Avventure di una maestra sulle Ande (di Ce.Lu.)

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Aprii gli occhi mezza addormentata e vidi la sveglia che segnava le 3 della mattina… Pensai con un po’ di tristezza che era già ora di alzarsi e mettersi i vestiti da “combattimento” per affrontare il lungo viaggio. Questa scena si ripeteva ogni lunedì.  Mi ritrovavo con le mie colleghe in un parco per aspettare l’auto che ci avrebbe trasportato, attraverso una strada lunga e tortuosa, fino al nostro posto di lavoro. I posti nell’auto non erano riservati; chi ne voleva uno migliore doveva arrivare prima! Tre passeggeri davanti e quattro schiacciati di dietro, dove io preferivo stare perché mi sentivo più sicura. Qualche volta i passeggeri entravano anche nel vano merci! 

I due distretti di San Balvin e Pasla Alta si trovano nella provincia andina di Huancayo.

 

 

Nell’oscurità della prima parte del tragitto potevo dormire, finché facevamo la prima fermata per fare colazione  nell’unica locanda presente su quella strada. Da lì in avanti il cammino s’inerpicava sulle montagne con tornanti  stretti e pericolosi. Quando si incrociava un camion l’auto passava sull’orlo dell’abisso ed io chiudevo gli occhi pregando che tutto andasse bene!  Le mie colleghe scendevano via via ogni volta che raggiungevano la loro destinazione, io invece dovevo scendere per ultima. Scendevo con il mio zaino pieno zeppo di generi di sopravvivenza e guardavo con malinconia l’auto che si allontanava. 

Mi aspettava una settimana lontana dalla civiltà ed in mezzo ad una natura selvaggia ed incontaminata, ma anche in mezzo a bambini e bambine entusiasti e con tanta voglia di imparare.

“Il bambino è una sorgente d’amore; quando lo si tocca, si tocca l’amore.”

                                 [Maria Montessori]

All’ufficio Immigrazione

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Holiday or Vacation?
Da “Lezioni di Far West”, di SoniaPendola

 

Allo sportello Immigrazione

Quando i migranti del vecchio mondo sbarcavano a Ellis Island una squadra di medici esperti li passava in rassegna, li ispezionava, rivoltava come calzini e poi decideva se erano fitted per il nuovo mondo – adatti o meno alla challenge che li attendeva.
Dopo aver appurato che non portavano con sé malattie infettive, una squadra di addetti li sottoponeva a test logico-matematici, e le domande erano per esempio: quante gambe ha un cavallo? E un cavallo + una capra + una gallina? Oppure gli mettevano davanti giochi a incastro tipo Chicco Prime Sfide per vedere se riuscivano a far combaciare ogni sagoma con la forma giusta. Emanuele Crialese a Venezia 2011 con il suo Terraferma: 213423 - Movieplayer.it
Beato Emanuele Crialese, che la notte si fa dei bellissimi trip, poi va da un produttore, lo convince a dargli i soldi e ci tira fuori dei film che sono una meraviglia. Nuovo Mondo l’ho affittato già tre volte per poterlo guardare insieme al Gringo, avendoci io molto in comune coi protagonisti. Lui però continua a cucinare e rimanda sempre. E’ molto bravo ai fornelli. Mentre rileggo, aggiungo e correggo, è alle prese con una profumatissima pommarola. Nostrana. Coi pomodori dell’orto di casa.

Nel deserto?!

Domanda legittima. Molto più di quelle degli officer di Ellis Island agli emigranti in arrivo dal Vecchio Mondo.

Da allora, secondo me, la prima cosa che ancora stordisce quando sbarchi dall’aereo e passi l’Immigration Office è la scritta STAY IN LINE. Non so i miei studenti, ma a me riesce molto difficile, specie dopo dieci ore di volo incastrati fra un bracciolo e un oblò, peggio se con un pugno di anarchici al culo, invadenti e caciaroni. Ci hai voglia di tutto tranne che di stare in line. Ti viene da romperle le righe, da correre e da saltare in qua e in là, per la gioia di varcare la Golden Door, oltre la quale ti aspetta un bel Fandango, in barba alla striscia gialla che te lo vieta. Gli American Citizens ci sono abituati e seguono da bravi l’officer che li guida a destra, stile Polifemo che conduce il gregge verso la salvezza prima di morire dissanguato all’interno del proprio antro.
Noi alieni a sinistra. A farci fotografare la pupilla, e a consegnare il compito in classe a scelte multiple svolto sull’aereo.

 

Ha mai compiuto genocidio nel periodo compreso fra il 1933 e il 1945? Ha mai stuprato, sventrato, e scotennato un cittadino americano? Ha mai commesso atti impuri? Disobbedito a vigili e genitori? Desiderato la morte di vicini e dirimpettai? Tempo stimato per la compilazione di detto questionario: 7 minuti e 45 secondi. Se avete risposto yes anche a una sola delle domande di cui sopra, siete pregati di contattare un assistente di volo e di costituirvi.

 

Io di solito ci metto il triplo perché appunto non riesco mai a rifiutare di “passare” a qualche connazionale allibito, ma la sufficienza la strappo sempre. E riesco a essere ammessa all’orale. Dove la consegna, all’apparenza semplice, può rivelarsi molto insidiosa. Motivo per cui, quest’anno, onde evitare spiacevoli incontri, ho deciso di volare su Londra, poi tagliare per Philadelphia, confidando che nella città dell’amore fraterno le domande fossero più friendly e meno subdole.

Motivo della Sua visita nel Nuovo Mondo?

Perché io divago sempre. E non do mai retta alle raccomandazioni del mio amore che ogni volta mi mette all’erta: Mi raccomando di’ vacation e non divagare come al solito. Alpitour trasforma le adv in videomaker sulle vacanze 'fai da te' - Travelnostop

A me ‘sta parola mi fa un senso… Se i miei nuovi studenti si azzardano gliela segno con il rosso.

Vacation. Una specie di limbo, un tempo in levare, dove si resta sospesi in una bolla di sapone che rimbalza in qua e in là senza mai arrivare da nessuna parte.
Un tempo privo di sostanza e contenuto.
Un tempo senza tempo.

L’estate del 2006 non ci tenevo davvero a fare la fine della nuvoletta di Schopenhauer (… ) Come i primi pionieri anch’io morivo ora dalla voglia di andare alla ricerca di un nuovo posto nel mondo. Mi sentivo oppressa dall’orizzonte ristretto e angusto del vecchio. Prima la provincia balneare, poi il centro storico di Carrara. E agognavo nuovi orizzonti. Più spazio. Più aria. Più cielo. Agente, le sembra il caso di parlare di vacation? Tutt’al più usiamo il britannico holiday. Giorni lieti e beati Tempo a volontà da santificare con il mio Gringo per recuperare quello perduto. No, decisamente due anni fa io non ero venuta per vacare, semmai per riempire un vuoto, più di quello della capoccia dell’officer del JFK che invece continuava a oscillare imperterrita, esigendo the reason of my visit.

Why are you here, ma’m?

Sia chiaro non sto divagando, sto solo crcando di dare un resoconto cronologicamente preciso dei fatti.

Absrdity Of Travels  

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Following my very personal travelling experience, the more absurd the reason of a journey – or else irregular, if anything unexpected – the richer and more intense the result. A couple of years ago, it coincided with the death of my father, I set out for Greece, to embark on a three-week Greek course, modern Greek, that is. A strike of life. To think that the Greek language is the mother of all languages (okay, I am rounding up a bit here, still, you got my point), we can understand what nourishment we get from it: every word contains a real space-time journey. Amongst my notes I find: “Not only is the Greek language a communicative tool, it is an instrument of thought: the link between us and the world, not just the visible, but the one buried in each of us, a treasure that we can all talk, less about except but that not all are able to bring to light “.

Per viaggiare bisogna essere ignoranti  

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Amavo l’idea che in Europa non ci fosse nulla di definito. Mi affascina ancora quella sensazione di non sapere mai cosa potrebbe accadere. Nell’albergo di Oslo, in cui passai quattro giorni dopo il rientro da Hammerfest, ogni mattina la cameriera lasciava in camera un prodotto che si chiamava Bio Tex Blå, un “minipakke for ferie, hybel og weekend” stando alle istruzioni. Passai allegramente molte ore ad annusarlo, chiedendomi se servisse per il bucato o per i gargarismi oppure per pulire il water. Conclusi che serviva a fare il bucato – funzionava a meraviglia – ma per quanto mi riuscì di capire, per il resto della settimana, ovunque andassi a Oslo, sentivo persone che si passavano parola dicendo, hai notato quel tipo, emana odore per disinfettante per il water!
Quando annunciai ai miei amici che stavo per fare un viaggio in Europa per scriverci un libro, mi dissero, “Oh, devi conoscere molte lingue!”. Macché, rispondevo io con un certo orgoglio, solo l’inglese”, e quelli mi guardavano come se fossi matto.
Mentre il fascino di un viaggio all’estero sta proprio qui, per come la vedo io. Non riesco a pensare a nient’altro in grado di dare un piacere più grande di quel senso di infantile stupore che si prova in un paese dove ci si sente ignoranti quasi su tutto. All’improvviso si torna bambini. si è incapaci di leggere qualsiasi scritta, si possiede solo una nozione rudimentale del funzionamento delle cose, non si è nemmeno certi di poter attraversare una strada senza mettere in pericolo la propria vita. l’intera esistenza di una persona diventa un susseguirsi di interessanti quesiti. Provo un enorme piacere nel guardare i programmi televisivi, cercando di indovinare cosa diavolo stanno mandando in onda. La prima sera a Oslo, guardai un programma scientifico con due tipi accanto al bancone di un laboratorio, dissertavano su certi floridi animaletti simili a roditori che correvano da un capo all’altro del bancone, alcuni arrampicandosi addirittura sulla giacca del presentatore. “E dunque lei ha rapporti sessuali con tutte queste creature, non è così?”, diceva il presentatore. “Sicuro”, rispondeva l’intervistato. “Ovviamente, occorre un certo tatto con i ricci, quanto ai lemming possono imbizzarrirsi parecchio e tentare di precipitarsi nel vuoto se intuiscono che non li si ama più come in passato, ma nel complesso questi animali si rivelano partner molto affezionati, e il sesso è semplicemente fantastico.” “Be’, direi che è meraviglioso, nella prossima puntata vi sveleremo la ricetta degli allucinogeni fatti in casa utilizzando le comunissime medicine del vostro armadietto da bagno. E adesso, lasciamo che l’immagine si offuschi per qualche minuto, fino a che non ripartirà bruscamente con l’annunciatore di turno dall’aria un tantino perplessa, come se lo avessero beccato a scaccolarsi. Arrivederci alla prossima puntata.”

(Bill Bryson, Una città o l’altra,
Ugo Guanda Editore
Traduz. di S. Pendola)