Compagno di scuola/7

Caro compagno di scuola che poco fa tornando da Poggio all’agnello senti cosa mi è successo.
Sulla Principessa c’era già traffico perché mi sn svegliata tardi, e allora dovevo fare la Gymkhana (che in realtà avevo scritto Giovanna per il correttore automatico) lungo il ciglio della strada fra lo sterrato e l’asfalto che sull’asfalto si corre meglio ma è pericoloso con quei pazzi che vanno ai 120 km/h.

E niente, che mentre calpestavo lo sterrato consideravo quanto sia più faticoso per via degli aghi di pino e del ghiaino e fogliame vario, e a furia di considerare (e schivare macchine), mi è venuta in mente la Dentoni, quella che suo babbo ci ha il forno, fra l’altro proprio dietro casa mia (la mia ultima, penultimo trasloco), mi è venuta in mente perché lei un anno corse la campestre, mi pare in seconda. E insomma ero lì che corricchiavo su un letto di aghi di pino e mi si è accesa nella testa la parola campestre, e subito dopo lei : la Giovanna Dentoni – un lemma del mio reservoir lessicale legato alla parola campestre.
Cioè, se io penso c a m p e s t  r e,  o se qualcuno mi ci fa pensare perché nomina questo genere di corsa, io penso a lei e a una mattina di marzo di quelle che ti esce ancora del gran fumo dalla bocca tanto è freddo, e lei che correva in pineta assieme ad altri ragazzini, erano tanti, era la qualificazione per le provinciali, e noi della seconda C a fare il tifo, una giornata quasi epica per come lei dopo non so quanti giri di campo grondava di sudore e sembrava a ogni giro che collassasse da un momento all’altro, in volto paonazza e madida, tutta piegata in avanti, e noi a sostenerla.
Quando sento dire la parola campestre ecco io penso a lei, ma anche a sua mamma che era arrivata al finish e le era corsa incontro con un’incerata di quelle che andavano all’epoca, non le lucide fighe che ancora usano nelle linee “fashion” 🤭, no! Quelle opache che usavano da noi gente povera. Io pure l’avevo, blu.
Invece quella della Dentoni era verde, me la ricordo ancora e lei dentro bruttina con quella pelle del viso grinzosetta, la voce roca che ansimava e diceva che credeva di non farcela e invece ce l’aveva fatta eccome e si era aggiudicata la qualificazione alle provinciali ma io per giorni continuai a vedere la sua faccia spompata (incorniciata dal cappuccio dell’incerata, che la madre le aveva poi messo addosso sennò ti vien qualcosa) e la sua paura che non ce l’avrebbe fatta. E per un po’ non ci avevo dormito su.
All’idea che poteva morire.
Che poi dopo per me è come morta perché non l’ho vista mai più . Mai più. A Carrara sul muro di Via Verdi dell’Accademia qualcuno tempo fa ha scritto, Morire è non esser più visti.
Io ero strana già all’epoca.

Blob-roll (the start)

Ho deciso che inizio un blob!
E ora spiego che cos’è e cosa c’entrano i muffin…

 

Dovete sapere che io c’ho un paio di vecchi account e relativi  profili scaduti che da tempo uso per :

  • scrivere in bozza per cantargliele a qualcuno (tipo al preside o a qualche idiota su Tinder) che me le ha fatte girare, cioè quella che a Carrara si chiama la “ragione”;
  • schizzare lettere a un vecchio compagno di scuola stile Venditti ma storicamente molto moolto più recenti;
  • prendere appunti per il mio romanzo da lungo interrotto e mai più ripreso, sfilacciato ormai come le bandierine rosse dei bagni a fine stagione, ma io insisto ad annotare e sottolineare cose e appunti, ormai col cell – sigh – sperando in qualche mega evento che rivoluzioni la mia vita e la scardini del tutto costringendomi a sedermi e a riprendere il filo – peccato che nemmeno il Covid 19 ci sia riuscito, dunque le mie speranze si fanno sempre più vane;
  • liste di vario shopping, memo per scrutini, collegi docenti…;
  • ragionamenti e talenti vari (sempre per usare un altro carrarinismo);
  • link di articoli o canzoni o media vari da riguardarmi dopo, con calma.
  • (Mi registro anche dei vocali a volte per far prima, tipo se sono al semaforo).

Ho un monte di roba!

Uno dei due profili si chiama Muffin, perché in origine era il tel di mia figlia che da piccina la chimavamo Muffin, poi ha preso il largo per gli USA e l’account l’ha usato l’anno dopo che è venuta in vacanza, quindi è scaduto ma io ho continuato a annotarci gli ‘azzi miei. Il vero inizio dovrebbe risalire… vediamo un po’, 2015, ’16… al lontano 2017 quando a ottobre baldanzosa e piena di speranze partivo alla volta di Napoli per vedere se l’ambasciata a stelleEstrisce mi avrebbe rinnovato la carta verde. Provaci ancora Sonia. Nella reiterazione degli errori fatali non mi batte nessuno. La spedizione era stata preceduta da tutta una serie di preparativi piuttosto dolorosi perché nelle settimane precedenti avevo dovuto ripercorrere le tappe salienti del mio matrimonio finito (avevo scritto “finto”) alle ortiche, ovvero rinfilare le mani in mezzo ai rovi per provare ad estrarre:

foto, bigliettini, estratti conto, regali, lettere, biglietti del cinema barra concerti barra spettacoli teatrali, matrici di assegni, quietanze di rate del mutuo, ricevute di camere d’albergo vista mare … insomma una massa priva di forma e di consistenza: un blob! 

(Pensa te , Steve McQueen…)

Compagno di scuola compagno di niente (co.di.sc./5)

 


Caro compagno di scuola compagno di niente, che se tu non sei entrato in banca, io non so più dove sto di casa, né quasi quasi se mai ne ho avuta una, ti basti pensare che in tre anni a Las Vegas ne ho cambiate quattro! Vattro! 
Che in effetti siamo tutto e siamo niente io e te, siamo due specie di superstiti che tentano di tirar fuori dalla polvere spessa del tempo qualcosa che un tempo era autentico, e ora boh. I superpoteri si sono azzerati del tutto, completamente in panne. La volontà gira a vuoto e io scivolo e non riesco a riprendere il filo. Anche il dentista mi mette ansia ormai, lui e le sue ricostruzioni, ché ultimamente ricostruire è un gran parolone e l’anestesia mi va alle gambe e mi fa tremare. Le mie paure me le devo tenere strette strette attenta a non farle schizzare fuori.

Compagno di scuola/4

   

Caro co.di.sc, che quel video sulla mancanza io pure lo avevo notato il mese scorso e guardato e ascoltato (e riguardato e riascoltato) e la pancia non smetteva di gonfiarsi. E io ora sto qui sul letto e non so.
Non so se ce la faccio a scrivere.

Io spero davvero che mi scuserai per questo, per essermi accanita sulla tua mano che si è tesa per darmi un aiuto. Forse mi aiuterai a ritrovare il filo, domani dopo il dentista e l’ennesima fatica, proverò a tracciare la storia da riscrivere insieme a te. Story of my life.  La storia del perché sono e del dove voglio arrivare (e a chi la voglio contare).

 

(Chi vuol sapere cosa scrivo dopo, clicchi qui)

Mare d’Abruzzo

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Il mare d’Abruzzo è come quelle esperienze che viste da lontano, come si preannunciano o presentano, affascinano.

Poi a mano a mano che ci si addentra nel vivo della questione le cose cambiano. E non sono come te le aspettavi.
Una esperienza molto significativa, ma leggermente al di sotto delle aspettative iniziali.
Il mare d ‘Abruzzo è così . . .

. . .  almeno per chi è abituato a quello di Baratti.

Compagno di scuola/3

Caro compagno di scuola che quando Venditti l’ha scritta giusto giusto io e te si aveva dieci anni, ma non ci si conosceva ancora, sarebbe stato l’anno dopo. Alle medie. Pensa te chi mi ricapita a tiro!
Io di te mi ricordo, che eri una persona che non esitava a dare una mano.
Forse per questo ieri al telefono ti sei autodefinito fesso.

Noi, ci fotte la bellezza

Noi, ci fotte la bellezza.
C’è un film che per me è fra i più belli mai visti, e che si intitola In ordine di sparizione, e il frammento qua sotto è una delle scene più significative e tragicomiche (nell’economia del film). Vi si parla del welfare, spiegato magistralmente da un sicario, che non poteva darne definizione più chiara ed appropriata.

 

Inevitabile che le cose funzionino nei “paesi del cazzo”: la sanità funziona, i trasporti funzionano, e l’ecologia, e ovviamente l’istruzione, basti vedere quanti post elogiativi dedicati a Finlandia & Co (condivisi da gente che non ci è mai stato, però si fidano di quello che si dice in giro) mentre noi – fortuna o sfortuna, chissà? – non facciamo parte di detta categoria, noi siamo fra le terre do sole e do mare, e pertanto ce ne infischiamo del welfare, e quando l’estate chiama…

Per questo il mio corso estivo non si è proprio svolto come me lo aspettavo, ciò non toglie nulla alla significatività del progetto che però non si è compiuto. Colpa delle troppe tentazioni della bella terra d’Abruzzo (il mare però è più bello a Baratti).

Compagno di scuola / 2

 

      

 

Caro co(mpagno) di sc(uola) che da ora in poi abbreviamo che si fa prima, ritrovarti è stato il regalo di compleanno più bello, e non avrei mai smesso di parlare non fosse che sul Gargano  la connessione fa più schifo che a Piombino, e poi ci avevo la madre irrequieta che voleva rientrare alla base, ché mia madre devi sapere c’ha l’angoscia che più si allontana da casa più aumenta il pericolo che succeda qualcosa, angoscia che io ho all’incontrario, pensa te, mentre se succede qualcosa lontano da casa poi sono ‘azzi pensa lei, che lei la vive un po’ come un divieto biblico questa cosa della distanza, undicesino : non ti allontanare! Vabbé, dicevo chissà se anche questo mio esperimento scivolerà nel barile olioso dei miei mille tentativi di riprendere il filo andati a male. Chissà.

[Continua qui]

 

 

Anche da un cassonetto

[Cassonetto della differenziata (carta e cartone), Populonia Stazione, lato Est]

Mentre inquadravo mi è venuto in mente Monaldo Leopardi. Il padre del grande e segregatissimo Giacomo. Che anni fa, dopo un viaggio a Recanati, ho scoperto essere capace di belle intuizioni.
Presente le magliette per turisti nei gift shops ? Quelli in pellegrinaggio a Recanati? Io ci ero capitata per caso e mi aveva colpito questa con stampata una finestrella e al centro un mappamondo, e la scritta Anche da una finestretta stretta si può vedere il mondo. E avevo deciso di regalarla a mia figlia che aveva cinque anni. Anche dagli occhi di una bambina si può capire un po’ di mondo. Il regalo voleva essere il messaggio più che l’indumento.

Al ritorno dal cassonetto però ho cominciato a chiedermi se è proprio così o se non si tratti piuttosto di una frase consolatoria di chi è in pace con le proprie sbarre e con cui il vecchio padre voleva darla da bere al figlio.
Mio giovin figliuolo, anche da una finestretta stretta …
A pa’… er monno mica se vede da casa?

(Lo so che era marchigiano, però secondo me il suo spirito ribelle dell’epoca si palesava in romanesco.).

Il viaggio è solo l’inizio

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Certi significati si disvelano a strati. E viaggiare significa andare in profondità.
E già.

Ma mia madre ha da sempre paura di affondare. E cerca di restare immobile aggrappandosi ovunque può. In mare comincia a iperventilare con l’acqua al ginocchio. Gonfia le guance e poi espira. E a volte la sento soffiar fuori l’aria anche mentre lava i piatti. L’ho beccata in flagrante un paio di volte anche durante due sorpassi sulla 4 corsie che, mm…

A nove anni mi ha sconvolto il Viaggio di Pirandello, la versione cinematografica di Vittorio De Sica con Burt Lancaster e la Sofia Loren. E’ la storia di un amore soffocato a lungo che riesce a vedere la luce grazie a un viaggio tragico e mortale: il marito di Adriana (Sofia Loren) muore precipitando giù da una scarpata, la macchina si incendia e lui non arriverà mai a destinazione. Al suo posto giunge anni dopo il fratello del defunto, Cesare/Burt, da sempre innamorato – e corrisposto – da Adriana/Sofia, anche se lei poi muore di malattia all’alba delle tante sospirate nozze (tanto per spoilerare un po’ la voglia di leggersi le Novelle per un anno ):

viaggiare significa andare in profondità.
Evitando le buche più dure.
(E di volare giù da un parapetto.).

Con mia madre invece si finì fuori strada in curva a bordo di un motorino di quelli con le ruotine piccole e tozze che usavano negli anni Settanta. All’incirca avevo l’età in cui il mio primo amore segreto, mio zio, mi aveva portato a vedere il film di De Sica al Politeama di Carrara. A me e alla mia genitrice andò meglio che al marito della Loren. Mia madre prese male la curva, allo stop stava arrivando una macchina dal lato opposto, il Benelli si inchioda e … pata-puff: scivolone sull’asfalto e voliamo a terra: io da una parte , lei dall’altra. Me la cavo con un ginocchio sbucciato.
Ma da lì in poi le cose cambiano ,e credo sia stato, dopo l’episodio del figliol prodigo, il momento in cui ho perso totalmente la fiducia nei miei genitori, e come Gesù, da quella volta in poi mi sono incamminata da sola.
Monta, eddai, e monta..!
‘Nz.
Alla ricerca di un “padre mio” (che ancora non ho trovato).
E che moriva fra una settimana esatta di sette anni fa, per la Presa della Bastiglia, forse per liberarmi – così mi illudevo – da una schiavitù come la Rivoluzione francese doveva liberare il Terzo Stato dalla tirrania soffocante di una monarchia ingiusta e soverchiante (così si illudevano.). Questa volta alla guida ci sono io, la madre al mio fianco, io che rubo i fichi da un campo della costa abruzzese in questa fresca mattina di inizio luglio, lei che mi fa da palo.
Negli anni il mio posto all’interno dell’abitacolo di un’auto è cambiato, e di conseguenza anche il punto di vista: prima dietro, nel back seat, poi passenger seat, complice, vittima, giudice, i ruoli ce li siamo passati un po’ tutti, ma sempre lui alla guida, fino a quando, sette anni fa, dopo averlo accompagnato per l’ultimo viaggio, il suo posto alla guida l’ho conquistato io.

Domani inizio una settimana di scuola estiva, una specie di colonia per teachers di buona volontà desiderosi di cambiare il mondo. E lei è contenta che ancora una volta mi “accompagna a scuola.”
Ma siamo evidentemente male in arnese senza il pezzo essenziale della famiglia, quello che in un triangolo isoscele è l’ipotenusa, anche se noi siamo sempre stati piuttosto scaleni: i tre lati di una forma geometrica strana, indefinibile come famiglia.