Carrara per #ioleggoperché

IoLeggoPerchéEcco un bel video realizzato da Martina e Roberta del blog In Punta di Penna in occasione di #ioleggoperché, l’iniziativa collegata alla giornata mondiale del libro e del diritto d’autore (il 23 Aprile). Ovviamente ci siamo anche noi (alla fine ma ci siamo).
Buon divertimento

Se volete sapere di più sulle iniziative di #ioleggoperché a Carrara cliccate qui

Per conoscere tutte le iniziative nazionali di #ioleggoperché cliccate invece qui

Carrara vista da Newsweek

marbleMarzo 2014, manifestanti in occasione di una giornata “Sui sentieri della distruzione.

“Michelangelo’s marble is being sold cheap by industrialists” è il titolo di un articolo comparso recentemente sul Newsweek Europe, in cui Chiara Briganti e Veronique Mistiaen fanno il punto dello stato delle ‘nostre’ Alpi Apuane e del ‘nostro’ marmo.

 

 

 

Non attrezzati a ricevere.

Chiedo scusa, non sono attrezzato a ricevere, fa più o meno così la battuta che mi è rimasta dentro dal film squisito Viva la libertà, dove un super Tony Servillo, sdoppiato in due fratelli gemelli, si scusa con l’ospite di turno che esita a far entrare in casa. La casa stretta e caotica manca di mobilia, manca dell’attrezzatura giusta; a differenza, mi viene in mente, dello spazioso Hotel California, firmato dagli Eagles, dove il capo-zombie si dichiara “programmed to receive”.

images

Io mi sono de-programmata. E questo post è per chiedere venia a chi è rimasto sulla soglia di casa mia, a chi manco sa dove sto di casa. A chi aspetta da tempo un invito. Una casa dove c’è tutto ma manca l’essenziale. Come a me. Sembro sembro che non manco di nulla, ma sono tutti orpelli, e mi sto de-programmando a ricevere. Ad accogliere. Il verbo re-cipere, notavo, ha la doppia valenza di accogliere, sia qualcosa che ci viene offerto sia qualcuno che si offre a noi.

E dire che in America ho cambiato quattro o cinque case, forse di più, perché ogni volta mi pareva che non fossero abbastanza attrezzate a ricevere. Di fatto lo erano, a paragone di questa capannetta marinella, ma erano, appunto, tutti orpelli. Questo fatto l’ho pure descritto in un racconto che secondo me fa un po’ pari e patta con la canzone di Renato Zero che stamani me lo ha rimesso in testa, ricordandomi del deserto del Mohave in cui vivevo, e di quello che mi si sta ora allargando a macchia d’olio dentro.

(…)

Io negli ultimi due anni ho praticamente perso tutto. E sto parlando di rapporti umani, non di denaro. Come dice una poesia che sembra scritta su misura per me, io ho non bisogno di denaro, ho bisogno di sentimenti. Io del denaro non so proprio che farmene. Are you okay? Ti serve qualcosa? Io non esco quasi più, non compro nemmeno il pane, né il latte o il burro, a queste cose ci pensa my husband. Io vivo un periodo di attesa. Sono in transizione. Take it easy, mi fa, lui che è un tesoro, e che presto di qua ce ne andremo, via da questo deserto arido e secco, e ci trasferiremo a est. Sul Delta del Mississippi.

A ben ragionare, anche se coi sentimenti la ragione non c’entra; a ben pensare, io credo di aver accettato di venire a vivere in questo deserto proprio per via che gli altri non mi sentivano più. Erano diventati un po’ sordi. Allora io mi avvicinavo troppo e il risultato era che mi bucavo. Come i porcospini di Shopenhauer, che anche quella è roba che sembra scritta su misura per me. Ho pensato, se magari mi allontano, se la smetto di stargli troppo dappresso, di alzare la voce, di beccarmi gli aculei…

Io credo che a volte nella vita arriva il momento di arieggiare la camera dei sentimenti. Quella dove alloggiano gli amici speciali. Ce l’hanno anche qui, all’Orleans, la Invited Guests Room. Vicino al Registering Desk. Nella mia, per dirvi, ultimamente ci puzzava di stantio, non ci soggiornava più nessuno da tempo, così ho spalancato un po’ le finestre, ho fatto entrare aria nuova. Un po’ di sole. Di luce. Nuova tappezzeria e nuovi tendaggi, e ho detto: vedrai che qualcuno prima o poi viene a suonare al campanello. Ero riuscita anche a convincere il mio sposo a trasferirci in una casa più grande. Un anno ormai. Io continuo a arieggiare, aprire imposte, spalancare finestre… Le mosche entrano, quelle sì, e le bacche di gelso, che io e my husband ne abbiamo due nel giardino sul retro. Nel back yard. Non essendo autoctoni, fanno oltretutto una zimma assurda. Perdono le bacche. Fossero almeno commestibili. E devi sempre essere lì a pulire dopo aver arieggiato. La nota positiva è che il loro essere del tutto fuori luogo fa sentire la sottoscritta meno sola.

Ci facciamo certi monologhi. Io parlo a loro, loro parlano al vento. Cari, verdi gelsi ombrosi … Poi chiudo le imposte e torno a sognare di trovare un amico. Uno vero, più forte e saggio di me, che non mi permetta di mandare tutto in malora. Di quelli che ti sentono anche quando non chiami, di quelli che quando è un po’ che non chiami o non scrivi, non parte all’attacco coi Come mai; men che meno tace a sua volta. Au contraire! Siccome ti è amico, ovvero ti conosce, sa bene che se non chiami o non scrivi c’è qualcosa che non va. Che ti sei arenato da qualche parte, hai smarrito la rotta, imbarcato acqua, perso il salvagente o checcazzo ne so? Ma un amico sì. Un amico queste cose le sa eccome. Non te lo fa pesare il silenzio, un amico.

Ora che finalmente ne avevo trovato uno. (…)

(Tratto da Help Me! della sottoscritta, chi vuole leggerlo tutto, non ha che da fare un fischio).

Not winning but taking part.

… So goes De Coubertin’s old saying: winning is not as important as it is to take part. Which … ooops! I did once again, and once again (sigh) I lost. Poi mi dico, ma perché nascondersi dietro la maschera protettiva dell’inglese diventato ormai per me una vera seconda pelle, seconda natura e personalità, professione, gioco e passione, e allora, let’s play it again! Come suona il vecchio adagio decoubertiniano?

L’importante non è vincere, è partecipare.

roma3

Sabato 2 novembre 2013, e la sveglia di questa mattina è Bennato che canta come afferrare una stella, io apro gli occhi, guardo fuori dal settimo piano di questo albergone romano, splendidi tetti di una Roma striata di autunno.

Chi non ha sognato mai
il grande amore
chi non l’ha trovato mai
e sogna ancora
e chi crede che non vale
più la pena di cercare
e che è solo un’illusione
tutta questa grande attesa
per il grande amore.

♥  ♥  ♥

La foto sopra non è mia perché pensavo che la macchina fotografica sarebbe stata un ingombro e non l’ho portata.

Secondo errore.

Il primo lo lascio intuire ai miei fedeli lettori, non senza prima aggiungere che una vita senza errori vita non è.

Mi stropiccio gli occhi, perlustro questa suite gigantesca e insulsamente troppo vuota e grande per una sola persona, e la seconda cosa che vedo è il dolcissimo volto di T. (l’iniziale è inventata ma lui esiste eccome, è il mio studente preferito di quest’anno), la lucky star di questa mattina che compensa la stella che non sono riuscita ad afferrare in questa ennesima specie di blind date . . . if I say it in English, the final effect sounds less disastrous. 

Se poi lo lascio dire a Bennato, ci faccio anche una mezza degna figura…perché io, una cosa è certa: non mi arrendo mai!

♥ ♥ ♥
… cosa c’è da vergognarsi
di soffrire e tormentarsi
e magari di rischiare
finanche di morire
per il grande amore.

 

Questo post è dedicato a T.: anni pochi, personalità a tonnellate. A smart and little sweet wise face. La sera di Halloween abbiamo giocato a memory con mostri, scheletri, ghosts and witches.

Trick or treat?

Di fronte all’ennesimo scherzo che non gli è valso nemmeno un piccolo premio perché qualcun altro aveva fatto man bassa, T. mi guarda e dice, con uno sguardo che fa pari e patta con il mio mood di stamani: Non importa se non ho vinto, l’importante è che ho partecipato.

Un bimbo che di strada son sicura ne farà tanta, e di stelle ne saprà cogliere a dozzine.

halloweenhalloweenhalloween

Siamo seri, molto bene concentrati
su traguardi più importanti
su problemi veri,
niente storie, favole e chimere
restiamo con i piedi per terra
non si può afferrare
una stella!

I don’t agree. Do you?

Rinunciare a se stessi per abbracciare il Noi.

Ho ricevuto con piacere il commento di Mario Mencarini, psicoanalista e scrittore sarzanese, al post di Lampedusa:
… Mi permetto di aggiungere a quanto scrivi una considerazione che mi ha attraversato. Tu dici della morale “che è sempre un atto individuale, dove a decidere è un io, mai un noi.”
Ho pensato di aggiungere che la morale è si un atto individuale di un Io, ma di un Io che rinuncia a sé stesso per abbracciare il Noi.
E a proposito del rinunciare a se stessi, ai propri interessi per abbracciare il Noi che ci identifica come razza, non bianca nera o gialla, ma semplicemente umana, vi allego questo articolo di Manlio Dinucci, dal Manifesto di qualche giorno fa:

♠  ♠  ♠

«Vergogna e orrore»: questi termini usa il presidente della repubblica Napolitano a proposito della tragedia di Lampedusa. Più propriamente dovrebbero essere usati per definire la politica dell’Italia nei confronti dell’Africa, in particolare della Libia da cui proveniva il barcone della morte. I governanti che oggi si battono il petto sono gli stessi che hanno contribuito a questa e ad altre tragedie dei migranti.
Prima il governo Prodi sottoscrive, il 29 dicembre 2007, l’Accordo con la Libia di Gheddafi per «il contrasto ai flussi migratori illegali». Poi, il 4 febbraio 2009, il governo Berlusconi lo perfeziona con un protocollo d’attuazione. L’accordo prevede pattugliamenti marittimi congiunti davanti alle coste libiche e la fornitura alla Libia, di concerto con l’Unione europea, di un sistema di controllo militare delle frontiere terrestri e marittime. Viene a tale scopo costituito un Comando operativo interforze italo-libico. La Libia di Gheddafi diviene così la frontiera avanzata dell’Italia e della Ue per bloccare i flussi migratori dall’Africa. Migliaia di migranti dell’Africa subsahariana, bloccati in Libia dall’accordo Roma-Tripoli, sono costretti a tornare indietro nel deserto, condannati molti a sicura morte. Senza che nessuno a Roma esprima vergogna e orrore.
Si passa quindi a una pagina ancora più vergognosa: quella della guerra contro la Libia. Per smantellare uno stato nazionale che, nonostante le ampie garanzie e aperture all’Occidente, non può essere totalmente controllato dagli Stati uniti e dalle potenze europee, mantiene il controllo delle proprie riserve energetiche concedendo alle compagnie straniere ristretti margini di profitto, investe all’estero fondi sovrani per oltre 150 miliardi di dollari, finanzia l’Unione africana perché crei suoi organismi economici indipendenti: la Banca africana di investimento, la Banca centrale africana, il Fondo monetario africano. Grazie a un attivo commerciale di 27 miliardi di dollari annui e a un reddito procapite di 13mila dollari, la Libia è prima della guerra il paese africano dove il livello di vita è più alto, nonostante le disparità, e viene lodata dalla stessa Banca mondiale per «l’uso ottimale della spesa pubblica, anche a favore degli strati sociali poveri». In questa Libia trovano lavoro circa un milione e mezzo di immigrati africani.
Quando nel marzo 2011 inizia la guerra Usa/Nato contro la Libia (con 10mila missioni di attacco aereo e forze infiltrate), il presidente Napolitano assicura che «non siamo entrati in guerra» ed Enrico Letta, vicesegretario del Pd, dichiara che «guerrafondaio è chi è contro l’intervento internazionale in Libia e non certo noi che siamo costruttori di pace».
«Pace» di cui le prime vittime sono gli immigrati africani in Libia che, perseguitati, sono costretti a fuggire. Solo in Niger ne rientrano nei primi mesi 200-250mila, perdendo la fonte di sostentamento che manteneva milioni di persone. Molti, spinti dalla disperazione, tentano la traversata del Mediterraneo verso l’Europa. Quelli che vi perdono la vita sono anch’essi vittime della guerra voluta dai capi dell’Occidente. Gli stessi governanti che alimentano ora la guerra in Siria, che ha già provocato oltre due milioni di profughi. Molti dei quali già tentano la traversata del Mediterraneo.
Se anche il loro barcone affonda, c’è sempre un Letta pronto a proclamare il lutto nazionale.

Turkey’s Victory day

,

Agosto 2013

Volo TK 1362 Roma – Istanbul, cosa c’entra la Turchia chiederanno i miei fedeli lettori (e io con loro) mentre gli assistenti di volo cominciano a sgambettare anzitempo su e giù per il corridoio, raccolgono l’ultima rumenta e ci raccomandano di stare belli seduti e composti, non perché stiamo per atterrare, c’è ancora tempo, ma perché c’è qualche turbolenza in arrivo e allora non si sa mai. Come dire che dovendosi schiantare è meglio non avere intralci, tavolinetto aperto, schienale abbassato, borse fra i piedi…
Il film però mica lo levano, e mi tocca sorbirmi i sobbalzi di questo Boeing e quelli di Tom Cruise che scorrazza per i cieli a velocità supersonica schivando razzi e meteoriti dentro una grossa boccia di vetro sicché non so dove guardare. Il film si chiama Oblivion. È il momento del “chi-me-l’ha-fatto-fare?” che in ogni viaggio non manca mai, di solito all’inizio, poi le cose prendono il loro bel ritmo smooth, che è il contrario di bumpy(gli studenti prendano nota), stavolta però la vedo nera perché il dio di scorta, il potente EN, il solo capace di avere la meglio su Pan, è stato imbarcato per Izmir, nello zaino solo una mela e le tic tac, non mi resta che respirare – inspirare – espirare – inspirare… anche volergliela contare a qualcuno, son tutti turchi!

Chiedo per la terza volta al bello steward turco che rotta stiamo seguendo, per qualche motivo ho il cervello geograficamente invertito sicché mi sembra di andare a nord, mentre non c’è verso che andiamo a sud, ma allora l’Albania da che parte sta? Occhi verdi borbotta una risposta metà inglese metà bizantina, che suona chiaramente come un non-scassare-i-maroni-rilassati-e-prega-Allah.

Jack Harper è un ex soldato, l’ultimo sopravvissuto sulla Terra, devastata dalla guerra contro una razza aliena, la luna è stata distrutta, non resta che riparare su Titano. Dopo aver ritrovato il rottame di un’astronave, la storia di Vittoria, unica superstite al suo interno, lo trascina in un’ avventura che cambierà per sempre il loro destino. Jack mette in discussione tutto ciò che credeva di sapere sul suo mondo, sulla sua missione e su se stesso. In un inseguimento per terra, aria e spazio è costretto a un confronto con i suoi superiori per conoscere la verità.
Mi chiedo a chi spetta la scelta dei film sui voli aerei…

La morte secondo Paul Auster

,

17/07/2013. Paul Auster dice che dopo che un uomo è morto di lui non resta che  un corpo secco e freddo, io aggiungerei anche un colore innocuo. Innocuo come un pronome. Ti spogliano della cosa più preziosa che hai. L’ultima volta che usano il tuo nome è agli angoli delle strade, toh guarda chi è morto… o anche in altre a seconda del morso di gloria che ti sei addentato in vita, a seconda di quanto hai contato. Un paio di necrologi sul giornale, quindi una bella giaculatoria in chiesa. Alla moda anglosassone. Ma Padre Carlo ha detto che ora funziona così anche da noi. Dev’essere la globalizzazione ecclesiastica. Questionari a scelta multipla: E sentiamo… lei, che ha alzato la mano, il nostro caro defunto in vita era:

a) Un padre esemplare.

b) Un lavoratore infaticabile.

c) Un timorato di dio.

d) Altro.

Quando non eri verde non parlavi mai, tossivi, risucchiavi, poi rifacevi il pieno e rinverdivi e allora ti ricordavi di me. Per chiamarmi mi fischiavi, facevi un verso strano, le tue labbra sottili vibravano, io vibravo , e a quel sibilo dovevo correre, non c’erano cazzi anche alle due del mattino, con la pancia stropicciata. Volevi controllarmi le unghie, ti serviva un interlocutore e cominciavi a raccontarmi del panchettino, della villa dell’avvocato, della tua infanzia schifa, della vespa e della maledizione del tristo Felicino, delle casse da morto truccate, del sindaco e del paese di merda e di tutta la Sicilia che sprofondasse con tutti i siciliani, te la prendevi coi parenti al paese che erano sempre malati, li chiamavi Talebani lavativi, perché ti facevano gli attentati terroristici come la Maria che metteva in pericolo la tua salute, trovano sempre le scuse per non lavorare, sempre a beccare i soldi a scrocco dallo stato, come le foche e i delfini, sempre a beccarsi sovvenzioni, mentre un vero mestierante c’ha sempre l’asma e l’IVA di merda da pagare, e quei morti di fame sempre e a succhiare pensioni aggratis, a lamentarsi che non piove, magari piovesse merda per un anno così quell’isola fetusa affonda con tutti i siciliani, incluso questo coniglio di merda che è troppo salato e anche quella minchia di pesce Cola e ora vai a toglierti quei quattro stracci e falla finita te e quella vecchia rincoglionita che racconta minchiate e quell’altra lavativa che invece di lavorare spende i miei soldi a vanvera!

(Un assaggio dell’ infinibile Hulk, di S. Pendola)

The silent way

,

You would never guess what happened to me a few nights ago, I can hardly believe it  myself. Before I tell you, though, you must know a few things about me. Yes, me: your  teacher.

I arrived in Palermo three weeks ago with the burning desire to become a CELTA  teacher. Mind you, I already am a teacher. I started teaching when I was a young girl,  before my University degree. As a matter of fact, next September it will be my  twentieth anniversary as a teacher, so what an appropriate way to celebrate, I thought – by getting the prestigious CELTA certificate. You see, being selected is no easy task, not to count costs and sacrifices of a month away from home, so when they told me I’d been accepted I jumped up with joy, I thought the rest would be a cinch, the certificate already in my hands.  

Can you imagine my discouragement when I learnt that I’d failed the first assignment, then the second … and the third! Monday evening when I got home I was so angry I threw the phone off the balcony, I did not want to talk to anybody, no family, no friends, no students! You see, I have never failed an assignment in my whole life! The day after my tutor warned me that unless I pass the fourth, my certificate will be at risk. Stop going out to parties and concerts every night, and begin some serious study, she said.

So I did. That night, instead of rushing home to get ready for another Afro-Cuban Jazz session+happy hour, I decided to remain in school to search for my fourth and last assignment due next week. It focuses on the Silent Way, a teaching method that emphasizes the autonomy of the learner, the teacher hardly says anything, the student does the talking, as indeed it should be. I had purchased this very interesting book by Caleb Gattegno, I went into the trainees’ room upstairs and started to read it. After an hour I simply couldn’t stop, totally immersed as I was, taking notes and sketching my next assignment: no cell ringing, no noise around me (I live near the Vuccirìa), the classroom all mine as my colleagues had already left. To be honest, I did hear a noise at the end, that of the receptionist switching on the burglar alarm mode… When I got downstairs, it was too late.

 

 I was locked inside. No way out unless I  started  screaming to attract the  neighbours’ attention, which did  not  seem like a sensible thing to do. Calling  the Police or  the Firemen even worse,  the last thing I need, I thought,  is to put  the name of the school and mine on a  local  newspaper!

I returned into my room, no cell, no  friends to call (no  dinner!), and I  continued to study and to practise my  Silent Way.

This is not the end of the story, though, but before i tell you all, can you guess what else happened?

Grazie Signora Bonino!

Ho sognato la signora Bonino, l’ho detto a Caroline appena l’ho vista questa mattina, perché parla molto bene l’inglese? Così si è sempre detto di lei in Parlamento.

E la mia tutor mi ha ricordato che è Minister of Foreign Affairs…

Minister  of Foreign Affairs . . . let’s go check:

foreign ministers are also  traditionally responsible for  many diplomatic duties, such as hosting foreign world leaders and going on state visits to other  countries. The foreign minister is generally  the most well-traveled* member of any  cabinet.

 Well traveled = of a person who has travelled widely (http://oxforddictionaries.com).

So I guess the meaning of the dream is quite clear.

 

On The Road (Again?!) – Programmi di viaggio

, ,

Ottobre 2010 

Mentre mi appresto a sgomberare la casa di Fortin Street, me lo sto domando anch’io, lo canticchio e mi ripeto: I’m on the road… again? E intanto che finisco di inzeppare lo zaino ripenso alla canzone dei come si chiamavano? quel gruppo di quando ero alle Medie? … I Robots? Quelli pitturati d’argento che il vocalist sembrava il Duce resuscitato dallo spazio? Google mi restituisce Willie Nelson che appena conosco, il Country and Western l’avrei scoperto al liceo. Alla fine degli anni Settanta io non andavo oltre la campagna dei noti Cugini, salvo lasciarmi affascinare dal metallo martellante dei … Rockets! eureka!
I’m on the road again. Mentre gracchiano dentro il laptot, fuori si sta scatenando un finimondo che agita banani, querce e alberi di pecan. Da 90 gradi F di poche ore fa che mi è toccato dormire col mostro acceso, siam passati a 76 nel giro di un’ora. Quaggiù è la natura che detta legge, e se ne infischia di chi ha altri piani.
Di chi si prepara all’ennesimo viaggio. 
Ritorno a Las Vegas (come al Monopoli “al Via”); via da Las Vegas (non come nell’omonimo film), lasciandosi alle spalle la mostruosa Diga di Hoover, che settimana scorsa ha battezzato il suo mostricciattolo: il Mike O’Callaghan – Pat Tillman Memorial Bridge sopra il Colorado. Appena nato e già è alto più di trecento metri, fiore all’occhiello della ingegneria a stelle e strisce. Da lì in Arizona fino a Flagstaff, con forse anche sosta alla deliziosa e spiritualissima Sedona, a raccattare sassi di energia cosmica per un amico che aspetterà con ansia il mio ritorno; quindi giù a Winslow, Arizona, semplicemente per stare in un angolo a cantare la nota canzone degli Eagles. E vedere l’effetto che fa. A seguire Albuquerque e Santa Fé, Nuovo Messico; da lì a Amarillo Texas, che un nome così di certo vale la sosta. Da lì a Dallas, forse San Antonio, puntando sempre a Est, verso Shreveport Louisiana, quindi alla capitale Baton Rouge, e se avanza tempo un giro in zona Cajun per poi approdare finalmente a Nola, che si sappia non c’entra con quella campana, sta per N(ew) O(rleans) L(ouisian)a. Gli americani ci hanno la fissa delle sigle.
Io dei diari. Stavolta ho deciso di tenerne uno ma come si deve, senza scarabocchiare appunti in qua e in là, imbrattando sottobicchieri e tovaglioli nei vari pub e diners che poi restan lì buoni solo al travaso, di trasloco in trasloco, a aumentare i sensi di colpa. No, stavolta ho intenzioni serie. Mi sono addirittura documentata in anticipo sulle varie tappe. Mi son comprata un composition book, dato che il mio laptop è quasi al capolinea, mentre io:on the road again.
Prima a Ovest. A dare l’estremo addio al Far West, a raccattare una mezza dozzina di scatole fra libri, appunti, sottobicchieri e tovaglioli di carta. Questo viaggio sarà un’occasione. Per sparlare dell’America e del suo Ovest Selvaggio.
Again?!
Lo so, caro John, ma stavolta voglio fare come te in The River is Red quando gridi al giovanissimo ma già affascinante Montgomery Clift: porta quelle mandrie in Missouri, Matt!
Io però viaggio in first class. Tiè. Almeno all’andata. La Delta mi ha appena confermato l’upgrading sia per Atlanta che per Las Vegas. Thank you for choosing Delta, le ricordiamo che è possibile effettuare il suo check-in online a partire da 24 ore precedenti l’imbarco…
Sento l’euforia propagarsi dalla testa ai piedi, braccia, schiena, pancia, come il valium dopo un attacco di panico, o l’EN quando ci ho le palpitazioni e non riesco a dormire per il troppo pensare… peccato che la mail seguente è la Newsletter della Feltrinelli, toh, guarda, il nuovo libro di Antonio Tabucchi, Viaggi e altri viaggi, dove si dice che i luoghi sono nomi, tappe e residenze, che un luogo non è mai solo ‘quel luogo’, e dove l’autore confessa di essere un viaggiatore che non ha mai fatto viaggi per scriverne, “cosa che mi è sempre parsa stolta. Sarebbe come se uno volesse innamorarsi per poter scrivere un libro sull’amore…”
Ho preso il composition book e l’ho lanciato ai banani. Vuoi vedere che anche questo progetto sarà l’ennesimo (ta)bucco nell’acqua?
Scaduta l’euforia, mi alzo e vado a raccattare i fogli sulla guerra messicano-statunitense, sull’energia cosmica, su Flagstaff, e su Albuquerque, che per colpa di un esercizio di ascolto e comprensione di un libro di inglese anni fa, a lungo ho pensato fosse da tutt’altra parte.
Listen and choose the right answer. Dove ha dovuto fare scalo il pilota causa maltempo? Segnare la risposta giusta con una crocetta: A Albuquerque? A Albenga? A Halifax? A Alcatraz?
Azz…