casa. Una mia amica mi ha scritto – in risposta ad alcune foto di interni ed esterni che le ho inviato di dove mi trovo – Wow, che meraviglia, chi te lo fa fare di tornare? (Sottotesto, A chi frega se resti o torni?).
Ma cosa vai a pensare…
Il punto è, su di me il viaggio agisce all’incontrario, io viaggio per potermi sentire a casa. Per sapere che ovunque io decidessi di andare, troverei sempre qualcuno ad accogliermi.
Io i miei “accoglitori” me li ricordo quasi tutti, sparpagliati in tanti angoli di mondo. Mi ricordo l’accoglienza militaresca (!) a Smirne, mi ricordo di Akbar, un ragazzo iraniano di Yazd con cui ho passato una mattina intera ad aiutarlo per un esame di inglese che aveva il giorno dopo in cambio di tè e storie della sua città.

E mi ricordo di Tung e di Trang e della loro casa alla periferia di Hanoi, per più di un mese mi hanno trattata come la zia dell’Occidente. Mi ricordo di Don Luis, un pescatore greco che alle otto di mattina avvistatami su uno scoglio nel suo “giardino” marino, intuendo non so come che fossi italiana, mi ha portato una tazza di caffellate con gallette. Appena torno a casa aggiungo la foto che si è persa. Mi ricordo di Mounir, a Shiraz, che mi ha portato a casa su per farmi la ceretta, e siccome ci abbiamo messo quaranta minuti ad andare e quaranta a tornare, sulle prime avevo pensato mi volesse rapire e derubare!
Per non parlare di come mi sono sentita in Israele e Palestina, grazie alla splendida figura di Tali Murdoch che si è presa cura di me come di una sorella.

Pranzo di benvenuto a Tel Aviv

Ecco, quando sono “a casa” spesso mi sento una forestiera, mentre quando viaggio quasi sempre mi sento a casa.  Ripesco nelle persone che incontro frammenti di me, pensieri, abitudini, gusti, manie. La nostra attuale host, per esempio, Jen, appena conosciute, e abbiamo subito cliccato. Per via della comune abnegazione per le teste di ‘azzo, arte nella quale sembra anche lei essere versatissima. In questi giorni è alle prese con una ENORME!

 

Wi l l i a m  Penn si dev’essere chiesto più volte dove fosse casa sua. In Patria certo non si sentiva felice, realizzato, malgrado il lascito paterno, gli onori, i titoli, e più di una volta, come il padre (ma per diversi motivi) si ritrova a dormire in gattabuia. Sir Penn Sr era stato per il Commonwealth di Cromwell un asso vincente. Ammiraglio esperto e ufficiale di marina plurigraduato aveva valso alla corona inglese più di una conquista, fra cui quella della Jamaica dove Penn riuscirà a stabilire una stazione di commercio duratura britannica. Purtroppo la sconfitta cocente e perdita della più importante isola di Hispaniola gli causeranno la confisca delle terre ricevute in premio dal re, e lui stesso verrà imprigionato per parecchio tempo.
Il temperamento irrequieto del figlio non gioveranno alla sua causa. Le idee politiche e filosofiche del giovane William andavano contro la morale e i dettami del tempo, tempo in cui si sentiva scomodo, di certo non benvoluto, perché cantava fuori dal coro. La sua è una vita di continue ribellioni, prima fra tutte l’appartenenza al movimento dei Quaccheri – che ancora oggi desta parecchia curiosità per la modernità del pensiero e per le atrocità subite dai suoi membri nel corso degli anni. Più volte viene ammonito dal re, più volte il padre tenta di far mettere al figlio la testa a posto, di calmarne i bollenti spiriti.
Stiamo parlando della metà del Seicento. La Riforma continua a far sentire i suoi effetti, i Quaccheri, la società degli Amici, come si faranno chiamare, subiscono una serie infinita di persecuzioni e condanne, specialmente il loro fondatore, George Fox, personaggio carismatico e molto sovversivo, troppo avanti per il suo tempo, di una genialità fuori dal comune. Una sua frase (rimasta a lungo appiccicata al mio frigo) passerà alla storia ispirando non pochi movimenti politici rivoluzionari : La falsa pace va disturbata. Capite bene che con un motto simile in testa, la strada verso l’illuminazione è irta di ostacoli. I Quaccheri dell’epoca di Penn, la chiesa anglicana e cattolica non li potevano vedere: come poter ben vedere gente che si rifiuta di giurare; di togliersi il cappello davanti ai nobili; di bere alcolici; di rispettare le gerarchie (pensando invece che tutti siamo uguali soprattutto nella ricerca della Luce, la quale è già dentro di noi, va solo cercata con metodo, abnegazione, disciplina?). Concetti come libertà personale, responsabilità delle proprie azioni; fraternità; tolleranza e rispetto delle differenze erano – e ancora sono – alla base della filosofia degli Amici. Una dottrina a dir poco sovversiva…

Quando penso agli irregolari dell’epoca, ai rivoluzionari, agli scomodi, ai disturbatori di (falsa) pace, io immagino cosa potesse significare per gente così l’opportunità unica e irripetibile di ricominciare altrove.

E immagino anche cosa Giorgio Secondo deve avergli detto al giovane William, più o meno: Figliolo, se continui così finisci male, lascia perdere quei “falsi” amici, scegli altre frequentazioni. Pensa a tuo padre che è morto ma il suo nome dovrà rimanere ai posteri: non infangarlo. Pensa alla famiglia, pensa al tuo paese…

 

Su questo pezzo di carta c’è la tua seconda home, fanne buon uso, fatti valere, e tieni alto il nome della tua prima Patria. L’Inghilterra è con te.
Poi deve anche aver pensato fra sé, come la mia amica suggeriva poco fa, E restaci, tanto nessuno sentirà la tua mancanza.

Streets of Philadelphia

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23 Dicembre 2019, Philly

 

Da bambina non ho memoria di Natali decenti. Uno sì me lo ricordo, aveva come protagonista la Patatina, una bambola che era l’anti-Cicciobello, perché non parlava, non piangeva, non dava in escandescenze.
Chi invece dava in escandescenze era mio padre, motivo per cui molti natali e svariate altre ricorrenze più o meno festive le ho passate a casa degli altri. Chi erano questi altri? Parenti, amici, insomma “accoglitori”. Gli stessi che ricerco oggi quando viaggio. Io e mia madre viaggiavamo di frequente : due barra tre volte il mese. Viaggi molto sostenibili, non a lungo raggio né con gran consumo di carburante. Generalmente si esauriva due strade più in giù, a casa di mia zia, o dietro l’angolo da una cliente di mia madre, o in soffitta dalla padrona di casa. Riflettendo su questo aspetto poco decente della mia infanzia, mi dico che oggi è forse il motore dei miei viaggi. In particolare quelli con mia figlia, dove lei è sempre quella che si occupa di trovarci una home. Non so se l’ho già detto in un pezzo precedente ma Airbnb sembra l’abbiano ritagliato su misura per me. Io stessa sono stata una host per un po’, poi mi son rotta, mentre di essere guest non mi rompo mai: è sempre un’esperienza entusiasmante. Ogni volta che entro in una casa mi balzellano intorno mille domande e spunti e suggestioni. Quella della foto in alto, ad esempio, è la nostra casa di Philadelphia, calda, accogliente, profumata, natalizia. Molto americana. Molto “home”. Peccato che appena arrivata sono entrata in una specie di coma doloroso e farneticante e ne sono riemersa il giorno dopo giusto per andare a comprare l’aglio e il prezzemolo per fare due spaghetti alla bottarga (dell’Elba) la vigilia di Natale, ma camminavo che sembravo Tom Hanks in Philadelphia; bruised and battered.
Ammaccata e fatta a pezzi. Ora si è aggiunta la tosse. La nausea. La cistite.
Mi schianto sul lettone a tre piani (due materassi da 45 cm di spessore l’uno più sottomaterasso più cassettone  più zampe : in America non si va a letto, si sale a letto), e rientro nel coma.
E niente Philly.
Niente spaghetti. Tachipirina a pranzo e a cena, come drink Vitamina C.

   

     

   

 

The Streets of Philadelphia del Boss fa da sfondo e da soundtrack al film con Tom Hanks, dove Hanks è un giovane, brillante avvocato dalla carriera promettente, solo che che è gay e si becca l’AIDS. E questi due fatti lo fanno precipitare all’inferno. Lì trova Denzel Washington, avvocato difensore delle cause perse, che sulle prime lo rifiuta, mentre poi cambierà idea e infine lo farà vincere, se possibile anche pentire dei suoi peccati di avvocato arrivista qual era. Quest’ultimo dettaglio lo devo verificare, non vorrei confondermi con Herrison Ford in A proposito di Henry, dove Ford fa la parte dello squalo del foro che poi si redime dopo una pallottola beccata per sbaglio che gli ambierà la vita. Comunque sia, Hanks si deve confrontare con errori commessi anche nei confronti del compagno, interpretato da Banderas, che non è che brilli troppo di luce propria nel film… secondo me. Il pentimento e la remissione però non bastano e lui morirà, in modo straziante e dolcissimo. Il finale è una vera poesia. Il pathos non è mai propinato all’americana, e il film, fra i primi sull’argomento AIDS, riesce anche a servire una causa sociale. Il caso di Andy servirà a ristabilire i diritti per le generazioni future. Non so quante volte ho visto la scena dove i capi di Hanks lo licenziano in modo subdolo, boicottandolo per non fargli capire che non vogliono un socio malato di AIDS. La scena in cui Washington non se la sente e lo rifiuta si conclude con la faccia di Hanks che esce dallo studio di Washington bruised and battered, appunto, accompagnato dalla canzone del Boss, e con uno sguardo che più da Oscar di così si muore. Washington, che pure nel film è da Oscar (non lo prenderà ma sarà consacrato fra i migliori attori americani), raggiunge il suo massimo nella scena in biblioteca quando è costretto ad assistere a un penosissimo show di emarginazione ai danni di Hanks, la malattia ormai in stadio avanzato, che cerca a fatica ogni possibile risorsa per far valere i propri diritti e portare avanti la sua causa da sé. Alla mezzanotte dell’antivigilia di Natale son lì che espello tutti i liquidi che ho in corpo, piango e sudo e piscio in continuazione, la febbre mi strazia, mi strazia la faccia di Washington con al bocca piena che riemerge dalla pila di libri dietro la quale si era nascosto per non farsi riconoscere, rinnegando così il povero Hanks stile San Pietro che rinnega il Rabbi. Il bibliotecario sta offendendo subdolamente Tom Hanks invitandolo a usare un’altra postazione per tema di contagio, Hanks è troppo debole per reagire, nessuno prende le sue difese, di nuovo è bruised and battetred, ma Denzel ingoia il boccone amaro, si alza, esce allo scoperto, e dà il meglio di sé e il suo da undici al bibliotecario stronzo. Fra i due si suggella un patto che si concluderà con la vittoria di Hanks ma anche con la sua morte. Me la riguardo la delicatissima scena finale e scopro che la canzone di chiusura è di  Neil Young. City of brotherly love Place I call home Don’t turn your back on me I don’t want to be alone… Dedica affettuosissima a tutti i bruised and battered di questo mondo, e alla città dell’amore fraterno.
Quindi, già che ci sono, mi infliggo il colpo di grazia con la scena del bacio d’amore e di di riconoscenza fra Hanks e la moglie quando la Emma Thomson annuncia che l’Oscar l’ha vinto lui, e lì scoppio in singhiozzi, ngah-ngah-ngah-ngah-ngah..!

Perché non posso concedermi un natale un po’ allegro, ecchecc@zzxx!
Dove si è cacciata la mia Patatina?

 

 

Storia di un’amicizia che era destinata a finire (come tutte le amicizie che si rispettino, d’altronde)

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21 dicembre 2019: Philadelphia, China Town

Giù dal Greyhound ognuno recupera il proprio bagaglio in una sera rumorosa e siderale. Tutti di fretta, io batto i denti alla moviola. Dico Thank you and Merry Christmas a Alì, che mi risponde secco con un Sure! Ci ha lasciate in pieno centro a China Town, ma il mio carico pendente con poche mosse ben piazzate recupera le coordinate e chiama un Uber. Mentre aspetto mi rifugio nell’anticamera d’ingresso di Juice, vietnamita profumatissimo e molto allettante, non fosse che non avrei manco la forza di portare alcunché alla bocca, ma almeno ripenso al mio viaggio a Hanoi, alle delizie che ci ho assaporato e mi distraggo un po’. Mangerei volentieri un Pho, ma sto davvero male. Mi serve un bagno, un letto caldo, un abbraccio, un corpo nuovo. Negli ultimi tempi il mio corpo si ammutina sempre più spesso e sembra volermi dire, Bella, io mi fermo, te vai avanti da sola se proprio ci tieni.
Aiuto sto invecchiando! 
No Sonia non sei vecchia, con la tua fisica ti sembra una ragazza di 37 anni.
Cosa farei senza i miei corsisti senegalesi?  

Ho scoperto che in Senegal, dove a donne e uomini indistintamente si danno sempre una dozzina di anni di meno, si può alterare la propria data di nascita per motivi anagrafici e per l’espatrio. Uno dei miei pupilli risulta più grande di 10 anni sui documenti, altrimenti non lo facevano partire.
Ho chiesto se si può fare il contrario, e accorciarsi un po’ l’età, non sarebbe male per chi, come me, cià la fisica di una di 37 anni!

I was bruised and battered, I couldn’t tell what I felt. I was unrecognizable to myself. Saw my reflection in a window and didn’t know my own face. Oh brother are you gonna leave me wastin’ away On the streets of Philadelphia.

Mi sarebbe piaciuto arrivare a Philly non dico con dodici anni ma con qualche grado di temperatura corporea in meno sì. Non ho le forze per fare niente, mi bruciano muscoli e tendini e la pelle come se mi avessero dato fuoco, ho la tachicardia continua e per la prima volta negli States non ho né visto né assicurazione medica.  La mia carta verde non rinverdirà mai più, come pure la mia fisica, sono qui da turista per la prima volta dopo anni. Ho pagato l’Esta come tutti. Sono senza privilegi, sigh.

A Philly però io mi sento a casa. Per la verità ci sono sbarcata solo una volta anni fa in occasione di uno dei miei vari colpi di testa: viaggio a sorpresa (e che sorpresa!  ) all’ex-marito. Io Philly la conosco bene. Perché mi sono invaghita del suo fondatore. Quella testa calda di William Penn : altro inossidabile all’usura del tempo.

Però siccome comincio ad avere le traveggole per la febbre, rimando a domani la storia di Penn che è un po’ più impegnativa e posto questo vecchio video del Boss che la città la riassume molto bene.

 

 

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Il signor Hudson

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Dec. 21st : on the way to Philadelphia

The Last Voyage of Henry Hudson, ( John Collier 1850-1934)

Ogni volta che attraverso l’Hudson mi appare in sovrimpressione la faccia del suo grande esploratore, gli occhi spiritati, i peli della barba congelati. La vita di questo temerario, che ha dato il nome a baie e fiumi, si è svolta in fretta fra il 1565 e il 1611, ed è una delle tante fatte di genialità e inconcludenza, nel senso che, ossessionato dalla ricerca, Henry non trovò mai ciò che si era messo in testa di trovare (venire a conoscenza di tipi così mi riempie di immensa consolazione). Salvo trovare molto di più. Per sbaglio. Come spesso accade. (Ancora più consolazione!).
Henry era inglese, di lui poco si sa. Si sa che fosse sposato con una donna di nome Kathrine con la quale, oltre ad averci fatto tre figli, non deve aver condiviso granché, vista la scarsa permanenza in patria. Ma erano i tempi di chi aveva il terreno sempre in fiamme sotto i piedi. L’epoca in cui le più grandi flotte d’Europa puntavano ad attribuirsi fette di mondo importanti, e cercavano esploratori capaci di andare a rivendicarne l’appartenenza in nome della loro corona. Arrivare in un punto del globo dove nessuno era mai giunto prima e dargli il proprio nome!

Baia di Hudson, Stato dell’Ontario, Canada

Colombo era morto da un pezzo, l’esplorazione adesso puntava a nord. Era di essenziale importanza strategica trovare un passaggio per l’Oriente che non fosse ostacolato dai ghiacci. E Hudson ci voleva riuscire. Provate a pensare all’azzardo e al coraggio necessari all’impresa, ma soprattutto allo stupore che ne doveva derivare : incolmabile, inesprimibile. E, non per ultima, la tenacia.

Henry William Hudson compie quattro spedizioni importanti, nelle condizioni più estreme: due viaggi artici, due atlantici. Navigante autodidatta, pare avesse imparato da sé ad andar per mare, imbarcandosi – fra un figlio e l’altro – un po’ con questa un po’ con quella compagnia.

Finalmente, nel 1607 la Muscovy Company, una ditta inglese, gli affida il primo incarico importante : trovare una rotta che conduca all’Asia. Henry accetta di buon grado e trascinandosi appresso il figlioletto, e un segretario di fiducia, blogger di bordo, per capirci, si imbarca nell’avventura. Partirà a primavera, puntando a est, ma ben presto sarà costretto a fare dietrofront per le condizioni climatiche avverse. Buco nell’acqua? Non del tutto.Riferirà ai committenti delusi di aver avvistato balene in abbondanza, sapendo che con quell’informazione avrebbe placato alcuni animi, rassicurandoli su cacce e commerci futuri.
Quindi il secondo viaggio, peggio del primo. Riuscirà giusto a raggiungere il mare artico e un mucchietto di isole russe, dopodiché altro dietro front per colpa del ghiaccio impenetrabile. Nel 1609 si arruola nella Compagnia delle Indie Orientali come comandante, per conto degli olandesi. Al timone della Mezzaluna e con l’obbiettivo – ormai chiodo fisso – di scoprire un passaggio verso l’Asia. Punta allora alla Russia. E di nuovo i dannatissimi ghiacci a ostacolare la rotta. Ma lui non si dà per vinto e questa volta, contro ogni pronostico e previsione non torna a casa (a fare che?! Un altro figlio? Naaa…).

No, stavolta si va al contrario, si vira a Ovest, si bypassa il destino avverso, un po’ come quando si ha fretta e l’ Aurelia è congestionata allora si tenta la Variante (!), solo che qui si parla di Poli e mari del nord, signori miei, Oceani Atlantici piuttosto che Pacifici.

Pare che Henry avesse sentito parlare della rotta seguita da John Smith (il fidanzato di Pocahontas, per capirci, ma Henry non è un donnaiolo, le sue fisse sono altre, altri i passaggi che vuole esolorare (!)).Punta dunque verso l’America del Nord, e ai primi di luglio approda in Nova Scotia, Canada. Incontra i Nativi locali con i quali instaura rapporti pacifici, (dirà, “I nativi sono un popolo pacifico e tranquillo, visto che ci congedavamo, hanno spezzato e poi bruciato archi e frecce temendo che avessimo paura di loro!”). Discende lungo la costa e arriva a Chesapeake Bay , quindi altra virata per ritornare, costa costa, su su fino alla baia di New York, già esplorata da Verrazzano nel 1524, dove subisce una perdita, per mano degli Indiani, e gli tocca seppellire un suo uomo.
Ma non si ferma. Decide di risalire quel fiume che gli sarà fatale ma che immortalerà per sempre il suo nome.

Aerial view of Brooklyn Bridge over Hudson River.

Mentre vi racconto questa storia sento la febbre che sale, ho le guance in fiamme e il corpo in pezzi, si è aggiunta la nausea e anche un po’ di cistite, che considerando che manca ancora un’ora all’arrivo a Philadelphia… E’ in queste circostanze che pensare ai grandi aiuta, immagino Henry che le tenta tutte per spiegare il suo piano agli indiani, a gesti, con quel poco aiuto dell’interprete di turno. Lo vedo che gesticola per far capire che ha bisogno di aiuto, che i suoi compagni cominciano ad averne le balle piene di questo passaggio favoloso di cui si va blaterando, e lui l’ha capito, ha capito che vogliono tornare a casa. E di certo non hanno animi benevoli.

Sono quelli come Henry i miei fari: quelli che non rinunciano mai, che non si arrendono incalzati dagli infingardi, dagli opportunisti che tentano di dissuaderli, di farli sentire sbagliati e pazzi; quelli che, Ma chi te lo fa fare, hai il tuo stipendio, riga dritto e lascia stare la gloria, lascia stare i sogni, lascia l’ascia!

Ma è tempo di rientrare, il passaggio non si trova, il bilancio non è certo magro: un nuovo Trade Post è stato garantito: Verazzano si era limitato a passare, Hudson si è adoperato per restare, per stabilire il vero primo commercio – pacifico e proficuo – con gli indiani di Manhattan, che grazie a lui per un po’ si chiamerà Nuova Amsterdam.
Qualcuno però lo sta aspettando al varco, qualcuno non troppo contento che un inglese vada a mietere onori per un altro paese. I suoi connazionali lo bloccheranno prima dell’arrivo, Come si è permesso di andare per mari e baie e fiumi per conto di un’altra Corona? Vietata qualunque esplorazione che non sia per conto di sua Maestà. Se vuoi continuare a esplorare, fai pure: ma devi farlo per noi!

Sono queste le situazioni in cui il compromesso emana sì un puzzo insopportabile ma pur sempre tollerabile in nome del destino finale: il passaggio, quel passaggio a Nord-Ovest andava trovato.

Il 10 aprile 1610 ha dunque inizio il quarto e ultimo viaggio di Henry Hudson, a bordo della Discovery, con sé di nuovo il figlio John e l’amico blogger Juet. Henry attraversa l’Atlantico e punta a nord, verso la Groenlandia, che costeggia, doppia, per poi dirigersi verso il Canada, passando attraverso lo stretto che in seguito porterà il suo nome. Una volta dentro quella che sarà la “sua” baia, si accorge che non ci sono sbocchi, è in trappola in mezzo ai ghiacciai e le risorse cominciano a scarseggiare. Fra l’equipaggio serpeggiano i malumori , sono acque inospitali, ardue, che mettono tutti a dura prova, e  saggiamente Hudson decide di attendere il disgelo, ma solo per poi proseguire nella ricerca, di rinunciare non se ne parla: il passaggio! Il dannato passaggio è tutto ciò che conta. A giugno la nave può rimettersi in viaggio, le condizioni sono migliorate, ma a questo punto il sogno si infrange e i compagni si ammutinano. Il fedele blogger di bordo, Robert Juet, si allea agli ammutinati e la decisione unanime è terribile: Henry, il figlio John e un paio di altri membri continueranno l’esplorazione da soli: alla deriva. Costretti a salire su una scialuppa, verranno abbandonati in balia del mare per un ultimo viaggio senza ritorno. Di loro non si saprà più nulla. I compagni al ritorno in patria verranno accusati di assassinio e processati, ma poi tutti prosciolti.

La scia di Henry William Hudson non svanirà mai più: il suo esempio e i suoi tentativi disperati serviranno alle generazioni future per continuare a cercare passaggi verso altri dove.

Alì grida che siamo arrivati a Philadelphia, e la gente comincia a recuperare i bagagli e le giacche, io più morta che viva riemergo, provo a alzarmi ma le gambe mi pesano una tonnellata ciascuna.

 

 

Leaving New York (never easy)

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Dec. 21st 2019: on the way to Philadelphia

Leaving New York (never easy)

Lascia andare quello che vuole andare,
lascia venire quello che vuole venire.
Tu rimani con ciò che rimane.
(Nisargadatta Maharaj)

Subito dopo la telefonata con la segretaria che si raccomandava i miei carichi pendenti, ho pensato che a Natale avrei fatto questo viaggio, e che lo avrei fatto con lei, il carico più pendente che ho. Mi sentivo così a terra che solo immaginare cosa non avrei inventato per camuffare il terrore del Natale mi toglieva il respiro. Certo lo so, corro il rischio di chi si avventura al supermercato con lo stomaco vuoto, e poi non si sa trattenere, non sa dosare la fame, non sa aspettare, giudicare saggiamente cosa acquistare e cosa lasciare sullo scaffale. Ha gli occhi più grandi dello stomaco. Che occhi grandi, per mangiarti meglio. La lontananza e la fame d’affetto trasformerebbero anche i più saggi in bestie feroci. E i miei cromosomi di libera professionista, troppo a lungo lasciati liberi per farsi ormai convincere che una malattia ogni tanto se la potrebbero pure permettere eccheccazzo, anche durante i giorni feriali, ma niente, non c’è verso, e anni di scampate influenze e bronchiti si sono abbattute su di me la vigilia della partenza. Il volo, per fortuna diretto, è stato un incubo. L’arrivo tragico, il proseguo newyorkese tremendo, e dopo 24 ore mi stavo chiedendo cosa ci faccio io qui, pronta a lanciare il mio bel carico pendente nell’Hudson!

Il fiume Hudson fra New York State e New Jersey

Mentre il Greyhound attraversa morbido il confine fra New York e New Jersey, io mi godo il tramonto e finalmente mi rilasso perché c è qualcuno che si prende cura di me: che mi porta.
Grazie Ali, guida con prudenza.

 

[Continua in Il signor Hudson]

Imbarcarsi

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DEC, 20th - 2019: On the way to NYC, USA

Da qualche anno gli imbarchi sui voli di linea internazionali si fanno “a zone”: tanto per dare una parvenza di ordine organizzato. In realtà poi ci si ritrova tutti in piedi ammassati in fondo al tubo-placenta che congiunge l’aeromobile con il terminal.

Ormai lo so e mi alzo per ultima, con largo ritardo, tanto anche arrivando a chiusura gate avrei sempre da aspettare i soliti che si incastrano a vicenda fra i bagagli propri e altrui. Un tempo, quando viaggiavo Delta Platinum e mi facevano l’Upgrading ogni due per tre, allora sì erano altri ritmi, altri confort, ma questa parola è ormai una rarità nei miei viaggi.

21 Dicembre 2019, Penn Station, NYC

La foto non c’entra, è del Terminal 5 di London Heathrow, ma io mi trovo a bordo di un Greyhound diretto a Philadelphia da NYC, e sto ascoltando l’autista che si presenta, si chiama Ali, e ci porterà a destinazione safe and sound, però please, folks, non cominciate poi a chiedermi quanto manca, sennò vi faccio scendere e vi mollo in mezzo alla strada! Comunicazione diretta e efficace. Ci ricorda quindi che non si può fumare, bere alcool, o parlare al cell e ascoltare la musica senza le cuffie. Nessuno fiata.
Io ormai le cuffiette è da mò che hanno preso il posto delle sigarette, mie alleate contro le insidie umane, Mondo, come dici? scusa, non ti sento…
Settimane fa i miei polmoni hanno festeggiato dieci anni (!), ma la mia psiche si affossa sempre più nell’atmosfera rarefatta del n o n s e n s e. A titolo di esempio ecco a lato un brandello di felicità appiccicato allo sportello del freezer nella mia temporanea casa di Via delle Tazze attiche. I sincerily wish you all the best, ma il mio best è già tanto se si traduce con l’appena accettabile.
Chiedo scusa per questo modo selvaggio di esporre i fatti. Colpa del WhatsApp. E dire che non lo volevo, mi ricordo ero restia. Adesso è praticamente un’estensione del mio io. Lo uso per scrivere: dalla lista della spesa ai momenti più bui e insopportabili della mia zona cieca; ci annoto i voti degli studenti,  lesson plans, scrutini, IBAN, password, pin, codici clienti, sogni… Ogni tanto faccio screenshot di qualche decimentro della mia mono-chat privata e ne viene fuori una specie di Blob, insomma il programma di Rai3 che nn so se ci sia ancora, specchio fedele di schifo e sublime senza filtri né giudizi. La scrittura che piace a me.

Tipo ad esempio fra il 1º di maggio 2019 e l’agosto dello stesso anno si registrava il seguente messaggio del mio ex marito, (anche autore degli auguri all the best di cui sopra) che dopo mesi di silenzio, e senza che io sollecitassi alcunché, ben sapendo che versavo in condizioni pessime, scrive:

La chiamata è stata uno sbaglio: mi sono rotolato sul cellulare dopo essermi addormentato mentre guardavo i Patriots in tv.

Rule, di Aito Kitazaki, Street artist, Sunny Side, Queens NYC

Subito dopo appare :

Fare:

Certific. caric pend*
Carta d’identità

Buy:

Tinta
Lubrificante
Sunny’s food

Al 4 luglio (giorno del mio onorevole cinquantaquattresimo compleanno) invece si registra:

Che cos’è, mi chiedo, quest’ansia che sempre sciupa tutto, 😑 perché vorrei che fosse accolta e custodita come i venti di Eolo nell’otre di Ulisse (ero in Grecia), mentre nessuno riesce mai a metterci un tappo così lei se ne va indisturbata ad agitare tutto quanto le attraversa il cammino?

Naxos, isola di Naxos

C’è questo fenomeno dell’accanimento terapeutico in amore dove uno le prova tutte: viviamo a casa tua, a casa mia, a casa tua e mia, della tu’ mamma, del tu’ zio… Facciamo conoscere i nostri gatti? cambiamo città? dieta? facciamoci la colonscopia insieme!

La spina l’ho staccata ad agosto e per tre mesi ho fatto come gli AA, tutte le mattine, da me, accanto al menù del ristorante La felicità (quello attaccato al freezer)  spuntavo i giorni che passavano, e mi battevo le mani cercando di mantenermi strenuamente pulita. Cancellate tutte le chat e i vecchi link e app di dating, via tutti i contatti poco chiari, e diamo inizio alla Baratti – therapy per meglio affrontare l’ennesimo ingresso nella “zona cieca”. Non frignare, mi dicevo, no, non frignare, non puoi, l’hai già fatta troppe volte questa scena, ora basta, è esteticamente ignobile questo repetita che non juvant a un cazzo.

Mentre spulcio e trascrivo dalla mono-chat stiamo attraversando il confine New York / New Jersey, passando sopra l’Hudson ma non chiedetemi quale ponte, lo verifico al ritorno.

Un passaggio che mi entusiasma non poco, non fosse per come mi sento fisicamente, sto sperimentando una varietà di ceppi virali che di meglio non mi poteva capitare, la febbre da cavallo del viaggio si è radicata sottopelle, sottocranio, poi si è impiantata nelle ossa e ora ha attaccato i muscoli. Mi muovo a fatica. Mi manca Baratti. I suoi pini guardiani. Benevoli Numi tutelari, i soli che mi siano rimasti e con i quali da settembre seguo ligia e senza mai sgarrare la baratti-terapia. Baratti, golfo di Baratti, che per una cosa del genere uno baratterebbe non dico la propria madre, ma un narcisista testa di ‘azzo sì eccome. Pranzo e cena. Anche quando piove. Sto lì e leggo o mi calo i miei paccheri vongole pesto e patate. Ogni tot arriva qualcuno senza altro motivo che stare in adorazione davanti al mare, giusto un pescatore ogni tanto, un camper, gente così, che si viene a rilassare.
Puoi mica andare a rompergli con le tue sfighe? Coi tuoi “carichi pendenti”?

Baltimore! Baltimore! Grida Alì, e quelli che scendono qua si incastrano l’un l’altro cercando di affrettarsi a scendere.

 

Continua in “Leaving New York” (Never Easy)