La dissonanza cognitiva

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*La dissonanza cognitiva è quella cosa che tu sei convinto della giustezza di un’azione, di un principio, ma ti ritrovi a eseguire ordini totalmente opposti, e quando cerchi di farlo notare, tutti ti dicono e cercano di convincere che stia facendo esattamente la cosa giusta che credi di fare! Quei tutti – va sottolineato – includono anche le persone amiche, sedicenti alleati, che ti danno sempre ragione, ma che continuano a non fare nulla per cambiare le cose. Amplificando così la dissonanza.

 

Condannata a ricordare!

Sonia, i tuoi ricordi sono importanti per noi…
Condividili con gli amici, suggerisce fb, che mi condanna a ricordare.
Esattamente un anno fa. Quei ricordi sempre vivi, ma resi tali dallo sgomento di altrettanti dubbi che sono oggi tanto più cocenti quanto fondati : ce la farò (a continuare a spargere il grano della conoscenza come raccomandava Camilleri ) ?
Sopravvivrò (agli squali che mi circondano nel mondo del lavoro – che sempre più amo – il lavoro, non il suo mondo) ?

Vota la mia canzone preferita!
Commentare, postare, argomentare,
p a r t e c i p a r e !


Già.
Solo così si diventa veri cittadini, padroni di una lingua
e attori consapevoli all’interno di un gruppo, di una società.

Votate con un like i video dei miei studenti, al vincitore una pizza da
c o n d i v i d e r econ la classe!

Lanciai la simpatica “sfida” e la risposta dai colleghi fu pressoché nulla; in compenso, dai piani alti :

Ma la pizza?
Chi la paga?
Dove si mangia?
E lo scontrino!? ce lo fanno? a chi lo fanno!?…

Certa gente uccide la scuola.
Fermatela!

Non ho altro da aggiungere, Vostro Onore.

Alfabetizzazione ad adulti stranieri: in presenza? a distanza? digitale? Purché sia autentica.

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Nel 2010, al rientro a Las Vegas da un mio viaggio in Ecuador, incantata dalla bellezza dello spagnolo, con cui da autodidatta ero riuscita a farmi capire dagli andini, decisi di iscrivermi a un corso di spagnolo alla UNLV, per approfondirne la conoscenza. Il mio teacher honduregno, Senor Luis, mi incantò ancora di più perché per introdurre uno dei verbi ostici dello spagnolo, invece di soffocarci di fotocopie, declinazioni, spiegazioni e bla-bla-bla, ci fece guardare e ascoltare alla LIM la Penelope Cruz che cantava Volver, jo vuelvo, tu vuelves, ela vuelve, nosotros volvemos…

Il mio corso di spagnolo alla UNLV comprendeva 200 ore circa, costando poco più di quanto pagano i miei studenti di italiano di livello B1.

Mi trovavo in quegli anni in pausa riflessiva dall’insegnamento, a cercare di capire da che parte andare nella vita, e dopo aver girovagato per gli splendidi deserti del far West (e per quelli meno splendidi, interiori, dei suoi abitanti), ecco che dopo anni di didattica anarchica e sovversiva, per spiegare un verbo ostico dello spagnolo, un prof dell’Honduras si metteva a usare niente meno che … il WEB !

Era il 2010, e quell’incontro mi aprì un mondo, che ancora adesso, a distanza di dieci anni, faccio fatica a far comprendere a molta della comunità scolastica con cui entro in rotta di collisione. Comunità che specie in tempo di Covid oscilla da una distopica visione all’altra della didattica (digitale, integrata, a distanza , rotelle…) soffocata da impegni inutili e vuoti che la burocrazia scolastica impone. Ai più fortunati fra noi capitano in sorte colleghi preparati e cooperativi; ai baciati dalla fortuna, dirigenti che non mettono mai la didattica in secondo – terzo, quarto … – piano; o che non calpestano il lato umano della vita. Della professione.

Era la prima volta in cui vedevo la realtà – quella vera – fra i banchi di un’aula linguistica. La figura dell’insegnante aveva cambiato veste, il brio si univa all’utilità, ma soprattutto il messaggio arrivava diretto agli interessati: li divertiva, li istruiva. Involve me and I’ll understand.

Lo diceva già Maria Montessori, e poi Don Milani – due nomi di cui ci pregiamo molto solo (!) quando si tratta di rivendicare il genio italiano, di sfoggiare un certo Made in Italy per così dire intellettuale: l’apprendimento va a buon fine quanto più si fonda su un esperire concreto e ritagliato sui bisogni e le caratteristiche dei discenti. Quest’ultimo assunto l’ho ripreso e fatto mio da uno dei tanti brillanti interventi di Tullio de Mauro, linguista compiantissimo, intellettuale di rara umanità e modernità.
Di questo sono sempre stata convinta, fin dal mio inizio come insegnante, fra i più serendipici che ci potessero essere: cercavo un matrimonio felice e invece ho trovato il lavoro più bello che c’è. Ma è stato dopo aver scelto di andare ad insegnare in un Centro di Istruzione per Adulti che questa consapevolezza è divenuta una esigenza didattica urgente.

L’approccio didattico dell’ “apprendimento autentico”, nei CPIA, si rivela particolarmente efficace con gli studenti adulti stranieri per i quali diviene mezzo privilegiato di esplorazione, discussione e costruzione di concetti e relazioni  s i g n i f i c a t i v i   applicabili a contesti che coinvolgono problemi e progetti reali.

Le tecnologie – a patto che si sappiano usare e insegnare ad usare! – in questo senso si rivelano preziose, valide alleate, strumenti atti ad appianare le disuguaglianze e la non manipolabilità del sapere che viene trasmesso. L’idea fondamentale è che gli studenti abbiano un maggiore interesse a perfezionare le proprie competenze di letto-scrittura nella lingua seconda, la quale da mero oggetto di studio a fini valutativi diviene vero e proprio mezzo comunicativo grazie al quale poter condividere il proprio pensiero, e attraverso di esso la rinegoziazione di sé, del proprio vissuto, dei propri valori.

Spesso nelle classi di Italiano per stranieri fra i discenti circola un sapere che chiede con urgenza di trovare la giusta veste per uscire, per essere condiviso e comunicato. L’aula allora non può restare un luogo di trasmissione da uno a tanti, ma fra tanti. Un atto paritario e orizzontale, non gerarchico da chi sa (ma è spesso incapace di trasmettere) a chi non sa (perché è impossibilitato a ricevere); poiché nel caso degli stranieri non si tratta (soltanto) di non sapere, ma di non saper dire. L’aula allora può diventare un luogo (virtuale, non solo fisico) diverso dove noi co-produciamo i saperi necessari.
Ma per fare questo occorre competenza, passione, e soprattutto occorre il coraggio di cambiare le cose.

 

L’organo di Lucio

 

Caro Lucio;

Quando sei morto avevi più o meno la mia età adesso, e io quel giorno – lo ricordo ancora e forse anche la hostess che basita mi dovette consolare mentre le chiedevo conferma della notizia – io, un po’, sì, un po’ qualcosa dentro di me aveva già cominciato a morire ma io ancora non lo sapevo: cominciava a spegnersi la fiducia nella capacità di mostrare la me, che invece che dritta e vera vien sempre fuori un po’ storta, appunto in corsivo. Prigioniera della fossa del leone, da cui uscire sembra davvero impossibile, Lucio caro.

Mogol in un’ intervista ha detto che prima venivano sempre le tue melodie e poi dopo, solo dopo i suoi testi, che cercavano di adattarsi al linguaggio preciso e diretto con cui le note del tuo Caro angelo riescono a parlare allo spirito libero e alato che si nasconde dentro di noi.
Dentro di me.

E’ stato l’organo. L’ho capito dall’organo quando entra l’altro giorno mentre andavo su per il poggio verso Baratti. Getta un ponte, l’organo. E fa dispiegare all’angelo tutta la sua potenza. Fra la strofa delle prostitute e quella di paura e alienazione, Re minore 7… Sol minore …  Do +… Solm7… e subito dopo l’attacco del basso che scuote come un sisma improvviso, dopo un secondo di silenzio, poi le note nette del piano, infine : si decolla! Oh, Lucio caro, quanti me ne sono crollati sotto i piedi di ponti, mentre ci passavo sopra convinta e fiduciosa, fra tutti il più rovinoso quello delle Magnolie sul Bayou St John, dove ho giocato a sposarmi (un po’ però ci credevo).
E quanti slogan fasulli, Lucio caro, non puoi capire. Solo oggi li vedo tutti : cesti d’amore tanto più gaio quanto più era finto; frasi truccate, alienate; specchi per le allodole infiniti! Oggi sì, comprendo bene il Nostro caro angelo, il suo inno all’essenzialità, il suo cibarsi di radici, il suo volo instancabile verso il blu.
Credo che oggi che quella fiducia vacilla più che mai, a questo punto della mia vita, io posso dire che è finalmente entrato l’organo. Le reti il volo aperto mi precludono, caro Lucio, ma grazie anche ai capolavori come la tua musica, non rinuncio mai !

 

A ramengo!

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E come sempre è finita che ogni buon proposito di post e di scrittura è andato a Ramengo – e il compagno di classe, e il mio esperimento col Blob, come sempre quando entra settembre e si ricomincia con un altro giro,  viaggi nisba e chissà per quanto ancora, quest’anno poi peggio che andar di notte, la vedo davvero dura. A suggellare questo momento catastrofico ecco una bella immagine da Halloween che ho rinominato Collegio dei docenti (sottotitolo: Didattica (integrata/disintegrata R.I.P). La notte  ei morti qua si proluga e non se ne vede la fine.

 

Noi usiamo google meet, ma il risultato è parimenti mortifero.

My blob: l’Arco Mirelli

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Il messaggio più vecchio del mio blob data 14 settembre 2017 e comincia con un Ohimmeahme!!!!

😨😨😨

Che chissà perché questa cafonissima reazione, visto che all’ambasciata non ci ero ancora arrivata e le speranze di rinnovare la carta verde (ergo fuggire da questo paese) non morte del tutto. L’abbondare di faccine e di epiteti da chat non è da me, sia chiaro.

Forse ero solo triste di fronte a tanto bendidio che sempre offre questa città.

Città spaziale speziata e nn spaziosa con dentro un po’ di Teheran, Palermo, Tunisi e quasi quasi anche…
Scendo – nel vero senso della parola – ‘sto Arco Mirelli che tutti usano a mo’ di pietra miliare per dare indicazioni, ma di nuovo, alla domanda dove sia l’arco, i napoletani non mi capiscono, e lanciano in qua e in là le braccia, Qua stall’arco!, e qua, e qua, ella’… come a dire, Non c’è che archi… (ma di archi io nisba).

Italpol
Uso del voi
E si riparte… con il “gattò” della signora Amelia in valigia.

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Mai viaggio fu tanto penoso, quindi gli appunti si troncano saggiamente lì, sulla  leccornìa di questa deliziosa affittacamere. Che mi ha tirato su in treno (e fatto ungere dappertutto, tanto il treno era semivuoto). La signora Amelia meriterebbe un capitolo a sé, peccato che come al solito devo interrompere per l’ospite in arrivo e devo rimetter su la porta della relativa camera che visto che c’è mi sembra giusto includerla nella mia splendida accoglienza etrusca. 
Se l’ospite non si tratterrà troppo a lungo magari racconto della signora Amelia perché veramente se mi chiedessero, Avresti rinunciato al suo gattò in cambio del rinnovo della carta verde?
Giammai!

P.s.Ogni volta che mi scaldo e arrivo sul più bello devo interrompere questa corrispondenza di amorosi sensi che sempre per me è la scrittura: sedermi in pace a una (specie di) scrivania, e ripassarmi gli ossi, invece arriva qualcosa (un CoronaVirus) o qualcuno (un ospite) e l’osso sparisce.  Story of my life!
Coito interruptus continuo.
(Nella vita sentimentale manco l’inizio).

La Palla

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Il fatto è che a me di fare la madre non mi è mai piaciuto, dicevo sempre che di figli non ne volevo mentre l’Americanus ne voleva almeno tre, che dalle sue parti minimo sono due, mica come in Italia che nascite zero. Alla fine ci è andata di lusso, che lui all’ultimo si era bello e tirato indietro, con la scusa che non era pronto a fare il padre, troppe responsabilità, senza un lavoro fisso, con la self esteem dai valori minimi, vedeva psicopatici stupratori di bambini dappertutto, manco abitassimo a Milwaukee. Ma a me al rientro da Megisti mi è preso come a Zeus, e lei si è fatta sentire. Si è fatta sentire con un dolorino al fianco che non smetteva, mi chinavo e sentivo questo dolorino al fianco e già avevo immaginato il peggio e fatto testamento, tipo che la bici l’avrei lasciata a Tizio, il PC a Sempronia, i libri dell’ala destra a Caio e quelli dell’ala sinistra a sua sorella. Quelli in stand-by … boh, nella tomba mi sarei portata dietro Fante, Vico Marcus, Baudelaire e al limite il Gattopardo così vediamo se riesco a finirlo nell’aldilà, minchia anni che mi riprometto di farlo ma resto sempre insabbiata a pagina 32, una siciliana come te che non ha ancora letto… scherzi!? E insomma che questa specie di spina nel fianco l’ho tenuta per un paio di mesi e alla fine non ce l’ho fatta più e sono andata a farmi dare una guardata alla pancia da un mio vecchio amico che mi aveva pure fatto passare avanti, conoscendomi, mi fa, vediamo un po’ cosa abbiamo qua dentro, riferito al mio addome. Io più morta che viva sul lettino, e quello tutto serio che se ne andava a spasso sul mio ventre e alla fine dopo averlo perlustrato in lungo e in largo mi fa, credo proprio che sei incinta, e così posso dire che la Palla è arrivata come risposta a una paura tremenda. Io mi aspettavo una diagnosi funesta mentre al suo posto è arrivata lei, una bella cosa inaspettata, come le rare volte – molto rare – che a giugno mi aspetto una batosta di tasse da pagare e invece Alex mi manda un bel fax che dice, SEI A CREDITO e io faccio i salti per la gioia, ebbene quella volta volavo per la gioia, mi sentivo anche molto Dea, per dirvi, molto tipa da Olimpo e dato che a Giove Pallade Atena gli era nata da un mal di capo e a me mia figlia da un mal di fianco, ecco perché la chiamo Palla, solo io però. All’Americanus gli suona strano, dice sempre, ma che razza di nome è? Ha paura che da grande le vengano i complessi, che le precipiti la self confidence come a lui, mentre a lei quando era piccina le piaceva come nickname perché era grassoccia e bellissima e buffissima e sembrava proprio una pallottola, ora le piace un po’ meno, specie se ci sono quelle viperotte fra i piedi, allora non lo sopporta, e io un po’ un po’ insisto e la cazzìo, poi però ci do un taglio. Ma se siamo da sole allora Palla va bene. A ripensarci ora però. Ci è mancato poco svenivo sul lettino dell’ecografista. Quello lì a perlustrare e più perlustrava in silenzio più a me mi cominciavano a sparire i connotati e invece dentro c’avevo già la mia palla, solo un puntino pulsante, che rimbalzava come per dire, tranquilla che sono qua io. E dato che a farmi perlustare mi ci aveva accompagnato la Tatiana, che tutte le volte che mi viene questa paura uncinata di morire vado da lei a richiederne il sostegno, e di fatti quando sono uscita dalla camera oscura lei era lì, pronta a raccogliermi col cucchiaio come si dice, e invece abbiamo festeggiato insieme, ci siamo fatte una mezza boccia di Candia, e poi mentre brindavamo, lei mi ha puntato addosso i suoi occhi verde smeraldo e ha fatto, guarda come questa biglia è riuscita a restituirti la faccia, che a quel punto la mia faccia me la sentivo eccome, ed era una faccia felice, per cui posso tranquillamente dire che mia figlia dal primo momento che ho saputo che c’era mi aveva già cambiato i connotati, era riuscita a sostituirmela la faccia (che di fatti lei è l’unica con cui la faccia non mi sparisce mai, perché ogni volta che la guardo vedo la sua che sembra una luna piena, e i pezzi rivanno a posto e io mi sento di esistere. Intera.).

 

Da, L’infinibile Hulk, che un giorno finirò

Compagno di scuola/7

Caro compagno di scuola che poco fa tornando da Poggio all’agnello senti cosa mi è successo.
Sulla Principessa c’era già traffico perché mi sn svegliata tardi, e allora dovevo fare la Gymkhana (che in realtà avevo scritto Giovanna per il correttore automatico) lungo il ciglio della strada fra lo sterrato e l’asfalto che sull’asfalto si corre meglio ma è pericoloso con quei pazzi che vanno ai 120 km/h.

E niente, che mentre calpestavo lo sterrato consideravo quanto sia più faticoso per via degli aghi di pino e del ghiaino e fogliame vario, e a furia di considerare (e schivare macchine), mi è venuta in mente la Dentoni, quella che suo babbo ci ha il forno, fra l’altro proprio dietro casa mia (la mia ultima, penultimo trasloco), mi è venuta in mente perché lei un anno corse la campestre, mi pare in seconda. E insomma ero lì che corricchiavo su un letto di aghi di pino e mi si è accesa nella testa la parola campestre, e subito dopo lei : la Giovanna Dentoni – un lemma del mio reservoir lessicale legato alla parola campestre.
Cioè, se io penso c a m p e s t  r e,  o se qualcuno mi ci fa pensare perché nomina questo genere di corsa, io penso a lei e a una mattina di marzo di quelle che ti esce ancora del gran fumo dalla bocca tanto è freddo, e lei che correva in pineta assieme ad altri ragazzini, erano tanti, era la qualificazione per le provinciali, e noi della seconda C a fare il tifo, una giornata quasi epica per come lei dopo non so quanti giri di campo grondava di sudore e sembrava a ogni giro che collassasse da un momento all’altro, in volto paonazza e madida, tutta piegata in avanti, e noi a sostenerla.
Quando sento dire la parola campestre ecco io penso a lei, ma anche a sua mamma che era arrivata al finish e le era corsa incontro con un’incerata di quelle che andavano all’epoca, non le lucide fighe che ancora usano nelle linee “fashion” 🤭, no! Quelle opache che usavano da noi gente povera. Io pure l’avevo, blu.
Invece quella della Dentoni era verde, me la ricordo ancora e lei dentro bruttina con quella pelle del viso grinzosetta, la voce roca che ansimava e diceva che credeva di non farcela e invece ce l’aveva fatta eccome e si era aggiudicata la qualificazione alle provinciali ma io per giorni continuai a vedere la sua faccia spompata (incorniciata dal cappuccio dell’incerata, che la madre le aveva poi messo addosso sennò ti vien qualcosa) e la sua paura che non ce l’avrebbe fatta. E per un po’ non ci avevo dormito su.
All’idea che poteva morire.
Che poi dopo per me è come morta perché non l’ho vista mai più . Mai più. A Carrara sul muro di Via Verdi dell’Accademia qualcuno tempo fa ha scritto, Morire è non esser più visti.
Io ero strana già all’epoca.

Compagno di scuola/6

 

Caro compagno di scuola che mi hai ricordato che anche tu eri innamorato della prima della classe, la più carina (ma – antivendittianamente – non la più cretina), che mi hai confessato pure che però tu non ci provavi nemmeno perché noi girls eravamo avanti e ci avevamo i mosconi che ci ronzavano intorno con le vespe i PX e le Renault 4…
Bei tempi. I tempi dei superpoteri. Di cui avremo modo di parlare.

 

Blob-roll (the start)

Ho deciso che inizio un blob!
E ora spiego che cos’è e cosa c’entrano i muffin…

 

Dovete sapere che io c’ho un paio di vecchi account e relativi  profili scaduti che da tempo uso per :

  • scrivere in bozza per cantargliele a qualcuno (tipo al preside o a qualche idiota su Tinder) che me le ha fatte girare, cioè quella che a Carrara si chiama la “ragione”;
  • schizzare lettere a un vecchio compagno di scuola stile Venditti ma storicamente molto moolto più recenti;
  • prendere appunti per il mio romanzo da lungo interrotto e mai più ripreso, sfilacciato ormai come le bandierine rosse dei bagni a fine stagione, ma io insisto ad annotare e sottolineare cose e appunti, ormai col cell – sigh – sperando in qualche mega evento che rivoluzioni la mia vita e la scardini del tutto costringendomi a sedermi e a riprendere il filo – peccato che nemmeno il Covid 19 ci sia riuscito, dunque le mie speranze si fanno sempre più vane;
  • liste di vario shopping, memo per scrutini, collegi docenti…;
  • ragionamenti e talenti vari (sempre per usare un altro carrarinismo);
  • link di articoli o canzoni o media vari da riguardarmi dopo, con calma.
  • (Mi registro anche dei vocali a volte per far prima, tipo se sono al semaforo).

Ho un monte di roba!

Uno dei due profili si chiama Muffin, perché in origine era il tel di mia figlia che da piccina la chimavamo Muffin, poi ha preso il largo per gli USA e l’account l’ha usato l’anno dopo che è venuta in vacanza, quindi è scaduto ma io ho continuato a annotarci gli ‘azzi miei. Il vero inizio dovrebbe risalire… vediamo un po’, 2015, ’16… al lontano 2017 quando a ottobre baldanzosa e piena di speranze partivo alla volta di Napoli per vedere se l’ambasciata a stelleEstrisce mi avrebbe rinnovato la carta verde. Provaci ancora Sonia. Nella reiterazione degli errori fatali non mi batte nessuno. La spedizione era stata preceduta da tutta una serie di preparativi piuttosto dolorosi perché nelle settimane precedenti avevo dovuto ripercorrere le tappe salienti del mio matrimonio finito (avevo scritto “finto”) alle ortiche, ovvero rinfilare le mani in mezzo ai rovi per provare ad estrarre:

foto, bigliettini, estratti conto, regali, lettere, biglietti del cinema barra concerti barra spettacoli teatrali, matrici di assegni, quietanze di rate del mutuo, ricevute di camere d’albergo vista mare … insomma una massa priva di forma e di consistenza: un blob! 

(Pensa te , Steve McQueen…)