Lasciarsi contaminare  

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Sto vivendo un momento di totale estraniante dicotomia.

Da un lato l’insinuarsi del dubbio che il tuo prossimo ti può fregare, infettare… contaminare. E tutte queste precauzioni e questo oscillare fra il faceto e il tragico a velocità inverosimile. La sospensione delle lezioni; i blocchi aerei dagli USA; e cinema, teatri, piscine e librerie da evitare: i miei luoghi d’elezione. La Suzuki che non arriva, di sicuro bloccata a qualche frontiera, e la mia vecchia Panda che comincia ad accusare l’età, e allora me ne sto qui: nel mio piccolo angolo credo protetto di paradiso dove non vedo molta gente (non che la cosa mi rattristi, la quantità non l’ho mai privilegiata). I pini di Baratti li consulto ogni giorno e ogni giorno mi danno sempre lo stesso consiglio: lascia l’ascia. Forse hanno paura che me la prenda con loro.
Dall ‘altro…
Frenesia di un divenire in continuo fermento, che muta veloce e provoca e pretende da noi risposte adeguate, non si può ignorarne i continui richiami. Virus, virale, condividere, contaminare, diffondere e apprendere, trasmettere: incredibile quanto in comune abbia il vocabolario “infettivo” con quello scolastico. L’istruzione e la didattica in generale stanno vivendo un momento intenso ed esplosivo dove è impossibile restare a guardare e semplicemente adeguarsi. C’è bisogno di cambiare. Noi stessi.

Nel mezzo sta la scuola, che quando dico scuola non penso solo ai docenti e agli altri addetti ai lavori, penso alla scuola in quando società, a tutti noi che a scuola siamo andati e per certi versi continuiamo ad andare : chi attraverso i figli con cui torna a studiare, chi attraverso le continue sollecitazioni di apprendimento che la società ci impone. Anche i social sono scuole se vogliamo, perchè uno apre, legge, si schifa o gioisce o ride, ma è pur sempre intaccato da ciò che vede, ne è sollecitato, ne esce cambiato in qualche modo.

Qualunque relazione ci cambia, dalla più profonda alla più superficiale ed effimera.

Io sto cercando di resistere per non farmi cambiare da quanto mi circonda nella scuola che non vorrebbe che cambiassi. Sembra un gioco di parole ma cambiare a scuola a volte sembra impossibile. E da un lato devo ringraziare questa situazione di emergenza che dà  la possibilità a tutti noi di porci delle domande: quelle che io mi faccio riguardano soprattutto l’incapacità di certa gente di lasciarsi contaminare. In positivo intendo. Non posso essere troppo esplicita perché ho un blog aperto a tutti e tutti potrebbero leggere, colleghi inclusi, ufficiali e non. Ma non posso non fare a meno di scuotere la testa nel vedere tanta ignoranza e incapacità, tanta non – volontà  di cambiare. Per cosa? Per paura di lasciarsi contaminare e poi essere costretti a farsi un tampone mentale e cerebrale, e dover trovare l’antidoto che si chiama etica del lavoro. Che ti risospinge sui banchi a imparare. Che ti mostra le falle enormi di sistemi didattici logori, perché non basta propinare il proprio sapere , il quale , spesso acquisito con gran fatica, diventa quasi un cibo da imboccare per forza agli apprendenti, un po’ come facevano le mamme con i bimbi inappetenti: l’ho comprato e cucinato per te, e ora te lo mangi!

Ho ascoltato ieri a Tutta la città ne parla una docente di Roma che avrei voluto abbracciare sfidando i virus anche più letali! Riporto alcune cose che ha detto, di lei so solo che si chiama Michela e che è di Roma. In lei mi son riconosciuta immediatamente a partire dal tono accorato e lievemente incazzato, dal quale si evince che a scuola non ha vita facile.

Perché una che esordisce dicendo che “le scuole si sono fatte trovare impreparate, che tutta la scuola italiana è totalmente impreparata da un punto di vista tecnologico, dunque siccome c’è un gran parlare sul lavoro online, a distanza, eccetera, io vorrei che si sapesse che la nostra scuola non è pronta per un’emergenza del genere, e che sarebbe il caso che tutto il ministero, tutti i docenti , facessero un’opera veloce, anche tempestiva, e un appello a tutti i docenti che in queste settimane dovrebbero lavorare di più, non di meno, dovrebbero mettersi in condizione in maniera anche spontaneistica con whatsapp, con le email, con il telefono, ma non perdere il contatto con i ragazzi perché la scuola non è soltanto una trasmissione di conoscenze e di nozioni, la scuola è un collante indispensabile.”

Una così – altro che untrice! – minimo rischia la quarantena se si mette a dire queste cose a scuola. Meno male c’è la Radio!
Io ricordo il mio primo incarico di supplenza annuale a Bagnone, nel 2015, un’esperienza che porto con me nella mente e nel cuore, che mi ha insegnato tanto. Quando si è venuto a sapere che comunicavo – c o m u n i c a v o –  coi genitori degli alunni per organizzare il lavoro a casa, manca poco mi linciano. Il preside – insegnante di lingue come me!- a cui non auguro lunga vita (scolastica), mi ignorò per tutto l’anno negandosi ai miei tentativi di incontro, e alla fine redarguì e minacciò perché avevo chiesto e proposto un progetto estivo secondo modalità a lui estranee.
L’anno dopo, per aver utilizzato il whatsapp – di cui oggi il MIUR stesso comincia a mostrare l’utilità didattica – con i rappresentanti di classe, fui richiamata dalla preside, speravo in un’alleata, una donna, pensai…per poi avere l’ennesima conferma che l’ignoranza non conosce distinzioni di genere. Da allora sono vittima di una dissonanza cognitiva atroce, dove da un lato ti senti prescrivere una cosa ma poi ne devi fare un’altra. E tutto ciò passa come se fosse normale. Colleghi e collaboratori finti che ti incensano per quello che scrivi senza averlo letto (guardano le figure, leggono i titoloni, e poi come l’algoritmo del SEO stabiliscono che la tua leggibilità è  . Ti dicono che sei una risorsa, solo perché dicendolo si fanno grandi, come dire, io sì che so riconoscere le risorse! Ma se poi le tue risorse le tiri fuori veramente, allora ti bannano, ti sbarrano la strada, ti danno della presuntuosa: come ti permetti di mostrare a me ciò che non so? E così facendo sono tutti convinti di sapere facendo finta di diffondere, condividere, trasmettere, senza però mai che nessuno si lasci contaminare.

Perdere il filo fa bene  

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Lo spettacolo di Angela Finocchiaro ieri sera al Metropolitan di Piombino è stato illuminante. Certo, anche divertente, accattivante, decisamente di qualità, oltre a una botta di vita alla mia routine serale post-lavorativa, grazie agli splendidi ballerini (creature del labirinto). Tutto questo è stato.
In aggiunta però mi ha stimolato una riflessione. Sul mondo dell’istruzione. Sul mondo in generale e sugli stili di apprendimento. Su chi insiste sempre sulla solita strada obsoleta, in nome di un passato che non c’è più , che non funziona, se i suoi strumenti sono applicati al presente: può solo funzionare la tradizione: nostro fuel, nostra linfa che ci ricorda chi siamo e da dove proveniamo. Che rafforza le nostre identità, il nostro modo di relazionarci. Che ci aiuta a ritrovare il filo ( di noi stessi) quando lo abbiamo smarrito.
In questa grande, genialissima performance “Angela Finocchiaro si mette alla prova in modo sorprendente sperimentado linguaggi espressivi mai affrontati prima, per raccontarci con la sua stralunata comicità  e ironia un’avventura straordinaria, emozionante e divertente al tempo stesso: quella di un’eroina pasticciona e anticonvenzionale che parte per un viaggio, si perde, tentenna ma poi combatte fino all’ultimo il suo spaventoso Minotauro”.

Angela ci insegna che perdere la rotta, mettere in discussione noi stessi è necessario, per accettare le nostre debolezze e cambiare. Per più di due ore, col suo one-woman-show questa brillantissima attrice è riuscita a tenere il pubblico con gli occhi spalancati e attenti parlando di temi importanti e profondi, di capitoli della nostra storia, senza mai un granello di banalità, senza scadere nella pesantezza o nella buffonaggine gratuita (oggi dilagante) , ma soprattutto facendo r i d e r e.
E facendo perdere a molti di il filo delle labirintiche miserie che attanagliano le nostre quotidiane esistenze.

Old Bill  

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L’inizio non era stato dei migliori. Mi ero svegliato tardi in albergo e saltando la colazione mi ero vestito in fretta e furia. Non ero riuscito a trovare un taxi e avevo dovuto trascinare quella stupida valigia strapiena per otto isolati sotto il nevischio fino alla stazione centrale delle corriere. Ci avevo messo un po’ a convincere gli impiegati della Kreditkassen Bank sulla Karl Johans Gate a cambiarmi abbastanza travellers’ cheque per poter pagare l’esorbitante somma di milleduecento corone del biglietto – non c’era semplicemente verso di persuaderli che il William McGuire Bryson sul mio passaporto e il Bill Bryson sui travellers’ cheque erano la stessa persona – e quando finalmente arrivai alla stazione, due minuti esatti prima della partenza della corriera, sudato e spompato per l’immane eterno sforzo che esige la mia vita, la signorina della biglietteria mi spiegò che non le risultava alcuna prenotazione a mio nome.

Bill Bryson : se dovessi dirlo con un superlativo relativo, my most hilarious job forse è stato proprio tradurre i suoi travel books. Che vi raccomando, dal primo all’ultimo, a cominciare dal favoloso “Neither Here Nor There”, né qua ne là, perché un luogo d’elezione, the perfect destination, lo sappiamo tutti che non esiste.
Tanto vale continuare a cercare.

È solo un sogno, mi dissi. In realtà sono ancora a casa a godermi il Natale. Mi verseresti un altro goccio di Porto, tesoro? Ma alla signorina dissi: Dev’esserci un errore, la prego, controlli ancora.
La ragazza esaminò la lista passeggeri. No, signor Bryson, il suo nome non c’è.
Ma io lo vedevo, anche se a testa in giù. Eccolo lì, il secondo partendo dal basso.
No, stabilì la ragazza, lì c’è scritto Bernt Bjornson. È un nome norvegese.
Non c’è scritto Bernt Bjornson, c’è scritto Bill Bryson. Guardi la curva della y, la doppia l. Signorina, la prego. Ma quella non si persuadeva. Se perdo questa corriera quando c’è la prossima?
Tra una settimana, alla stessa ora.
Oh, splendido.
Signorina, le dico che lì c’è scritto Bill Bryson.E io le dico di no.
Senta, signorina, vengo dall’Inghilterra. Ho con me alcune medicine che potrebbero salvare la vita di un bambino.>> Non la beveva. Mi faccia parlare con il titolare.
È a Stavanger.
Guardi, ho fatto la prenotazione per telefono. Se perdo questa corriera, scriverò una lettera a chi di dovere che comprometterà irreversibilmente gli sviluppi della sua carriera futura, fino alla fine di questo secolo. Evidentemente la cosa non l’allarmò. Quindi riflettei. Se questo Bernt Bjornson non si fa vivo, posso prendere il suo posto?
Sicuro.
Perché certe idee non mi vengono in mente prima, risparmiandomi tanta angoscia? Grazie, dissi, e trascinai fuori la valigia.

(Bill Bryson, Una città o l’altra, Ed. Guanda, traduz. di S.Pendola)