Compagno di scuola compagno di niente (co.di.sc./5)

 


Caro compagno di scuola compagno di niente, che se tu non sei entrato in banca, io non so più dove sto di casa, né quasi quasi se mai ne ho avuta una, ti basti pensare che in tre anni a Las Vegas ne ho cambiate quattro! Vattro! 
Che in effetti siamo tutto e siamo niente io e te, siamo due specie di superstiti che tentano di tirar fuori dalla polvere spessa del tempo qualcosa che un tempo era autentico, e ora boh. I superpoteri si sono azzerati del tutto, completamente in panne. La volontà gira a vuoto e io scivolo e non riesco a riprendere il filo. Anche il dentista mi mette ansia ormai, lui e le sue ricostruzioni, ché ultimamente ricostruire è un gran parolone e l’anestesia mi va alle gambe e mi fa tremare. Le mie paure me le devo tenere strette strette attenta a non farle schizzare fuori.

Compagno di scuola/4

   

Caro co.di.sc, che quel video sulla mancanza io pure lo avevo notato il mese scorso e guardato e ascoltato (e riguardato e riascoltato) e la pancia non smetteva di gonfiarsi. E io ora sto qui sul letto e non so.
Non so se ce la faccio a scrivere.

Io spero davvero che mi scuserai per questo, per essermi accanita sulla tua mano che si è tesa per darmi un aiuto. Forse mi aiuterai a ritrovare il filo, domani dopo il dentista e l’ennesima fatica, proverò a tracciare la storia da riscrivere insieme a te. Story of my life.  La storia del perché sono e del dove voglio arrivare (e a chi la voglio contare).

 

(Chi vuol sapere cosa scrivo dopo, clicchi qui)

Mare d’Abruzzo

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Il mare d’Abruzzo è come quelle esperienze che viste da lontano, come si preannunciano o presentano, affascinano.

Poi a mano a mano che ci si addentra nel vivo della questione le cose cambiano. E non sono come te le aspettavi.
Una esperienza molto significativa, ma leggermente al di sotto delle aspettative iniziali.
Il mare d ‘Abruzzo è così . . .

. . .  almeno per chi è abituato a quello di Baratti.

Compagno di scuola/3

Caro compagno di scuola che quando Venditti l’ha scritta giusto giusto io e te si aveva dieci anni, ma non ci si conosceva ancora, sarebbe stato l’anno dopo. Alle medie. Pensa te chi mi ricapita a tiro!
Io di te mi ricordo, che eri una persona che non esitava a dare una mano.
Forse per questo ieri al telefono ti sei autodefinito fesso.

Noi, ci fotte la bellezza

Noi, ci fotte la bellezza.
C’è un film che per me è fra i più belli mai visti, e che si intitola In ordine di sparizione, e il frammento qua sotto è una delle scene più significative e tragicomiche (nell’economia del film). Vi si parla del welfare, spiegato magistralmente da un sicario, che non poteva darne definizione più chiara ed appropriata.

 

Inevitabile che le cose funzionino nei “paesi del cazzo”: la sanità funziona, i trasporti funzionano, e l’ecologia, e ovviamente l’istruzione, basti vedere quanti post elogiativi dedicati a Finlandia & Co (condivisi da gente che non ci è mai stato, però si fidano di quello che si dice in giro) mentre noi – fortuna o sfortuna, chissà? – non facciamo parte di detta categoria, noi siamo fra le terre do sole e do mare, e pertanto ce ne infischiamo del welfare, e quando l’estate chiama…

Per questo il mio corso estivo non si è proprio svolto come me lo aspettavo, ciò non toglie nulla alla significatività del progetto che però non si è compiuto. Colpa delle troppe tentazioni della bella terra d’Abruzzo (il mare però è più bello a Baratti).

Compagno di scuola / 2

 

      

 

Caro co(mpagno) di sc(uola) che da ora in poi abbreviamo che si fa prima, ritrovarti è stato il regalo di compleanno più bello, e non avrei mai smesso di parlare non fosse che sul Gargano  la connessione fa più schifo che a Piombino, e poi ci avevo la madre irrequieta che voleva rientrare alla base, ché mia madre devi sapere c’ha l’angoscia che più si allontana da casa più aumenta il pericolo che succeda qualcosa, angoscia che io ho all’incontrario, pensa te, mentre se succede qualcosa lontano da casa poi sono ‘azzi pensa lei, che lei la vive un po’ come un divieto biblico questa cosa della distanza, undicesino : non ti allontanare! Vabbé, dicevo chissà se anche questo mio esperimento scivolerà nel barile olioso dei miei mille tentativi di riprendere il filo andati a male. Chissà.

[Continua qui]

 

 

Anche da un cassonetto

[Cassonetto della differenziata (carta e cartone), Populonia Stazione, lato Est]

Mentre inquadravo mi è venuto in mente Monaldo Leopardi. Il padre del grande e segregatissimo Giacomo. Che anni fa, dopo un viaggio a Recanati, ho scoperto essere capace di belle intuizioni.
Presente le magliette per turisti nei gift shops ? Quelli in pellegrinaggio a Recanati? Io ci ero capitata per caso e mi aveva colpito questa con stampata una finestrella e al centro un mappamondo, e la scritta Anche da una finestretta stretta si può vedere il mondo. E avevo deciso di regalarla a mia figlia che aveva cinque anni. Anche dagli occhi di una bambina si può capire un po’ di mondo. Il regalo voleva essere il messaggio più che l’indumento.

Al ritorno dal cassonetto però ho cominciato a chiedermi se è proprio così o se non si tratti piuttosto di una frase consolatoria di chi è in pace con le proprie sbarre e con cui il vecchio padre voleva darla da bere al figlio.
Mio giovin figliuolo, anche da una finestretta stretta …
A pa’… er monno mica se vede da casa?

(Lo so che era marchigiano, però secondo me il suo spirito ribelle dell’epoca si palesava in romanesco.).

Caro compagno di scuola (che non sei entrato in banca pure tu)/1

Caro compagno di scuola che meno male non sei entrato in banca pure tu (ma se ti sei salvato non so), la canzone di Venditti, da giorni non mi molla, mi ha occupato la mente lungo tutta la costa garganica , poi la A14, la E45, la SS650, la 85, la 6 … e poi come sempre ho divagato e deviato per Porto Sant’Ercole per far vedere l’Argentario  alla madre che avevo portato meco  come ho raccontato in uno dei post precedenti e poi come spesso con lei faccio fiasco perché o il locale di turno è chiuso, o è morto il padrone, o non si trova parcheggio o viene una tromba d’aria o semplicemente le cose che voglio condividere con lei che inizialmente sembravano affascinanti si fanno insulse e ciao. Vabbé. Non so se capita anche a te. Che hai ancora entrambi i genitori vivi. Forse no, perché averli ancora insieme a una certa età… no? meglio se non divago ancora. E chiudo che domani me ne aspettano un paio pesantucce.

[Chi vuole leggere il seguito, clicchi qui]

 

Il viaggio è solo l’inizio

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Certi significati si disvelano a strati. E viaggiare significa andare in profondità.
E già.

Ma mia madre ha da sempre paura di affondare. E cerca di restare immobile aggrappandosi ovunque può. In mare comincia a iperventilare con l’acqua al ginocchio. Gonfia le guance e poi espira. E a volte la sento soffiar fuori l’aria anche mentre lava i piatti. L’ho beccata in flagrante un paio di volte anche durante due sorpassi sulla 4 corsie che, mm…

A nove anni mi ha sconvolto il Viaggio di Pirandello, la versione cinematografica di Vittorio De Sica con Burt Lancaster e la Sofia Loren. E’ la storia di un amore soffocato a lungo che riesce a vedere la luce grazie a un viaggio tragico e mortale: il marito di Adriana (Sofia Loren) muore precipitando giù da una scarpata, la macchina si incendia e lui non arriverà mai a destinazione. Al suo posto giunge anni dopo il fratello del defunto, Cesare/Burt, da sempre innamorato – e corrisposto – da Adriana/Sofia, anche se lei poi muore di malattia all’alba delle tante sospirate nozze (tanto per spoilerare un po’ la voglia di leggersi le Novelle per un anno ):

viaggiare significa andare in profondità.
Evitando le buche più dure.
(E di volare giù da un parapetto.).

Con mia madre invece si finì fuori strada in curva a bordo di un motorino di quelli con le ruotine piccole e tozze che usavano negli anni Settanta. All’incirca avevo l’età in cui il mio primo amore segreto, mio zio, mi aveva portato a vedere il film di De Sica al Politeama di Carrara. A me e alla mia genitrice andò meglio che al marito della Loren. Mia madre prese male la curva, allo stop stava arrivando una macchina dal lato opposto, il Benelli si inchioda e … pata-puff: scivolone sull’asfalto e voliamo a terra: io da una parte , lei dall’altra. Me la cavo con un ginocchio sbucciato.
Ma da lì in poi le cose cambiano ,e credo sia stato, dopo l’episodio del figliol prodigo, il momento in cui ho perso totalmente la fiducia nei miei genitori, e come Gesù, da quella volta in poi mi sono incamminata da sola.
Monta, eddai, e monta..!
‘Nz.
Alla ricerca di un “padre mio” (che ancora non ho trovato).
E che moriva fra una settimana esatta di sette anni fa, per la Presa della Bastiglia, forse per liberarmi – così mi illudevo – da una schiavitù come la Rivoluzione francese doveva liberare il Terzo Stato dalla tirrania soffocante di una monarchia ingiusta e soverchiante (così si illudevano.). Questa volta alla guida ci sono io, la madre al mio fianco, io che rubo i fichi da un campo della costa abruzzese in questa fresca mattina di inizio luglio, lei che mi fa da palo.
Negli anni il mio posto all’interno dell’abitacolo di un’auto è cambiato, e di conseguenza anche il punto di vista: prima dietro, nel back seat, poi passenger seat, complice, vittima, giudice, i ruoli ce li siamo passati un po’ tutti, ma sempre lui alla guida, fino a quando, sette anni fa, dopo averlo accompagnato per l’ultimo viaggio, il suo posto alla guida l’ho conquistato io.

Domani inizio una settimana di scuola estiva, una specie di colonia per teachers di buona volontà desiderosi di cambiare il mondo. E lei è contenta che ancora una volta mi “accompagna a scuola.”
Ma siamo evidentemente male in arnese senza il pezzo essenziale della famiglia, quello che in un triangolo isoscele è l’ipotenusa, anche se noi siamo sempre stati piuttosto scaleni: i tre lati di una forma geometrica strana, indefinibile come famiglia.

Vado al campus!

Pronti alla partenza per il campus estivo di super digitally creative teacher, come sempre parto con l’acqua alla gola, con qualcosa da ultimare che lascio indietro. I compiti li ho fatti a metà, mi sono presentata e ho condiviso la presentazione con i miei futuri compagni di corso ma non ho completato l’assignement o mi saltava il nuovo contratto con il nuovo inquilino, locazione ad uso abitativo transitorio. Io sempre in transito, semper! 

Perdippiù, ieri sera mentre organizzavo le cose da scrivere all’amica del   che mi ha fatto un super Regalo di compleanno, mi sono distratta, ho perso il filo pensando alla storia della coppia che transiterà  in casa mia per un po’. Lei veneta, lui toscano, conosciuti in terra apuana.

E… come mai? (Non ho resistito)

Storia d’amore e di soccorso. Lei era rimasta a piedi. Lui le ha detto, Ti porto io.

Cos’è amarsi alla fine se non soccorrersi?
Lasciarsi portare.
E insieme andare.
Evitando le buche più dure.

Let’s drive…