Framura mon amour

FRAMURA mon amour!

Avventure di una maestra sulle Ande (di Ce.Lu.)

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Aprii gli occhi mezza addormentata e vidi la sveglia che segnava le 3 della mattina… Pensai con un po’ di tristezza che era già ora di alzarsi e mettersi i vestiti da “combattimento” per affrontare il lungo viaggio. Questa scena si ripeteva ogni lunedì.  Mi ritrovavo con le mie colleghe in un parco per aspettare l’auto che ci avrebbe trasportato, attraverso una strada lunga e tortuosa, fino al nostro posto di lavoro. I posti nell’auto non erano riservati; chi ne voleva uno migliore doveva arrivare prima! Tre passeggeri davanti e quattro schiacciati di dietro, dove io preferivo stare perché mi sentivo più sicura. Qualche volta i passeggeri entravano anche nel vano merci! 

I due distretti di San Balvin e Pasla Alta si trovano nella provincia andina di Huancayo.

 

 

Nell’oscurità della prima parte del tragitto potevo dormire, finché facevamo la prima fermata per fare colazione  nell’unica locanda presente su quella strada. Da lì in avanti il cammino s’inerpicava sulle montagne con tornanti  stretti e pericolosi. Quando si incrociava un camion l’auto passava sull’orlo dell’abisso ed io chiudevo gli occhi pregando che tutto andasse bene!  Le mie colleghe scendevano via via ogni volta che raggiungevano la loro destinazione, io invece dovevo scendere per ultima. Scendevo con il mio zaino pieno zeppo di generi di sopravvivenza e guardavo con malinconia l’auto che si allontanava. 

Mi aspettava una settimana lontana dalla civiltà ed in mezzo ad una natura selvaggia ed incontaminata, ma anche in mezzo a bambini e bambine entusiasti e con tanta voglia di imparare.

“Il bambino è una sorgente d’amore; quando lo si tocca, si tocca l’amore.”

                                 [Maria Montessori]

Per viaggiare bisogna essere ignoranti  

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Amavo l’idea che in Europa non ci fosse nulla di definito. Mi affascina ancora quella sensazione di non sapere mai cosa potrebbe accadere. Nell’albergo di Oslo, in cui passai quattro giorni dopo il rientro da Hammerfest, ogni mattina la cameriera lasciava in camera un prodotto che si chiamava Bio Tex Blå, un “minipakke for ferie, hybel og weekend” stando alle istruzioni. Passai allegramente molte ore ad annusarlo, chiedendomi se servisse per il bucato o per i gargarismi oppure per pulire il water. Conclusi che serviva a fare il bucato – funzionava a meraviglia – ma per quanto mi riuscì di capire, per il resto della settimana, ovunque andassi a Oslo, sentivo persone che si passavano parola dicendo, hai notato quel tipo, emana odore per disinfettante per il water!
Quando annunciai ai miei amici che stavo per fare un viaggio in Europa per scriverci un libro, mi dissero, “Oh, devi conoscere molte lingue!”. Macché, rispondevo io con un certo orgoglio, solo l’inglese”, e quelli mi guardavano come se fossi matto.
Mentre il fascino di un viaggio all’estero sta proprio qui, per come la vedo io. Non riesco a pensare a nient’altro in grado di dare un piacere più grande di quel senso di infantile stupore che si prova in un paese dove ci si sente ignoranti quasi su tutto. All’improvviso si torna bambini. si è incapaci di leggere qualsiasi scritta, si possiede solo una nozione rudimentale del funzionamento delle cose, non si è nemmeno certi di poter attraversare una strada senza mettere in pericolo la propria vita. l’intera esistenza di una persona diventa un susseguirsi di interessanti quesiti. Provo un enorme piacere nel guardare i programmi televisivi, cercando di indovinare cosa diavolo stanno mandando in onda. La prima sera a Oslo, guardai un programma scientifico con due tipi accanto al bancone di un laboratorio, dissertavano su certi floridi animaletti simili a roditori che correvano da un capo all’altro del bancone, alcuni arrampicandosi addirittura sulla giacca del presentatore. “E dunque lei ha rapporti sessuali con tutte queste creature, non è così?”, diceva il presentatore. “Sicuro”, rispondeva l’intervistato. “Ovviamente, occorre un certo tatto con i ricci, quanto ai lemming possono imbizzarrirsi parecchio e tentare di precipitarsi nel vuoto se intuiscono che non li si ama più come in passato, ma nel complesso questi animali si rivelano partner molto affezionati, e il sesso è semplicemente fantastico.” “Be’, direi che è meraviglioso, nella prossima puntata vi sveleremo la ricetta degli allucinogeni fatti in casa utilizzando le comunissime medicine del vostro armadietto da bagno. E adesso, lasciamo che l’immagine si offuschi per qualche minuto, fino a che non ripartirà bruscamente con l’annunciatore di turno dall’aria un tantino perplessa, come se lo avessero beccato a scaccolarsi. Arrivederci alla prossima puntata.”

(Bill Bryson, Una città o l’altra,
Ugo Guanda Editore
Traduz. di S. Pendola)

3. “Happy rinascita!”

La ricerca dell’hotel si svolge sotto gli occhi increduli di una stupenda luna striata di arancio che galleggia in mezzo a un cielo limpido ma gassoso, e sotto le narici congestionate dal puzzo di monossido di carbonio che penetra dai finestrini di questo taxi e ti ammorba i sentimenti, Viali intasati di macchine e motorini, è quasi la una di notte ma pare mezzodì. Da ora in poi, ogni momento è buono per rinascere! Happy Easter! Happy rinascita!

Ostara, poi Ēostre, quindi Easter, era un’antica divinità  germanica con cui si celebrava la rinascita della natura, il ritorno alla vita dopo i rigori dell’inverno. Come per passover il tema centrale è la rigenerazione: il passaggio dal sonno della schiavitù alla vita vera e libera; dal mondo sotterraneo (dall’inverno, sonno della coscienza collegato al letargo animale e delle piante) al vero risveglio, della natura e della spiritualità.

Tehran, 20/4/14

Il Firouzeh Hotel si trova in Dolat Abadi Alley, (qui le strade si chiamano alley), ma anche in Amir Kabir Street, non chiedetemi perché. Comunque la si chiami, trattasi di un budello lercio stretto e storto, l’albergo, le voilà à ma droite !:

il Firouzeh Hotel, che Simah mi ha detto significa pietra di zaffiro. Ad accoglierci alla discesa dal taxi (che pure è lercio, stretto e storto), copertoni d’auto che ci rotolano contro. È evidente – mi dico – che per rinascere occorre prima morire del tutto. Domani è un altro giorno, e dopo un bel sonno ristoratore, tutto acquisirà colori e fragranze mai sperimentate prima.

La colazione è pane azzimo (che mi sembra più che consono), burro, marmellata, e cream cheese (similitudine number 3). Gli uomini hanno la precedenza sulla donne (e pure questa consonanza non stupisce). Tanto che aspetto mi guardo intorno, studio scaffali, perlustro mensole, cassetti, on, in under… where is the coffee? non vedo il caffè… Mimo quindi il gesto della tazzina portata alla bocca e arriva il the. Il chai. Chai mica del latte..? Sfodero allora il mio “inglese da viaggio“ ravvivandolo con una lieve nota di incazzatura: Coffee… milk… possible? Dopo una serie di “Listen and Repeat“, arriva un tipo dell’albergo con una bottiglia di latte in mano, appena comprato freddo di frigo, e me lo molla sul tavolo. Ho già mangiato tre fette di pane azzimo alternando marmellata di boh con burro e cream cheese, quindi mi alzo e faccio un ultimo tentativo con un tipo della reception, che dichiara il coffi finished.  La cosa più odiasa in un viaggio – dico per me – è la gente in viaggio. I viaggiatori quando li incontro in viaggio mi rovinano il viaggio. Sarà perché in loro vedi te stesso. Le tue idiosincrasie, la tirchieria minuta e pidocchia del cercare sempre il vantaggio, lo sconto, la bontà e comodità di ciò che ci siamo lasciati a casa. In Iran?! Con tutti i posti…!

La Lonely Planet (di Cristina, io manco una guida) sostiene (pag. 15 e segg.) che un valido motivo per visitare l’Iran sono gli iraniani. Descritti anche da altri viaggiatori conosciuti come il non plus ultra della gentilezza e dell‘ospitalità. In effetti le rare esperienze fatte finora , perlopiù all’aeroporto, si sono rivelate veritiere. Hello lady, where you from? nice to meet you! (l’amica del venditore di cheese cake dell’aeroporto). I am from Tehran, but I lived in America, I‘m going back next month! (Sorriso da qui a qui). Il tipo del latte, au contraire, vistami abbandonare il campo e la bottiglia, intonsa, che lo avevano spedito a comperarmi, mi fulmina con lo sguardo. Lo rifulmino, spiegandogli telepaticamente che io la mattina o caffelatte o trouble. Per giunta mi serve per resuscitare dopo una notte a 40 gradi su un giaciglio di cm 3 appoggiato sopra base di ferro in superlercia camera tripla (che fortuna la luce flebile non consentiva di registrare QUANTO lercia) con minuscola doccia in comune dal cui pertugio fuoriuscivano liquami di natura facilmente intuibile (anche con fioca lumière). Il bagno – TURCHISSIMO – located in corridoio et in comune con il resto della ciurma, ma mi scocciava fare la difficile, in fondo si era deciso per un viaggio a low budget, quindi ‘Notte, ‘Notte,  i miei due travelling companion inseriti i tappini, mi hanno  gentilmente chiesto di smorzare PC e lumière, no internet, no book, no phone, e son rimasta a fissare la luna rimpicciolita ma ancora velata di arancio dalle inferriate della finestra quasi al soffitto. A chiedermi cosa cazzo ci faccio a Tehran, ché in effetti me ne sarei stata molto più volentieri altrove…                                            . . . tipo a casa mia.

O a Bedizzano.

 

Buddha clipart. Free download transparent .PNG | Creazilla

Il Maestro TS del tempio buddista di Monti san Lorenzo mi ha chiesto se devo indossare anch’io il velo. Ho risposto di sì e spiegato che non è poi quel gran sacrificio, oltre all’aspetto economico (copre i capelli bianchi a costo zero), aggiunge un tocco di eleganza ma soprattutto ti salva la vita per i viali di Tehran. Dove l’aria è assolutamente irrespirabile. Pare che Teheran sia una delle città più inquinate al mondo, anche più di Città del Messico, Bangkok o Shanghai. L’alto inquinamento è causato soprattutto dal traffico stradale e dalla posizione geografica di Teheran che è circondata da alte montagne che intrappolano lo smog rendendo l’aria particolarmente inquinata e sgradevole quando il vento è più debole. La situazione è peggiorata anche dalle sanzioni contro l’importazione del petrolio imposte dagli Stati Uniti nel 2010 ed è aggravata dalla crisi politica del paese e l’imposizione di nuove sanzioni da altri paesi europei. Gli iraniani si devono accontentarsi della benzina che riescono a produrre: spesso di tratta di carburante di bassa qualità e gli abitanti lo mescolano con altre sostanze che peggiorano ancora di più la qualità dell’aria. Il governo ha cercato di abbassare il livello di sostanze tossiche spruzzando acqua, ma non ha ottenuto risultati.

E in questo bucolicissimo contesto io sola me ne vo’ per la città a chiedere “coffi coffi koja?” Ma qua cianno il thè, il chai, c’hai voglia di chiedere caffè..  La risposta sempre Naah, oppure Aah, Piza …Tower… Yes! How old are you? (altro vantaggio del velo…). Quindi rientro penoso in hotel, alzata bandiera bianca (altra utilità del velo) e scoperto da un secondo receptionist che è sconveniente per una donna andare in giro a implorare coffii coffii, no woman no coffi, che non si fa!

Non si fa

Naah …

Ma vah…?

Coffi come opium in Iran, ha detto il tipo.

O chai o niente.

Ciaone.

2. USA-IRAN: quanto lontani, quanto vicini?

Sabato 19/4, Aeroporto di Linate

Mentre guardo con immutato stupore vizi e virtù della gente in attesa dell’imbarco, rifletto che celebrare il Passover con due travelling companions sconosciuti (ma con cui si sa di condividere la passione del pass-over, nel senso di passaggio verso un altrove) è un bell’affare… Al clou di tale riflessione qualcuno mi manda un messaggio di “Buona Resurrezione a tutti voi”, però non si è firmato/a e non ho capito chi sia.
Pregasi di identificarsi.

“And the LORD said to Moses and Aaron in Egypt: ‘This month is to be for you the first month, the first month of your year. Tell the whole community of Israel that on the tenth day of this month each man is to take a lamb for his family, one for each household. Quella stessa notte il popolo ebraico, guidato da Mosé, avrebbe mangiato la carne arrostita sul fuoco accompagnata da erbi amari e pane azzimo. Mangiatene in fretta; questa è la pasqua di Dio. (Esodo 12, vv. 1-3,8, 11).

Quando la Pasqua si avvicinava a Monteverde erano cene e arrostimenti fino all’alba, il solo ingrediente amaro era che mio padre si arricampava sempre come non si sa, fortuna che qualche amico che manteneva il controllo non mancava mai di riportarlo a casa. Noi – io e la madre – in haste – di gran fretta –consumavamo il pasto, quindi, già esperte di “fight or flight response”, al combattimento sceglievamo la fuga. La salvezza. Ignare che , al pari degli ebrei saremmo state destinate a non raggiungere mai una terra promessa. La salvezza era effimera. Tornate all’ovile, dal nostro Signore, e si ricominciava daccapo.Altro giro, altro arrostimento, altra celebration, altro hang over. Nel senso che il passaggio che faceva mio padre ogni volta era dalle tenebre delle sue sbornie alla prolungata narcolessia, talvolta 2, 3 giorni dello smaltimento delle stesse, non un pass over, dunque, ma un hang over. Il terzo giorno resuscitava. E io e la madre, mettevamo mano alla fuga successiva.  Ogni volta la fede nel passare oltre era forte, non l’ho mai persa , neanche adesso. Nemmeno a questo viaggio dove ho deciso di andare a rintracciare quei brandelli di origini che provengono da laggiù, e che ogni volta che osservo lo sguardo di zii e cugini, i loro sventolamenti di mani, sorrisi e scuotimenti di capo come solo laggiù sanno fare, volo verso il Medio Oriente, da dove so di provenire.

p.s. con zii e cugini il dramma era che ci si capiva; l’esito sempre disastroso. Laggiù, dato che di pharsi so meno di zero, sarà come sempre un esaltante e rilassante scambio di essenzialità e leggerezza

Aeroporto internazionale Imam Khomeini di Tehran , H. 23.00

Dimenticato il diario con gli appunti sull’aereo, me ne accorgo tardi, frattanto, aspettando che i miei due travelling companions cambino i soldi, cerco il modo per telefonare a casa, e non trovandolo mi consolo con una fetta di cheese cake… CHEESE CAKE? yes they can! (O non sarà mica che anche da queste parti vige il detto del buon Pendola padre, l’America ce l’abbiamo qui, o MERLA!)
Una gentile signorina all’uscita dal Baggage Claim, proprio in fondo alla scala mobile, accoglie le signore regalando una rosa rossa.

Gli assistenti di volo ci salutano poco convinti, come a dire, Ma chi ve l’ha fatto fare?

Ci incamminiamo verso l’uscita, non fosse per le scritte in Pharsi, direi che fra il Tehran e il Las Vegas airport, almeno nel settore pantomime, abbigliamento e “Food Stalls” non c’è molta differenza (inclusa la rosa rossa che spesso mi attendeva alla fine della scala mobile, sigh) … Io continuo a sospettare che se anche fra USA e IRAN facce e razze non collimano, usi, gusti e abitudini … Ma è ancora presto per dirlo. Finora le similitudine rimarcate si limitano, oltre a quanto già detto, alle impronte che ti prendono per concederti il visto, la pena di morte, le bandiere in ogni angolo.