Recorriendo Andalucia: Un viaggio da invidiare

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Purtroppo, il sentimento che oggi voglio condividere con voi non è dei più edificanti, e si chiama invidia.
Invidia per questa coppia che mi ricorda un momento felice della mia vita, sfortunatamente finito,

e per dare enfasi al participio finito e facilitarne la comprensione nei convitati spagnoli, ho alzato lo sguardo dal leggio, e ho fatto il gesto del taglio della gola: kaput! che lo so che non è spagnolo, ma intanto hanno tutti capito.
Quindi ho proseguito.

Quando ho conosciuto questa splendida ragazza, usciva da un periodo difficile della sua vita, ma grazie alla sua dolcezza e determinazione e capacità artistiche, è riuscita a costruirsi una casa. Per “casa” non intendo la bella dimora che si è fatta con suo marito, ma un perimetro forte e sicuro dentro il quale è riuscita a mettere affetti, amore, progetti. E ora una famiglia.

Già. Quando ho conosciuto Miriam, questo ovviamente alla boda non l’ho detto, quando l’ho conosciuta, il mio di perimetri era tutto fuorché forte e sicuro, sembrava una specie di trincea sdirrupata aperta ai cecchini, alle intemperie, all’ira degli dei. Mi ero appena catapultata dal Far West di Las Vegas a quello  del centro storico di Carrara. Finita dritta in una specie di buco di scarico dal quale per un pelo sono poi riuscita a farla franca. Ma giusto per un pelo.
Io e Miriam ci siamo conosciute durante quel pelo.
In fuga entrambe: io da Carrara; lei da se stessa.
La lingua ci ha fatte incontrare, ci ha fatto alleare.

E esattamente dieci anni dopo, eccomi alla sua “boda”.

 

Screaming fat salamander, NFT by Iacopo Buttini.

La boda.

Questa parola mi affascina dalla prima volta che l’ho sentita anni fa in una canzone dei Jarabe de Palo, Depende, de que depende?
De segun come se mire todo depende.

Sono innamorata delle lingue, del linguaggio, in generale, e oggi posso affermare e dire con certezza che gli incontri più significativi della mia vita sono stati veicolati dal mio apprendere o insegnare una lingua.
Laddove era solo rumore e frasi vuote, non è rimasto nulla.
Ma con Miriam non è andata così, e la parola è sempre stata veicolo di emozioni, condivisioni, empatia e simpatie. Sono sempre più convinta che ogni parola sia capace di alchimie incredibili, che sfuggono spesso a qualunque spiegazione etimologica, linguistica, razionale. Rolan Barthes parlava di tutto un mondo visto attraverso “il buco della serratura del linguaggio”. Ed ecco che ritrovo dentro una “boda” un conglomerato di elementi all’apparenza distanti, ma legati da un filo rosso, magari sottile, ma molto evidente.
Boda in spagnolo significa matrimonio, in carrarino è la rospa, la moglie del rospo. Una cosa nobile e un’altra bestiale, un essere abnorme, se si pensa all’animale, un evento festoso, felice, se si pensa alla cerimonia, ma il matrimonio come patto? Come percorso di vita insieme: è sempre cosa buona e nobile?
Depende…

A Miriam auguro di sì.

 

Destinazione Andalusia: preparativi di viaggio

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Calarsi nell’atmosfera prima di ogni viaggio, fare i giusti preparativi, portarsi dietro le cose necessarie: aiuta o limita?

Si viaggia per

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Qualche riga prima, sempre nello stesso racconto della signora Munroe, la narratrice dice : Vivevo in uno stato d’assedio, con l’ossessione continua di perdere ciò che più volevo trattenere. In viaggio invece il problema spariva… e le tessere sparse andavano a risistemarsi da sole dentro di me. Le linee essenziali del disegno si ricomponevano. E questo mi rendeva ottimista e felice. Mi sentivo spettatrice. Spettatrice anziché sorvegliante.

Io la mia vita l’ho passata quasi interamente all’erta, a sorvegliare: il fuori, e poi in un certo periodo, fra i 20 e i 35 anni, anche il dentro. Il che è decisamente più faticoso. In viaggio no. Viaggiare è mettere nel sacco la paura di finire, la paura di scoprirsi inutili e finiti, la paura del niente: niente casa, niente famiglia, niente senso, niente affetti, niente amore, solo passi avanti.
La paura del fallimento, della brutta figura. Perché nel viaggio che è sempre ammantato di scoperta, ogni volta si offre a noi la possibilità di un nuovo ciak, che ci faccia ritornare alla meta di partenza più ricchi e geniali, e un po’ meno miseri.

Buongiorno Sonia Pendola, Ci auguriamo tu stia trascorrendo un settembre fantastico. Siamo entusiasti di condividere alcune nuove e importanti funzionalità per la community che ti aiuteranno a metterti in contatto con il tuo pubblico. Inoltre, è arrivata la nuova lettera trimestrale di Susan Wojcicki, CEO di YouTube, in cui parla delle nostre responsabilità e dei nostri valori. Analizziamone insieme i dettagli…

Vabbé:
Volevo riprendere il mio road trip Francia-Spagna, ma niente.
Son qui alle terme, e allora, onde evitare altri sfalsamenti temporali, eccovi qualche scatto dell’autunno toscano.

Un giro nel Montana

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La pianura ai piedi della catena della Bridger mountain a Belgrade, Montana

Una volta, poco dopo la morte di mia madre, e dopo il mio matrimonio – anzi, stavo giusto facendo i bagagli per raggiungere Andrew a Vancouver -, rimasi a casa sola con mio padre per un paio di giorni. Per tutta la notte piovve a dirotto, da far paura. Alle prime luci del mattino, ci accorgemmo che il prato dei tacchini era allagato. Per lo meno lo erano le zone più basse, perciò ora sembrava un lago pieno di tanti isolotti. Sui quali si erano raccolti e ammassati tutti i tacchini. I tacchini sono animali molto stupidi. (Mio padre diceva sempre: «Hai presente i polli? Sai quanto sono cretini i polli? Be’, un pollo è Einstein in confronto a un tacchino»). Comunque, erano riusciti ad accalcarsi sui dossi di terra evitando di morire annegati. Adesso però avrebbero potuto spingersi in acqua a vicenda, soffocare nella ressa o prendere freddo e morire. Non potevamo aspettare che la pioggia si ritirasse. Uscimmo su una vecchia barca a remi. Io remavo e mio padre tirava i pesanti tacchini fradici a bordo per poi riportarli nella rimessa. Stava ancora piovendo un po’. L’operazione era faticosa, assurda, e molto poco agevole. Ci venne da ridere. Ero contenta di lavorare con mio padre. Mi sentivo a mio agio con i lavori duri, estenuanti e ripetitivi, quelli che stremano il corpo e fiaccano la mente (anche se certe volte invece lo spirito può mantenersi meravigliosamente leggero), e sentivo in anticipo la nostalgia per quella vita e quei posti. Pensai che se Andrew mi avesse vista li, sotto la pioggia, con le mani rosse, infangata, nell’affanno di acchiappare i tacchini per le zampe e di remare allo stesso tempo, avrebbe so lo voluto portarmi via e farmi dimenticare tutto. Quella vita cruda lo mandava in bestia. Come pure il fatto che io vi fossi tanto legata. Pensai che non avrei dovuto sposarlo. Ma chi altri, allora? Un operaio dell’allevamento?

Naturalmente non l’ho scritto io, né sono mai stata nel Montana, ma la buona letteratura consente viaggi di lusso a questa maniera, e grazie a Antonio Pascale che da giorni ha riportato in vita il mio senso estetico e la voglia di viaggiare (fra le pagine della buona letteratura), o diciamolo, ha riportato in vita la voglia di vivere e punto, ecco da giorni sfoglio avidamente le pagine di Alice Munroe, che stando ad Antonio dovrebbe servirci per trovare la nostra voce narrativa. Sarà.Vorrei parlarti di Alice Munro.
Per adesso serve solo a provare una invidia profonda.
Non la conoscevo, la signora Munroe, premio Nobel per la Letteratura, che mi ha rimesso le ali ai piedi (e riportato le braccia dai campi al pc).


Il brano sopra è tratto da “Miles City, Montana”.

Ieri ho spento fb

 

Devo aver toccato un nervo scoperto perché ho avuto una notte di sogni molto movimentata. Di solito non sogno. A differenza di un tempo. Di un altro tempo.
Ho sognato l’amore della mia ex-vita, quella da cui sono, appunto, uscita. Da tempo.
Poi mi sono svegliata, ho salutato la figlia che partiva, mi sono fatta il caffellatte, ho preso il mio libro che mi piace e mi avvince, e ho attaccato a leggere a leggere, per un bel po’.
Poi di nuovo zzz…
E ora ho bello che scordato. In compenso su quella tabula rasa lì si sono impressi altri sogni, dove c’era una casa, caos, alti e bassi irreali, vicini e lontani ingarbugliati, tipico dei sogni.

*

Ieri ho spento facebook. Nel senso, per sempre. L’avviso diceva, Ci vuoi ripensare? No. Sicura? Si. Sicura, sicura? Sì, sì.
Poi tutto il giorno ho spento wa. Ma questo solo un po’. Che mi serve.
Oggi voglio stare spenta, come quella canzone rep di qualche anno fa, Today I don’t feel like doing anything…

Braccia rubate_Perché lo fai?

 

I miei colleghi in campo sono tre, un quarantenne del Cafaggio dallo sguardo basso che dice tre parole in croce, una contadina turca di nome Turka che la capisco solo a gesti, e poi c’è Fonzi, il pezzo forte. Fonzanella, Alfonsina. Di Avellino. Che pronuncia solo le U e le O, dice, lu cosu, lu zumpo, a zoca. Abbiamo subito rotto il ghiaccio e familiarizzato.
Fonzi è una forza della natura, una senza filtri, di nessun tipo. Non parla, bercia. Quando è tranquilla. Altrimenti
U R L A . Lavora 13 ore al giorno e come fa non lo so, perché il lavoro nei campi è semplicemente
m a s s a c r a n t  e.
Il 13 agosto quando c’era l’allerta rossa del termometro che sfiorava i 38 gradi eccomi puntuale a casa del capo, e lì ci sono tutti che mi salutano con un po’ di imbarazzo perché prendo il posto di un mio studente rientrato in patria che mi aveva dato il contatto.
Non sanno se darmi del tu o del lei, non capiscono che età ho ma soprattutto non capiscono perché lo faccio.

Perché lo faccio?

L’algoritmo del fisco non è il solo motivo, gli fa eco lo spaiamento. Non tanto quello della sera all’uscita dal teatro che son quasi sempre l’unica senza qualcuno con cui commentare, o la vigilia delle feste, o quando cambia la stagione e l’autunno comincia a scivolare nell’inverno quei pomeriggi sbiaditi di ottobre, no. E’ che non ho con chi fare il paio per entusiasmarmi come mi entusiasmo io, progettare come progetto io, preoccuparsi e crederci come mi preoccupo e ci credo io, stressarsi, e piccarsi, e scandalizzarsi come mi stresso, picco e scandalizzo io. Tutti quelli del mio “vero” campo, per dire, mi ascoltano, annuiscono, simpatizzano, ma lo vedi che la cosa li riguarda solo di striscio. Come i miei stessi studenti stranieri quando fanno sì sì con la testa, ma capiscono alla larga quando si parla di cose lontane al loro modo di sentire.
Il mio modo di sentire è sconveniente. Nel duplice senso specificato dal vocabolario Treccani : contrariamente alla morale, al decoro e alle convenienze sociali, ovvero che non conviene, non dà un utile né un vantaggio adeguato.

Mi viene in mente un cortometraggio di un po’ di anni fa, dove in un immaginario distopico day after, alcuni fra i sopravvissuti compravano al mercato nero medicinali scaduti per provocarsi dolore. Per autoinfliggersi sensazioni forti che altrimenti non riuscivano più a provare.


Il dolore restituisce al corpo un qualche senso di utilità. Alla fine della giornata lavorativa, stravolta di fatica ma soddisfatta dei miei raccolti, raggiungo lo Stellino, e mi butto in mare esausta e inzaccherata, e rossa in volto di fatica. (Nella foto son fresca e sorridente perché sono le 7 del mattino).
Poi mi addormento al sole senza nemmeno pranzare.

***

Prima però concludo, nel corto sul dayafter, gli esseri umani sentivano in modo ovattato. La vita era ridotta all’osso. Semplificata, diciamo pure sanificata, epurata da qualunque possibile dramma o patos. O rottura di coglioni. A me a scuola succede così. E sempre arriva un momento che devo creare scompiglio, per provocare una qualche reazione.
Qualunque essa sia.
E’ meglio del nulla.

Mah…

 

 

 

 

 

 

Spyros, il mio amico eubeo, l’estate scorsa mi ha detto che in greco il mio nome si usa per definire qualcuno che ha di sé un’idea esagerata. Stavamo percorrendo la bella strada panoramica che da Nea Styra porta alla piccola baia di Porto Boufalo, e mentre mi sbracciavo con ingombrante veemenza in spiegazioni su quanto benefica fosse per me la vista delle colline e degli scampoli accesi di azzurro in lontananza, lui mi ha spiegato in inglese questo modo greco di dire,

Smetti di fare la Sonia!

Braccia rubate_Recuperare il giro-vita

La telefonata ha ricevuto la spinta da una raccomandata,

una di quelle di cui è facile intuire l’oggetto. Specie se la mittente di cognome fa Disperata. Come la richiesta di denaro, che la suddetta mi rivolge a mezzo raccomandate, a più riprese, da mesi. Stavolta constava di un certo spessore, e era firmata da un avvocato, l’avvocato di un condominio di cui io NON faccio parte, ma il giudice “di pace” ha decretato così scatenando una guerra.
La missiva era arrivata a metà luglio quando io ero a Eubea, a mollo nelle acque meravigliose di sua maestà l’Egeo, il post non è ancora pronto per colpa delle zucchine che erano infestate di erbacce sabato scorso e mi hanno assorbito – prima – e lasciato k.o. dopo – per l’intero weekend. E non sono riuscita a mettermi all’opra. Mi addormentavo sui tasti! Zzz…

Quindi portare pazienza!

 

 

 

 

 

E dicevo una richiesta di denaro.

Ormai le relazioni, fatte salve alcune rare eccezioni, si intrecciano col filo spinato di ciò che ti devo, di ciò che mi frutti, di ciò che mi costi. Io e le richieste di denaro siamo come io e il mio girovita, una di quelle sfide che mi illudo di poter vincere. Da anni ormai, un lustro si può dire, a più riprese mi sforzo di credere che ce la farò, che lo riconquisterò, non dico quello originale, ma magari un compromesso, quello dei 40. Che pure non era male. Diete, ginnastica, nuoto, jogging, niente sesso né salumi, via alcol e formaggi, e quando ti sembra di essere non dico arrivata ma pronta ai blocchi di partenza, arriva una folata di vento, la pancia si gonfia e si gonfia e si gonfia, o arriva un’altra missiva, e rivai col tango.

Chi credo di prendere in giro?

Bollette, acconti e conguagli, consuntivi di condominio, ormai le richieste di denaro si susseguono senza tregua (né una logica). Se poniamo per disgrazia la mia merda attraversa lo stesso tubo di quella del milanese che ha comprato il bilocale affianco alla mia casetta (che se ne sta distaccata per i cazzi suoi), tubature che lui intasa perché ci scaricano in sei – lui, la moglie, le due figlie e i due cani che ha addestrato a cacare nel water! – io e lui (e il resto di chi caca nei suddetti tubi) siamo con-domini. E non importa se apparteniamo a due mondi, due galassie! differenti, l’etimologia impone che siamo parte di una stessa domus!
Così come l’algoritmo del fisco impone “imparzialmente” regole ferree e impietose, fregandosene altamente se per dire fra il mio miserevole reddito e quello imprenditoriale del signor X ci sono un paio di zeri di differenza, giusto un paio. L’organizzazione sociale se ne infischia bellamente se sono sola a pagare affitti, assicurazioni e bollette (hai voluto la libertà: pagatela!), ed è ormai chiaro e lampante che gli ingenti investimenti fatti nel mio proprio capitale umano sono andati uno a uno in fila giù per il cesso. (Passando per le tubature di cui sopra.).

Io, detto fra noi, sono arrivata alla frutta, e preferisco votarmi agli ortaggi.

Pronto buonasera, ho avuto il suo numero da un mio studente ucraino, vorrei sapere se vi servono due braccia in più…

 

Braccia rubate..?_No comment

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No comment – wikipedia ci informa – è espressione inglese usata da un interlocutore che decida di non pronunciarsi su un dato argomento. Il primo utente ad usarla in modo strategico in questo senso fu Chlarles Ross, segretario dell’ufficio stampa del presidente Truman, nel 1950. In molti paesi anglofoni, inoltre, nella fattispecie Regno Unito e USA, la perifrasi è utilizzata, particolarmente nella cultura popolare, laddove un sospettato o persona indagata desiderasse di esercitare il proprio diritto al silenzio. Esprime dunque la volontà di non commentare.

Aggiungendo una s, tuttavia, la solfa cambia, e da commento non-commento, la frasetta diviene descrizione di una mancanza, l’assenza di commenti.

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Già.
Il mio pezzo sul mio nuovo “passatempo” non ne ha riscontrato manco uno.
Interpellando di persona, a voce, alcuni miei lettori, scopro ahimè che non si capiva il vero senso del mio post. Insomma non sono stata chiara.
devo allora ricorrere a ripari.

 

Braccia rubate all’agricoltura_scendo in campo

 

Non saprei dire se propriamente rubate, imprestate o semplicemente restituite, fatto sta che oggi ho finalmente deciso di scendere in campo.
I miei studenti prendano nota del significato plurimo di questa perifrasi, che può essere intesa :

  • alla maniera di molti colleghi insegnanti che rifiutano di vedersi discriminare o imporre trattamenti sanitari;
  • come quella più ridanciana di Benigni e del su’ babbo (ma sì, famose du’ risate):

 

 

 

Se guardate attentamente alle mie spalle – behind my shoulders – noterete delle macchiette rosse. Allargate pure… son pomodori. Gli stessi che alla Coop di questi tempi vi tirano più o meno dietro, quelli buoni per la pommarola (io pure settimana scorsa ne ho fatta un po’), gli stessi alla cui raccolta sono deputati i miei studenti, buona parte di essi.

 

Ibra, che lavoro fai?
Sono lavoro campagna !

No, Ibra, tu   f a i  il bracciante, come lui fa il cameriere, lei fa la badante, e io faccio la contadina!
Ma perché, maestra?!

10,594 Confused Emoji Illustrations & Clip Art - iStock

Be’… vi confesso, un po’ per empatia, ché l’empatia secondo me è un potente esercizio conoscitivo, un po’ per curiosità, mi son sentita di imitare. Imitare mi è sempre piaciuto. Molto per bisogno! Diciamo pure per disperazione.

Ma scendiamo – in campo! – a conoscere :

i miei studenti e/o colleghe.
(Quando si dice la vera uguaglianza).

 

 

 

Altri dettagli su dove, come e con chi – where, how and who with – saranno tutti un po’ fittizi, vi avverto, perché non vorrei causare disagio alle persone con cui condivido questa nuova passione (cristianamente intesa), le quali potrebbero dissentire con me sulla mia arbitraria definizione della stessa, e sulle mie disquisizioni in proposito.

 

Prima però siccome oggi ci sono 0 – dico zero! – cm d’onda, fatto che in due anni che vivo qui non mi era mai capitato, è d’obbligo un dip in Baratti. Mettiamo dunque in stand-by la Grecia, e accontentiamoci – si fa per dire – di un pezzetto di costa maremmana.

Sarà forse sfuggito ai miei fedeli lettori e follower in genere un pezzo che mi era scappato mesi fa, a mo’ di scorreggia, sì, come vi escono quelle che sono tanto imbarazzanti quanto salutari , e che proprio per questo si esita a buttare fuori e ad attribuirsene la paternità, per paura di offendere, di inquinare i nasi fini.

 

Il resto è tutto vero, lo giuro! D’altronde la verità è sempre stata la soluzione narrativa più facile per me – the easiest – semplicemente perché non devi faticare a ricordarti cosa avevi raccontato o racconterai. Per questo, come Frida Khalo io racconto sempre cosa faccio, chi sono e da dove provengo, troppa fatica inventare personaggi, plot, location… già è dura vivere la propria di esistenza, perché aggiungere fatica?
Tanto per dirvi, io mica mi posso permettere di prendere due ore per scrivere, ‘nz! da anni ormai, se non in viaggio, e la mia Evia sta cominciando a sbiadire se non mi sbrigo, il minimo narrativo, per dirvi…
Quindi , eccomi qua, che scrivo mentre cammino, on the way to Baratti.

Scrivo e salvo, salvo e scrivo. Sperando nella salvezza almeno dell’anima mia. La scrittura è sempre stata salvifica per me. E ora lo capisco pienamente. Forse il motivo principale della mia discesa in campo sta proprio lì: trovare qualcosa  di a u t e n t i  c o  di cui scrivere.
E vivere.