The silent way

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You would never guess what happened to me a few nights ago, I can hardly believe it  myself. Before I tell you, though, you must know a few things about me. Yes, me: your  teacher.

I arrived in Palermo three weeks ago with the burning desire to become a CELTA  teacher. Mind you, I already am a teacher. I started teaching when I was a young girl,  before my University degree. As a matter of fact, next September it will be my  twentieth anniversary as a teacher, so what an appropriate way to celebrate, I thought – by getting the prestigious CELTA certificate. You see, being selected is no easy task, not to count costs and sacrifices of a month away from home, so when they told me I’d been accepted I jumped up with joy, I thought the rest would be a cinch, the certificate already in my hands.  

Can you imagine my discouragement when I learnt that I’d failed the first assignment, then the second … and the third! Monday evening when I got home I was so angry I threw the phone off the balcony, I did not want to talk to anybody, no family, no friends, no students! You see, I have never failed an assignment in my whole life! The day after my tutor warned me that unless I pass the fourth, my certificate will be at risk. Stop going out to parties and concerts every night, and begin some serious study, she said.

So I did. That night, instead of rushing home to get ready for another Afro-Cuban Jazz session+happy hour, I decided to remain in school to search for my fourth and last assignment due next week. It focuses on the Silent Way, a teaching method that emphasizes the autonomy of the learner, the teacher hardly says anything, the student does the talking, as indeed it should be. I had purchased this very interesting book by Caleb Gattegno, I went into the trainees’ room upstairs and started to read it. After an hour I simply couldn’t stop, totally immersed as I was, taking notes and sketching my next assignment: no cell ringing, no noise around me (I live near the Vuccirìa), the classroom all mine as my colleagues had already left. To be honest, I did hear a noise at the end, that of the receptionist switching on the burglar alarm mode… When I got downstairs, it was too late.

 

 I was locked inside. No way out unless I  started  screaming to attract the  neighbours’ attention, which did  not  seem like a sensible thing to do. Calling  the Police or  the Firemen even worse,  the last thing I need, I thought,  is to put  the name of the school and mine on a  local  newspaper!

I returned into my room, no cell, no  friends to call (no  dinner!), and I  continued to study and to practise my  Silent Way.

This is not the end of the story, though, but before i tell you all, can you guess what else happened?

Grazie Signora Bonino!

Ho sognato la signora Bonino, l’ho detto a Caroline appena l’ho vista questa mattina, perché parla molto bene l’inglese? Così si è sempre detto di lei in Parlamento.

E la mia tutor mi ha ricordato che è Minister of Foreign Affairs…

Minister  of Foreign Affairs . . . let’s go check:

foreign ministers are also  traditionally responsible for  many diplomatic duties, such as hosting foreign world leaders and going on state visits to other  countries. The foreign minister is generally  the most well-traveled* member of any  cabinet.

 Well traveled = of a person who has travelled widely (http://oxforddictionaries.com).

So I guess the meaning of the dream is quite clear.

 

On The Road (Again?!) – Programmi di viaggio

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Ottobre 2010 

Mentre mi appresto a sgomberare la casa di Fortin Street, me lo sto domando anch’io, lo canticchio e mi ripeto: I’m on the road… again? E intanto che finisco di inzeppare lo zaino ripenso alla canzone dei come si chiamavano? quel gruppo di quando ero alle Medie? … I Robots? Quelli pitturati d’argento che il vocalist sembrava il Duce resuscitato dallo spazio? Google mi restituisce Willie Nelson che appena conosco, il Country and Western l’avrei scoperto al liceo. Alla fine degli anni Settanta io non andavo oltre la campagna dei noti Cugini, salvo lasciarmi affascinare dal metallo martellante dei … Rockets! eureka!
I’m on the road again. Mentre gracchiano dentro il laptot, fuori si sta scatenando un finimondo che agita banani, querce e alberi di pecan. Da 90 gradi F di poche ore fa che mi è toccato dormire col mostro acceso, siam passati a 76 nel giro di un’ora. Quaggiù è la natura che detta legge, e se ne infischia di chi ha altri piani.
Di chi si prepara all’ennesimo viaggio. 
Ritorno a Las Vegas (come al Monopoli “al Via”); via da Las Vegas (non come nell’omonimo film), lasciandosi alle spalle la mostruosa Diga di Hoover, che settimana scorsa ha battezzato il suo mostricciattolo: il Mike O’Callaghan – Pat Tillman Memorial Bridge sopra il Colorado. Appena nato e già è alto più di trecento metri, fiore all’occhiello della ingegneria a stelle e strisce. Da lì in Arizona fino a Flagstaff, con forse anche sosta alla deliziosa e spiritualissima Sedona, a raccattare sassi di energia cosmica per un amico che aspetterà con ansia il mio ritorno; quindi giù a Winslow, Arizona, semplicemente per stare in un angolo a cantare la nota canzone degli Eagles. E vedere l’effetto che fa. A seguire Albuquerque e Santa Fé, Nuovo Messico; da lì a Amarillo Texas, che un nome così di certo vale la sosta. Da lì a Dallas, forse San Antonio, puntando sempre a Est, verso Shreveport Louisiana, quindi alla capitale Baton Rouge, e se avanza tempo un giro in zona Cajun per poi approdare finalmente a Nola, che si sappia non c’entra con quella campana, sta per N(ew) O(rleans) L(ouisian)a. Gli americani ci hanno la fissa delle sigle.
Io dei diari. Stavolta ho deciso di tenerne uno ma come si deve, senza scarabocchiare appunti in qua e in là, imbrattando sottobicchieri e tovaglioli nei vari pub e diners che poi restan lì buoni solo al travaso, di trasloco in trasloco, a aumentare i sensi di colpa. No, stavolta ho intenzioni serie. Mi sono addirittura documentata in anticipo sulle varie tappe. Mi son comprata un composition book, dato che il mio laptop è quasi al capolinea, mentre io:on the road again.
Prima a Ovest. A dare l’estremo addio al Far West, a raccattare una mezza dozzina di scatole fra libri, appunti, sottobicchieri e tovaglioli di carta. Questo viaggio sarà un’occasione. Per sparlare dell’America e del suo Ovest Selvaggio.
Again?!
Lo so, caro John, ma stavolta voglio fare come te in The River is Red quando gridi al giovanissimo ma già affascinante Montgomery Clift: porta quelle mandrie in Missouri, Matt!
Io però viaggio in first class. Tiè. Almeno all’andata. La Delta mi ha appena confermato l’upgrading sia per Atlanta che per Las Vegas. Thank you for choosing Delta, le ricordiamo che è possibile effettuare il suo check-in online a partire da 24 ore precedenti l’imbarco…
Sento l’euforia propagarsi dalla testa ai piedi, braccia, schiena, pancia, come il valium dopo un attacco di panico, o l’EN quando ci ho le palpitazioni e non riesco a dormire per il troppo pensare… peccato che la mail seguente è la Newsletter della Feltrinelli, toh, guarda, il nuovo libro di Antonio Tabucchi, Viaggi e altri viaggi, dove si dice che i luoghi sono nomi, tappe e residenze, che un luogo non è mai solo ‘quel luogo’, e dove l’autore confessa di essere un viaggiatore che non ha mai fatto viaggi per scriverne, “cosa che mi è sempre parsa stolta. Sarebbe come se uno volesse innamorarsi per poter scrivere un libro sull’amore…”
Ho preso il composition book e l’ho lanciato ai banani. Vuoi vedere che anche questo progetto sarà l’ennesimo (ta)bucco nell’acqua?
Scaduta l’euforia, mi alzo e vado a raccattare i fogli sulla guerra messicano-statunitense, sull’energia cosmica, su Flagstaff, e su Albuquerque, che per colpa di un esercizio di ascolto e comprensione di un libro di inglese anni fa, a lungo ho pensato fosse da tutt’altra parte.
Listen and choose the right answer. Dove ha dovuto fare scalo il pilota causa maltempo? Segnare la risposta giusta con una crocetta: A Albuquerque? A Albenga? A Halifax? A Alcatraz?
Azz…