Carichi pedenti

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Di getto mi è venuto in mente mio zio e il carico di lastre precipitategli dal rimorchio del TIR un pomeriggio in curva di tanti anni fa, che segnò l’inizio della sua fine.  E della sua disgraziata famiglia. Ma il 27 agosto scorso di là dal “filo” c’era una segretaria che mi faceva un elenco dell’occorrente da presentare per poter procedere alla mia nomina (di insegnante “a vita”) , fra cui il documento che certifichi che ho la coscienza a posto.

Ce l’ha, signora??
Ce l’avrò, prometto: ce l’avrò!

Frammenti di zona cieca

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La zona cieca è vedere le coppiette farsi l’aperitivo al tramonto, immaginare il loro dopocena o prima o durante (!) Tipo prima mentre scendevo dal Capo Bianco senza stanza (e senza omo), ho visto una donna che tornava in casa sotto un pergolo bellissimo e ad accoglierla c’era lui che le fa, ciao amo’!
E lei, ciao tesoro…
E quel che è peggio – si fa per dire – avranno avuto 60 anni e si sono dati un bacio (sotto il bel pergolo).

La zona cieca sono anche le coppie che prima dell’imbarco o sbarco si bombardano di selfie. Quando arrivi e non c’è nessuno per te sulla banchina, barra binario, barra gate, barra marciapiede e un tempo ti sentivi figa, ora ti senti misera.
E’ ascoltare il valzer no 2 di Shostakovich tornando a casa tardi la sera (e il gatto chissà dov’è e chissà chi ha rimediato, lui…).
La zona cieca sono i ricordi che non si obliterano mai, restano sempre belli attivi e pronti alla riattivazione, sotto forma di sapori o di odori, ecco il sapore dell acqua quando ti entra nel naso, ecco il rumore della tagliaerba, ecco quello delle patelle di mare, ecco un gesto inconsulto scappato per caso.
La zona cieca è l’asfalto bagnato e di corsa la sera d’inverno dopo il lavoro.
La zona cieca è doversi sempre portare, e sempre doversi prendere cura di sé: di eventuali ritardi, cancellazioni, smarrimenti, perdite… perdite. Ecco un sostantivo che abbonda! Ah, tutto è perduto.

Mal di mare

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Molo di Ponente, M. di Carrara (noi apuani siamo avanti)

 

Allora dov’eravamo rimasti?

Ah, sì, che mi dovevo imbarcare per Capraia all’indomani di un ennesimo scazzo col narci-fidanzato (sì, sì, narci, no arci), dopo una notte insonne di lampi e di tuoni senza mamma Franca a tenermi compagnia e a consolarmi che ai mali della vita c’è sempre un cacciucchino come rimedio infallibile.
Dè…
Livorno di prima mattina di Ferragosto dopo una spiovuta è particolarmente affascinante, fresca e lucida, e quando arrivo proprio davanti all’acqua mi devo fermare non tanto per riprendere fiato, come dice la De Sio, quanto perché l’ufficiale mi blocca e dice che devo aspettare ancora qualche minuto.
Sono la prima.
Yeah…

Ho staccato il telefono già da un’ora per questo gioco imbecille che faccio un giorno sì e due no col narci-fidanzato, di modo che dopo un suo più o meno breve periodo di inattività, gli mando un input per dire, ehi, guarda che poi stacco la spina! Lui a questo punto si ripiglia di scatto e dà di matto, e sembra che non può vivere senza di me e quelle balle là che si dicono gli innamorati, solo che con un narcisista patologico di 56 anni, cosa ti vuoi innamorare?
Viene in mente lo stand-by del computer o dei dispositivi in genere quando devi settare i minuti di “inattività” oltre i quali si ibernano fino a quando tu non schiacci un qualunque tasto di emergenza, ed ecco che danno uno tremone, poi bzzzz-zzzz! e ripartono come l’omino con la pila Duracell… fino al prossimo arresto.
Nota: Ibernazione – hybernation, non so se anche in italiano si dice così, ma è una parola azzeccatissima per i tipi come lui che non sono in grado di far salire il termometro della propria emotività oltre i quattro barra cinque gradi Celsius. La sua inattività fa rima con incapacità. Quindi arrivi tu – cioè  io – che l’Etna a me mi fa un baffo, e cominci a eruttare lava, nella fattispecie, progetti, programmi, sogni, viaggi, escursioni, trasferimento in casa nuova, vita nuova, amici nuovi, nuovo guardaroba, nuove ricette, Ti preparo un cacciucchino amore? Invitiamo mammina a cenina? Si compra una barchina a vela a società e poi si salpa per i mari del sud come quel famoso marinaio solitario, com’è che si chiamava?

No, non l’affascinante serfista qui di fianco, di lui vi parlerò nel prossimo articolo, perché era un grande, uno di quelli che ti chiedi, ma dove si rintanano quelli così? Possibile non esista una google map che aiuti a raggiungere certi target, e ci si ritrova sempre con degli elementi, che… vabbé, continuiamo sennò perdo il filo.

 

 

Arrivata sulla Liburna il tempo di uscire dal porto e mi addormento con una nausea insopportabile che so, arriva sempre quando scrivo sull’elemento liquido. Ma avevo talmente tante cose da vomitare che ci è mancato poco… Nausea per tutto e per tutti. Poi ho freddo. Poi arriva il pianto. Lo accetto, lo accolgo, mi rilasso, mi riaddormento, mi svegliano i bambini. I miei kids. Un gruppetto di scalmanati stanno giocando e urlando e grazie al loro vociare mi desto da un sogno dove nuotavo fra le due prue di un catamarano assieme a squali travestiti da delfini.
A buon lettor poche parole.

Mancanza

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Ferragosto, ore 3:48.
Mi sveglio, lampi e tuoni, la stanza ancora buia, Livorno un’orchestra di grondaie amplificate che duettano con il fracasso di imposte che sbattono, e a cui fanno da controcanto i pensieri martellanti che ci sarà mare mosso, la Liburna non partirà (e se partirà chissà se arriverà), il narci- fidanzato bloccato a Capo Corso, il Provveditorato avrà perso il mio punteggio …
Nervosa io?
Dè…
Nelle televendite di Mamma Franca la cosa che mi rilassava era il modo placido in cui madre e figlio si interrompevano a vicenda, parlandosi addosso ma senza scomporre mai: lui la sua postura, lei il suo panettone sulla testa. E questo omaggio del cacciucchino che mi riportava agli orizzonti vasti e assolati del livornese senza montagne a ostacolare il tragitto della mente, solo mare: Calafuria, il Romito, l’opera viva e l’opera morta, mio padre che sfrecciava lungo la Collesalvetti, destinazione Villa S.G., i sorpassi azzardati, il mio sonno fiducioso sul sedile posteriore, poi la maturità, la presa di coscienza, la fine dell’innocenza. Mamma Franca dove sei? Finiti da un bel pezzo i miei vent’anni, spariti, polverizzati, ma non l’insonnia, quella a tratti torna. Mi alzo, chiudo le imposte, guardo il cellulare, mancano due ore al suono della sveglia, tre all’imbarco, AccuWeather.com dava sole su Livorno e Capraia, com’è che fuori si sta scatenando un finimondo e io sempre senza ombrello, Scusa, potresti mica …?
Ah, non credo…

La mancanza

scopre la nostra vulnerabilità, acuisce i sensi, amplifica i bisogni, stimola l’attenzione nell’acquisire ed affinare gli strumenti che ci consentono di raggiungere un obbiettivo. Un traguardo. La mancanza ci distingue, sottolinea la nostra unicità. Hey kids, today I am taking you to Leghorn. Anzi, no: vi porto in Africa.

La commissione della prova orale del concorso per la scuola primaria era formata da cinque donne più un eunuco. Le donne, come spesso in queste circostanze, acidule e appassite. L’eunuco si limitava a richiamare le mie colleghe all’ordine e a trascrivere dati e informazioni con una faccia che si teneva su per miracolo. Io scodinzolante come sempre, fiducia smisurata verso chi mi ascolterà, e che punto a stupire: guardate, signore e signori, di cosa sono capace.

“La prova orale sarà finalizzata alla preparazione sulle discipline, nonché la relativa capacità di progettazione didattica efficace, anche con riferimento alle Tecnologia di Informazione e Comunicazione.”

La mia didattica si basa sul fare e sull’andare. Una lezione equivale a un viaggio, e a destinazione ce li vorrei portare tutti, i miei kids. Il problema è il mezzo, e come detto in precedenza, se viaggi con una utilitaria nuova e prestante arrivi dove vuoi; se ti tocca elemosinare passaggi in giro perché sei sempre in panne, scendere e salire da mezzi di locomozione altrui, il viaggio diventa un’odissea e il traguardo si sbriciola all’orizzonte. Coi passeggeri devi vedertela tu.
Chi ha sentito parlare di Nelson Mandela, kids? Uno splendido Morgan Freeman in un film che poco mi aveva convinta aveva offerto lo spunto per capire cosa viene a mancare se non c’è libertà. Hey kids, do you know?

Si impara per imitazione o differenziazione, ma anche la mancanza può essere un buon alleato.

E Nelson Rolihlahla Mandela ne sapeva qualcosa.
Il suo vero nome, Rolihlahla, significava attaccabrighe, he was a great leader and a troublemaker, kids, la sua maestra gli aveva detto, questo nome non va bene, dobbiamo aggiungerne un altro: ti chiamerai come un grande capitano, ti chiamerai Nelson.
Pronti ad atterrare a Londra, kids? Invertiamo la rotta!

Ciò che voleva essere una commemorazione in linea con indicazioni ministeriali, notifiche e richiami di ogni tipo, per i miei second graders si era trasformato in un vero e proprio EAS: un episodio di apprendimento situato. Ma che noi chiamiamo viaggi: voli. Come quando il comandante dice ai passeggeri (un po’ rumorosi e vagamente indisciplinati) … and now, sit back, relax and enjoy the flight.
Le cinque esaminatrici acidule e appassite non sembravano tanto rilassate (un conto è parlare di  l i b e r t à  a bambini di 7 anni, altro è dispiegarne le ali davanti a chi l’apprezza solo nei film in tivvù.
L’Ammiraglio Nelson era servito per ammirare una splendida piazza di Londra e per gasarsi di fronte alla forza di un nome più nutriente del latte materno e di mille ideologie, specie quando si combatte ad arm(i) impari. E Mandela questo lo sapeva, come il valoroso ammiraglio da cui aveva preso nome e coraggio, e che era riuscito a vincere con un braccio e un occhio soli.

 

How many arms, kids? How many eyes? Se qualcosa ti viene a mancare, il suo ricordo sarà più cocente e duraturo.

E se un ammiraglio con solo arm può escogitare una strategia vincente per combattere contro il nemico, di sicuro la sua storia sarà un mezzo didattico per imparare la lingua usandola e scoprendola, che è quanto di più utile e nobile con la lingua si possa fare.

Sì ma… ha chiesto una delle voci acidule, che cosa sta effettivamente alla base della didattica 2.0 ?

Il traguardo.
Che non basta.
Non basta far imboccare a tutti la via per il traguardo.
Insegnare oggi significa spiegare come manovrare il mezzo a disposizione, come decifrarne il complicato libretto delle istruzioni. Di modo che tutti riescano a leggere la mappa e arrivare alla meta.

Livorno, ore 7:40
Non ci sono messaggi del narci-fidanzato, la mia host dorme tranquilla, il cielo di Livorno si è schiarito, la mia meta senza accento mi aspetta.

Non importa quanto sia stretta la porta, quanto piena di castighi la vita. Io sono padrone del mio destino, io sono il capitano della mia anima*.

Ultimo balzo e sono fuori e mentre mi dico che il non-sonno fa male, il non-amore fa male, il non-tempo fa male, ringrazio Mandela e il suo mantra.
Viva gli attaccabrighe! Viva la libertà!

*Citaz. del poeta inglese Ernest Henley


 

Leghorn

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Tutti, Ma perché Livorno?…

Livorno nella mia memoria si lega principalmente a due personaggi: due livornesi, che magari qualcuno se li ricorda, sul web circolano ancora: lei vecchia, tracagnotta, bionda finta, un panettone in testa, truccatissima, rincalcata dietro una scrivania che le spuntavano le braccia corte con attaccate le mani inanellate; il figliolo a fianco, una specie di … dé, non saprei dire.
Televendevano  pellicce con cacciucchino in omaggio.
E mi ricordo erano gli anni Ottanta e io non dormivo. Per tipo nove mesi a un certo punto della mia vita, nei primi anni Ottanta, niente, non c ‘era verso di dormire di notte. E per non pensare troppo guardavo quantità smisurate di tivvù e dentro ci trovavo loro: Roberta Pelliccerie, mamma e figliolo.

Nei prossimi giorni, invece, mesi, anni a venire io dormirò. Finalmente tranquilla e serena. E mi riapproprierò del mio tempo. Sentito, Gad Lerner? Tu che mai hai risposto alla mia lettera aperta? O tu che dici di occuparti delle anime rimaste indietro?

Io da ora in poi mi ritroverò!
E Livorno mi restituirà il sonno perduto.
Il perché (i miei students traducano) sta nelle seguenti frasi ipotetiche di vario grado:

  1. Se mi viene l’influenza, potrò restare a casa e guarire con calma;
  2. se avrò bisogno di un permesso, me lo daranno senza troppe storie;
  3. metti che a un certo punto mi serve un anno sabbatico per:
    a) completare un paio di opere di cui i miei futuri students beneficerebbero;
    b) visitare quella mezza dozzina di paesi di cui beneficerei io (e gli students di conseguenza);
    c) laurearmi in Storia dello sfruttamento del corpo docente nell’Era della Post Globalization.

Se… se…
Di questi e di altri se è pieno il mio futuro!

Capito, ragazzi?
Bella rilassata e contenta, grazie al motivo per cui sono qui – la mia bella cattedra. Il mio nuovo contratto a tempo in-de-ter-mi-na-to!

Passando invece al futuro CERTO, quello che in inglese lo puoi esprimere come ti pare, la sostanza non cambia, e la sostanza è:

Avrò le ferie pagate! la tredicesima, forse anche la quattordicesima (mi informo poi vi dico).
Ed infine, se aumentano l’IVA … chissenefrega!

Buon Ferragosto a tutti!

Risolversi prima di partire

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Prima ci si risolve, quindi si parte. O si rischia solo un viaggio a ritroso.

Montecatini 8 agosto 2016 pomeriggio, pensiero del giorno : le nove mete si misurano in pace mentale – non in chilometri

La primavera scorsa, a Carrara, a un convegno sulla scuola che mi pareva una cosa interessante (mentre si è rivelata una cacata), ho rivisto una amica di vecchia data, una signora molto solista e assolata che oggi ricopre una carica politica importante in città, una che intellettualmente sa il fatto suo, a differenza di me che spesso starnazzo. E questa amica, che un tempo lo era molto, e che mi dispiace davvero di avere perso di vista, quando mesi fa ci siamo ritrovate nella pausa caffè dello shitty convegno, è stata un po’ ad ascoltare qualche mio chilometricissimo assolo, quindi mi ha guardata e ha fatto,
Sì, ma sei  r i s o l t a ?
Mm…
Io che viaggio in solitaria non è da ieri, solo che fino all’anno scorso a ogni tappa mi connettevo con i fantasmi del mio passato.
Log-in … nome utente, pw… non riesci a entrare? Perché non sei risolta. Devi registrarti.
Devi dare le tue credenziali di donna libera e autonoma.
Uno dei miei aspetti peggiori, che mi causa non pochi fastidi, è che non mi capacito di credere che si possa smettere di amarmi. You mean, to actually s t o p LOVING MEE? Amico, ma come ti salta in mente?

Quindi non leggo i cartelli, insisto e mi ridisegno la mia mental map personale, mi va in tilt il GPS: Per le recrudescenze svoltare a sinistra, fare una bella inversione a U e riprendere il cammino a ritroso. Ora, torna pure sui tuoi passi, e dopo aver concluso una storia che non ti portava da nessuna parte (o forse sì, ar manicomio), al prossimo bivio, prendi a sinistra, a OVEST, e reimbocca la via del mare … esatto, quella naufragata una decina di volte e conclusasi da anni CINQUE. (Minchia, cinqu’anni! Ci fosse il Tenente La Rosa di Mediterraneo , mi prenderebbe troppo per il culo!). Attraversa pure l’Oceano Atlantico, e … fuochino, fuochino… ci sei quasi… ritorna da colui che, come si permette a non amarti più? Hey, mi senti? May Day! May Day! Target raggiunto.

 

§ § §

Non so se avete presente la Baia del Tonchino…  No, non quella di fianco sopra, quella è la Baia di Hudson, con l’Airbus che ci si ammarò nel gennaio 2009, volo US Airways 1549 partito da New York-La Guardia e diretto a Charlotte, e ridisceso sei minuti dopo il decollo, a causa di un impatto con uccelli che danneggiò entrambi i motori dell’Airbus A320. L’incidente non provocò vittime. Tutti i 150 passeggeri e i cinque membri dell’equipaggio uscirono dall’aereo sistemandosi sulle ali e sugli scivoli galleggianti e furono tratti in salvo nel giro di pochi minuti da alcuni battelli avvicinatisi all’aeromobile. Io sarei decollata di lì a breve verso il mio sventurato e recidivo destino, fidandomi delle dichiarazioni politically correct di losaluichì. No, nel Golfo del Tonchino, nell’agosto del 1964, ci fu un altro incidente, innescatosi in maniera molto ma MOLTO simile al conflitto del mio matrimonio, ecco, la Baia è qua sotto, mia la foto, of course, come pure i piedi, che mi ci hanno portata d’ a s s o l i.

Niente male no?

Ne approfitto per sfoggiare qualche foto di una delle mie mete preferite, raggiunta malgrado i pronostici – e una partenza affatto propizia – senza riportare danni…

Queste più o meno le parole del presidente Johnson ai membri del Congresso quando nell’agosto del 1964 si vantò di aver sventato l’attacco di navi nordvietnamite e annunciava loro e poi al mondo il casus belli che lo obbligava a bombardare. E io pure qualche danno lo avrei riportato nei mesi a seguire il mio assolo vietnamita, perché malgrado le innumerevoli miglia percorse (e parole spese a raccontare e a contarmela), non ero affatto r i s o l t a. Però la splendida crociera nella baia di Along, leggermente naufragata, ve la racconto domani perché i veceti stanno sfilando, e dall’accettazione delle Terme Redi finalmente annunciano il turno dei fanghi delle 10:30.
Sorry, devo andare.

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Benevolenza universale

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Tolti i panni della teacher, della madre e della figlia (e il guardaroba si conclude qui), recupero quelli di troublemaker, e come Paperinik che da bimba era il mio super eroe, eccomi pronta a sferrare il primo attacco solista alla roccaforte dei veceti più posh d’Italia! Montecatini arrivo!!!

In questa seconda parte dell’anno la parola d’ordine è Benevolenza universale: per tutte le creature senzienti. Così dovrebbe agire chi pratica il bene e conosce il sentiero della pace: essere abile e retto, schietto nel parlare, gentile e umile, dalla vita frugale, non gravato da impegni, sereno, soddisfatto con poco, per approfondimenti si rimanda a Metta sutta: discorso del Buddha sulla benevolenza universale. Su google immagini è saltato fuori Gesù, sorridente moro e con la barba, in mezzo ai bambini misti di Helsinky e di Addis Abeba  (son buoni tutti a essere benevolenti coi kids) di un sito che si chiama PAPABOYS – missionari di parabole antiche e sempre nuove – ENTRA NELL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE! Campagna tesseramento 2015-2016. Per la per la benevolenza buddhista invece scende in campo il Buddha preso di profilo con in mano un fior di loto, che vi posso solo descrivere perché questo sito ormai non regge più, e non carica le foto come si deve, è più vecio dei veceti di Montecatini che mi appresto ad andare a (farvi) conoscere.

Carrara, 8 agosto (As)solo no 1:

Ogni volta che mi metto in viaggio faccio finta che sono tranquilla in realtà mi caco sotto, di meno in aereo o in treno, in macchina ancora mi perdo. Si veda memorabile articolo di tre anni fa, In viaggio col Dio Pan. Poi, prima di partire, mentre aspettavo l’odontoiatra traditore, mi son letta un articolo su Phelps e i suoi wonderful achievements, ma non è questo. E non è nemmeno che adoro il nuoto e tutta la categoria. E’ che su Libero hanno postato uno scatto che ritrae la sua signora con in braccio il figlioletto che si guardano il campione mentre sul tabellone gigante appaiono i suoi records. Guardami! Mamma, mi guardi? Lui che esce dalla vasca e va verso di loro e si congiungono in un imbattibile trio amoroso. Se c’è una cosa che fa crescere bene i bambini è lo sgurado di chi li guarda mentre eseguono le loro performance. Guardami. Amore, guardami, guarda, eh? Che se mi guardi mi riesce meglio.

 

Adesempio (lo so che si scrive staccato, ma come ripeto ‘sto programma fa piuttosto cacare e non c’è verso che me lo spezzi), dicevo ad – esempio,  non ho mai capito la differenza fra la Firenze Mare e la Firenze quell’altra. Così quando arrivo a Viareggio mi faccio sempre riconoscere perché sono colta da una certa indecisione. Peggio quando la A11 bypassa Lucca e diventa un serpentome e io che ne sapevo, e mi sono ritrovata intrappolata fra il TIR che rifornisce i benzinai e uno stronzo merdoso dietro che mi suonava, cazzo suoni? Non lo vedi che faccio finta? Faccio finta che so chi sono e dove vado e cosa voglio ma in realtà non ne ho idea e non ci penso proprio a accelerare che poi il Pandino mi va via, mi è già successo, non lo vedi? Non ci arrivi? Faresti bene sì ma a mettere le quattro frecce e a segnalarmi di uscire al prossimo autogrill dove faresti cosa gradita et benevolentem nell’offrirmi una tisana, che magari sei pure single o all’uscita di una lunga e dolorosa elaborazione di un lutto o separazione, hai visto mai?

Mentre è bello quando qualcuno si preoccupa per te. Cià ragione Vasco. 

Fuck you.

Che da qua io non mi muovo e finché il serpentone non si è srotolato e si è rifatto dritto io sulla corsia di destra non ci torno. Ciai voglia di suonare.

Gli anche fatto il dito, dopo dalla tensione che avevo accumulato sono scoppiata a ridere.

E poi a piangere.

Perché ho proprio avvertito forte e chiara, nitidissima, la sensazione che in quell’istante, se anche il tir mi stritolava non c’èra un cane che mi mandava good vibes, che si preoccupava per me.

E questo è quanto.

Benevolenza a tutti.

*****

H. 17 accettazione e visita h. 18 .00 fango 9, 10, 11 agosto fanghi ore 10:30 DOVE? Mentre la signora delle reception dice io annoto sul lap top, così oi ritrovo il tutto. Terme Redi v.le bicchierai 62 Uscita autostrada – cavalcavia, a sx stazione, prendo rotonda non la prima né la seconda. Ho stanmpato gli appunti e li ho appiccicati sopra il cruscotto affianco al reminder di pagare il bollo, ricordati di pagare il bollo. Con la stazione alla mia sx vado drittta per v.le matteotti, in fondo unico semaforo, prendo a dx, 10 30 8,30 Persa. Scusi… sa dirmi…? Poi ho perso il cellulare, nel senso: si era incastrato sotto il sedile e non riuscivo a scovarlo, fermo il primo veceto e chiedo, ‘xcuse me… potrebbe mica? No, mi fa. Proprio così, secco secco. Che lui la telefonata non me la fa fare. Ma solo due squilli che lo sento e riaggancia subito. No. Secco secco secco. E l’ho mandato benevolmente a cagare. La toscanissima signora very posh non ci avev’iccellulare, pace e benevolenza anche a lei, poi son passati dei senegalesi – intuisco – e indovina se mi hanno fatto il favore… grazie fratello, di niente sorella.

*****

Il mio maestro Taehye sunim, lui sì è benevolente, anche se a volte le spara grosse, tipo quando ha detto che San Francesco era un isterico, ma io sono stata benevolente e l’ho troncata lì. E’ a lui che devo quel briciolino di benevolenza che ho aqcuisito.

Un altro esempio di benevolenza è questo che ho trovato sul diario di una amica su fb giorni fa e che dice così:

Lascia andare quello che vuole andare,
lascia venire quello che vuole venire.
Tu rimani con ciò che rimane.
(Nisargadatta Maharaj)

Quel “ciò che rimane” è quanto mi appresto ad appurare nei miei prossimi as-soli.

Cuba blues.

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(4 settembre, 2013. H. 20:45. Porto di Chios)

Ne esce di roba, mentre l’equipaggio della Ertürk fa manovre per l’attracco, lancia cime e grida cose che non capisco se in turco o se in greco, ne esce di roba come la mastica dal lentisco, che i contadini dicono pianga mentre fanno la raccolta del prezioso liquido, escono grida, saluti dalla banchina, escono auto e motorette dalla nave spalancata, e da me, anche oggi, la paura di non ricevere la giusta accoglienza e di ritrovarsi a dormire all’addiaccio sotto le frasche di lentisco, col mastice che mi cola nei capelli. Saremo una quarantina di passeggeri, massimo cinquanta, quasi tutti sanno dove e da chi andare. Io, come da bimba quando mia madre arrivava per ultima dopo una recita, dopo una lezione, o non arrivava per niente.
E mi toccava avviarmi da sola.
Piccola (I)sola alla deriva.

 ♠   ♠   ♠

Cuba da sognare sola in mezzo al mare
Come una sirena stanca di aspettare
Forse abbandonata al suo destino
Cuba da cartolina sempre in vetrina
Allegra signorina oppure prigioniera
Cuba qual è quella falsa? Qual è quella vera?
Cuba qual è quella falsa? Qual è quella vera?
Cuba immaginata, Cuba rispettata
Cuba disperata dietro la facciata
Ti offre il suo amore. Prendere o lasciare…
Prendere o lasciare…
Guantanamera, Guantanamera
Guajira Guantanamera
Guajira Guantanamera
Guajira di Guantanamo
Guajira Guantanamera

 ♠   ♠   ♠

 

Quando cerchi una persona che non conosci alla fine la riconosci se anche lui cerca te che non conosce. La faccia del mio dascalo è tonda, impaziente, vagamente sorridente, direi allegra.
Lo chiamo, ci azzecco, sorrido, espiro, e mi dichiaro “discharged”, rilasciata, liberata, espulsa , scaricata.
Accolta.

Compagni

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In tempi come questi
la fuga è l’unico mezzo per sentirsi vivi
e continuare a sognare.”
(Henri Laborit)

Il mio vicino turco sul pulmann per Cesme, quello che nònza, per capirci, sta leggendo i Dubliners di Joyce, ma non riesco a sbirciare a quale racconto è arrivato. Il controllore passa a fare biglietti e a distribuire piccole confezioni di acqua fresca, dio lo benedica, nello zaino ho una bottiglietta mezzo ciucciata, la mia ciambelletta turca e 25 grammi di noci sgusciate (l’ultima lira turca spesa al mercato dietro l’Otogar di Izmir Est, sotto gli occhi increduli del nociaio, europea morta di fame, avrà pensato. Io ho pensato che me le poteva anche regalare, turco tirchio).

A Cesme dice che gli euro li accettano.

Qui sopra c’è il gentleman con cui ho condiviso la mensa ieri sera perché non c’erano altri tavoli e gli sarebbe toccato sedersi in mezzo alla strada.  Lui col suo Raki, io con il mio Aegea rosso, vendemmia 2008: per averlo, il solito cinema, ma è stato divertente, chi correva di qua e chi di là, nel giro di poco sono arrivate 3 bottiglie di un Cabernet francese, un altra roba non bene identificata e questo Corvus Aegea Kuntra (il nome mi sembrava propizio alla traversata di oggi).

My new friend parla solo turco e tedesco, dunque non capisce un cazzo lui, non capisco un cazzo io: ci guardiamo, brindiamo, mangiamo: una meraviglia!

§ § § 

 “La gente ha paura di dire quello che pensa. Perché se  ne vergogna. specie se le capita di farsi domande un po’ bislacche, ma belle. Tipo perché certe cose vanno  in un modo anziché in un altro. E vorrebbe inalberarsi un attimo, ma non lo fa. Vive molto più tranquilla se si associa al pensiero comune, che poi è l’interpretazione ufficiale della realtà, il bugiardino delle relazioni umane. Invece chi ha pensieri sghembi e si permette addirittura di esprimerli, si complica la vita. Rischia di non piacere. Di essere frainteso, o rifiutato. Di offendere addirittura. E’ per questo che le persone nascondono quel che pensano, e in questo modo finiscono per fare quello che non vogliono (e poi non si piacciono).”

 H. Laborit, ipse dixit.

E’ per questo che a volte c’è bisogno di viaggiare. Di fuggire.

 

 

Il mio vicino mette via Joyce, io De Silva, dividiamo le noci, poi mi chiede perché vado in cerca del mastice.
Rispondo che nònzo.

φωτογραφίες (non ricordo più cosa significa)

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Settembre 2013 
Questo post in realtà si doveva intitolare, Mo’ al va.. (i carrarini intendano).

Premessa: in Turchia inglese poco e niente, i turchi sanno essere tanto galanti e gentili quanto scortesi e rognosi (il che è sempre meglio di una melensa via di mezzo politically correct = ti accontento perché paghi); terzo : certe zone della Turchia sono ancora un po’ rurali e fuori mano, e non si sa mai, better be safe than sorry e stiamo all’erta.
Dopo una bella continental e variegata breakfast a base di cetrioli sconditi, olive, broda turca, formaggino tipo Invernizzi (che imbosco) e mela (che mangio subito) sono piena di energie e con Paolo Saulo apostolo come guida e modello mi metto in marcia, solo che arrivo fino alla piazzetta di Basmane e poi la mia marcia a piedi si conclude lì, dentro un ticket office, che non fatevi ingannare come ripeto inglese zero. Do una rimescolata in tasca ai bigliettini, Efeso, Mileto, Mileto, Efeso e il turno se lo aggiudica Efeso, Mileto alla prossima.
Solo che scopro a fatica che non ci si va diretti, prima bus fino all’Otogare di Selçuk (e qui intendo), dopodiché dolmus per Efeso.

How far?
Hayir, hayir…
Sì, ma quanto?
Hayir!
Far?
Hayir!
Sta’ allegro.

Invece poi allegra sto io perché come sempre mi distraggo a fare foto e talenti con questo e quello, quando arriva il dolmus il tipo del ticket office mi dice, dat one, dat one, ma ce n’è più di uno, e salita su quello che credo sia il mio, mostro il ticket all’autista, chiedo conferma per sicurezza, Selçuk? ma è notte sul Bosforo (che da noi a Carrara sta per boh!). Mi siedo, poi lo ritiro fuori, lo mostro a tre o quattro, non si alza una testa. Selciuk! Selciuk! Come si diceva per favore in turco?

Il pulminetto ottomano sfreccia già lungo i viali, e mi vedo sbarcare in mezzo alla campagna dell’Anatolia fra capre e tacchini, continuo a chiedere Selciuk!? Selciuk!? ma non mi considerano proprio, forse pronuncio male? Uaz de problem? Chiedo in un inglese passato sotto un autotreno (i miei students si tappino le orecchie) per farmi capire meglio, e proprio a un semaforo di sfuggita scorgo il Dio Pan, ed è lì che penso, Mo’ al va… quando una gentile e coraggiosa signora tira su la testa e come se stesse cercando di eludere la Stasi o il KJB, sussurra, Ochei, ochei, e fa un verso con la mano, tranquilla, tranquilla…

Sto tranquilla.
(Non scassare…).
(Occhei).

                           

Scendo dal pulminetto nell’Otogare di Selçuk e il termometro segna 41 gradi, io bella in evidenza con la maglia fucsia fluorescente regalatami dall’amica del cuore, un piccolo viatico porta-fortuna che finora ha fatto il suo dovere. Per pranzo, formaggino Invernizzi, ciambelletta turca e un mezz’etto di noci sgusciate. Proprio davanti a me un carrettino pieno di calotte di arancia spolpate.
Il ricordo più vivido che ho della Turchia risale a venti anni fa, in un villaggio del sud provincia di Antalya, sui dolmus ti davano una bustina trasparente con dentro del rinfrescante da cospargerti, io e my husband poco ci manca ce lo beviamo, convinti fosse un cordiale. Ora non ti danno un tubo, sì che c’è l’AC , ma non ti danno un cazzo nemmeno se si rompe. E spesso si rompe. Eravamo diretti in una spiaggia prediletta dalle tartarughe turche per deporre le uova, ma noi ci eravamo persi e stanchi e assetati eravamo giunti a una viuzza con qualche baretto, taverna… Sembrava che l’occupazione principale di tutti fosse la spremitura di arance, in terra c’erano calotte dappertutto. Ne chiediamo una e il tizio sparisce sul retro e comincia a spremere, a mano. Dopo una decina di minuti buoni ci serve una pinta a testa di “orin gius”. In Florida, soprannominato Orange State, mai avuto la grazia di bere altro che Tropicana Fresh Pasturized Orange Juice 100% safe and filtered. Da noi chiedi una spremuta e ti guardano storto, o son dai 2,50 ai 3, 30 euro. L’orange man di Selçuk per 2 euro mi porge un boccale colmo fino all’orlo che mi sbrodolo felice.

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Alla base della guerra greco-turca del 1919 devono esserci stati inconsci motivi di invidia linguistica. Non dev’essere stato facile per i turchi accettare che un’altra lingua si impossessasse delle bellezze del loro paese.  Chiamare una cosa, un concetto, un’entità per nome non è anche un po’ metterci un sigillo di appartenenza?