Carichi pedenti

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Di getto mi è venuto in mente mio zio e il carico di lastre precipitategli dal rimorchio del TIR un pomeriggio in curva di tanti anni fa, che segnò l’inizio della sua fine.  E della sua disgraziata famiglia. Ma il 27 agosto scorso di là dal “filo” c’era una segretaria che mi faceva un elenco dell’occorrente da presentare per poter procedere alla mia nomina (di insegnante “a vita”) , fra cui il documento che certifichi che ho la coscienza a posto.

Ce l’ha, signora??
Ce l’avrò, prometto: ce l’avrò!

Frammenti di zona cieca

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La zona cieca è vedere le coppiette farsi l’aperitivo al tramonto, immaginare il loro dopocena o prima o durante (!) Tipo prima mentre scendevo dal Capo Bianco senza stanza (e senza omo), ho visto una donna che tornava in casa sotto un pergolo bellissimo e ad accoglierla c’era lui che le fa, ciao amo’!
E lei, ciao tesoro…
E quel che è peggio – si fa per dire – avranno avuto 60 anni e si sono dati un bacio (sotto il bel pergolo).

La zona cieca sono le coppie che prima dell’imbarco o sbarco si bombardano di selfie.
La zona cieca è quando arrivi e non c’è nessuno per te sulla banchina, binario, gate, e un tempo ti sentivi figa, ora ti senti misera.
La zona cieca è ascoltare il valzer no 2 di Shostakovich tornando a casa tardi la sera (e il gatto chissà dove e chissà chi ha rimediato, lui…).
La zona cieca sono i ricordi che non si obliterano mai, restano sempre belli attivi e pronti alla riattivazione, sotto forma di sapori o di odori, ecco il sapore dell acqua quando ti entra nel naso, ecco il rumore del tagfliaerba, ecco quello delle patelle di mare, ecco un gesto inconsulto scappato per caso.
La zona cieca è l’asfalto bagnato e di corsa la sera d’inverno dopo il lavoro.
La zona cieca è doversi sempre portare, e sempre doversi prendere cura di sé: di eventuali ritardi, cancellazioni, smarrimenti, perdite… perdite. Ecco un sostantivo che abbonda! Ah, tutto è perduto.

Risolversi prima di partire

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Prima ci si risolve, quindi si parte. O si rischia solo un viaggio a ritroso.

Montecatini 8 agosto 2016 pomeriggio, pensiero del giorno : le nove mete si misurano in pace mentale – non in chilometri

La primavera scorsa, a Carrara, a un convegno sulla scuola che mi pareva una cosa interessante (mentre si è rivelata una cacata), ho rivisto una amica di vecchia data, una signora molto solista e assolata che oggi ricopre una carica politica importante in città, una che intellettualmente sa il fatto suo, a differenza di me che spesso starnazzo. E questa amica, che un tempo lo era molto, e che mi dispiace davvero di avere perso di vista, quando mesi fa ci siamo ritrovate nella pausa caffè dello shitty convegno, è stata un po’ ad ascoltare qualche mio chilometricissimo assolo, quindi mi ha guardata e ha fatto,
Sì, ma sei  r i s o l t a ?
Mm…
Io che viaggio in solitaria non è da ieri, solo che fino all’anno scorso a ogni tappa mi connettevo con i fantasmi del mio passato.
Log-in … nome utente, pw… non riesci a entrare? Perché non sei risolta. Devi registrarti.
Devi dare le tue credenziali di donna libera e autonoma.
Uno dei miei aspetti peggiori, che mi causa non pochi fastidi, è che non mi capacito di credere che si possa smettere di amarmi. You mean, to actually s t o p LOVING MEE? Amico, ma come ti salta in mente?

Quindi non leggo i cartelli, insisto e mi ridisegno la mia mental map personale, mi va in tilt il GPS: Per le recrudescenze svoltare a sinistra, fare una bella inversione a U e riprendere il cammino a ritroso. Ora, torna pure sui tuoi passi, e dopo aver concluso una storia che non ti portava da nessuna parte (o forse sì, ar manicomio), al prossimo bivio, prendi a sinistra, a OVEST, e reimbocca la via del mare … esatto, quella naufragata una decina di volte e conclusasi da anni CINQUE. (Minchia, cinqu’anni! Ci fosse il Tenente La Rosa di Mediterraneo , mi prenderebbe troppo per il culo!). Attraversa pure l’Oceano Atlantico, e … fuochino, fuochino… ci sei quasi… ritorna da colui che, come si permette a non amarti più? Hey, mi senti? May Day! May Day! Target raggiunto.

 

§ § §

Non so se avete presente la Baia del Tonchino…  No, non quella di fianco sopra, quella è la Baia di Hudson, con l’Airbus che ci si ammarò nel gennaio 2009, volo US Airways 1549 partito da New York-La Guardia e diretto a Charlotte, e ridisceso sei minuti dopo il decollo, a causa di un impatto con uccelli che danneggiò entrambi i motori dell’Airbus A320. L’incidente non provocò vittime. Tutti i 150 passeggeri e i cinque membri dell’equipaggio uscirono dall’aereo sistemandosi sulle ali e sugli scivoli galleggianti e furono tratti in salvo nel giro di pochi minuti da alcuni battelli avvicinatisi all’aeromobile. Io sarei decollata di lì a breve verso il mio sventurato e recidivo destino, fidandomi delle dichiarazioni politically correct di losaluichì. No, nel Golfo del Tonchino, nell’agosto del 1964, ci fu un altro incidente, innescatosi in maniera molto ma MOLTO simile al conflitto del mio matrimonio, ecco, la Baia è qua sotto, mia la foto, of course, come pure i piedi, che mi ci hanno portata d’ a s s o l i.

Niente male no?

Ne approfitto per sfoggiare qualche foto di una delle mie mete preferite, raggiunta malgrado i pronostici – e una partenza affatto propizia – senza riportare danni…

Queste più o meno le parole del presidente Johnson ai membri del Congresso quando nell’agosto del 1964 si vantò di aver sventato l’attacco di navi nordvietnamite e annunciava loro e poi al mondo il casus belli che lo obbligava a bombardare. E io pure qualche danno lo avrei riportato nei mesi a seguire il mio assolo vietnamita, perché malgrado le innumerevoli miglia percorse (e parole spese a raccontare e a contarmela), non ero affatto r i s o l t a. Però la splendida crociera nella baia di Along, leggermente naufragata, ve la racconto domani perché i veceti stanno sfilando, e dall’accettazione delle Terme Redi finalmente annunciano il turno dei fanghi delle 10:30.
Sorry, devo andare.

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Benevolenza universale

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Tolti i panni della teacher, della madre e della figlia (e il guardaroba si conclude qui), recupero quelli di troublemaker, e come Paperinik che da bimba era il mio super eroe, eccomi pronta a sferrare il primo attacco solista alla roccaforte dei veceti più posh d’Italia! Montecatini arrivo!!!

In questa seconda parte dell’anno la parola d’ordine è Benevolenza universale: per tutte le creature senzienti. Così dovrebbe agire chi pratica il bene e conosce il sentiero della pace: essere abile e retto, schietto nel parlare, gentile e umile, dalla vita frugale, non gravato da impegni, sereno, soddisfatto con poco, per approfondimenti si rimanda a Metta sutta: discorso del Buddha sulla benevolenza universale. Su google immagini è saltato fuori Gesù, sorridente moro e con la barba, in mezzo ai bambini misti di Helsinky e di Addis Abeba  (son buoni tutti a essere benevolenti coi kids) di un sito che si chiama PAPABOYS – missionari di parabole antiche e sempre nuove – ENTRA NELL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE! Campagna tesseramento 2015-2016. Per la per la benevolenza buddhista invece scende in campo il Buddha preso di profilo con in mano un fior di loto, che vi posso solo descrivere perché questo sito ormai non regge più, e non carica le foto come si deve, è più vecio dei veceti di Montecatini che mi appresto ad andare a (farvi) conoscere.

Carrara, 8 agosto (As)solo no 1:

Ogni volta che mi metto in viaggio faccio finta che sono tranquilla in realtà mi caco sotto, di meno in aereo o in treno, in macchina ancora mi perdo. Si veda memorabile articolo di tre anni fa, In viaggio col Dio Pan. Poi, prima di partire, mentre aspettavo l’odontoiatra traditore, mi son letta un articolo su Phelps e i suoi wonderful achievements, ma non è questo. E non è nemmeno che adoro il nuoto e tutta la categoria. E’ che su Libero hanno postato uno scatto che ritrae la sua signora con in braccio il figlioletto che si guardano il campione mentre sul tabellone gigante appaiono i suoi records. Guardami! Mamma, mi guardi? Lui che esce dalla vasca e va verso di loro e si congiungono in un imbattibile trio amoroso. Se c’è una cosa che fa crescere bene i bambini è lo sgurado di chi li guarda mentre eseguono le loro performance. Guardami. Amore, guardami, guarda, eh? Che se mi guardi mi riesce meglio.

 

Adesempio (lo so che si scrive staccato, ma come ripeto ‘sto programma fa piuttosto cacare e non c’è verso che me lo spezzi), dicevo ad – esempio,  non ho mai capito la differenza fra la Firenze Mare e la Firenze quell’altra. Così quando arrivo a Viareggio mi faccio sempre riconoscere perché sono colta da una certa indecisione. Peggio quando la A11 bypassa Lucca e diventa un serpentome e io che ne sapevo, e mi sono ritrovata intrappolata fra il TIR che rifornisce i benzinai e uno stronzo merdoso dietro che mi suonava, cazzo suoni? Non lo vedi che faccio finta? Faccio finta che so chi sono e dove vado e cosa voglio ma in realtà non ne ho idea e non ci penso proprio a accelerare che poi il Pandino mi va via, mi è già successo, non lo vedi? Non ci arrivi? Faresti bene sì ma a mettere le quattro frecce e a segnalarmi di uscire al prossimo autogrill dove faresti cosa gradita et benevolentem nell’offrirmi una tisana, che magari sei pure single o all’uscita di una lunga e dolorosa elaborazione di un lutto o separazione, hai visto mai?

Mentre è bello quando qualcuno si preoccupa per te. Cià ragione Vasco. 

Fuck you.

Che da qua io non mi muovo e finché il serpentone non si è srotolato e si è rifatto dritto io sulla corsia di destra non ci torno. Ciai voglia di suonare.

Gli anche fatto il dito, dopo dalla tensione che avevo accumulato sono scoppiata a ridere.

E poi a piangere.

Perché ho proprio avvertito forte e chiara, nitidissima, la sensazione che in quell’istante, se anche il tir mi stritolava non c’èra un cane che mi mandava good vibes, che si preoccupava per me.

E questo è quanto.

Benevolenza a tutti.

*****

H. 17 accettazione e visita h. 18 .00 fango 9, 10, 11 agosto fanghi ore 10:30 DOVE? Mentre la signora delle reception dice io annoto sul lap top, così oi ritrovo il tutto. Terme Redi v.le bicchierai 62 Uscita autostrada – cavalcavia, a sx stazione, prendo rotonda non la prima né la seconda. Ho stanmpato gli appunti e li ho appiccicati sopra il cruscotto affianco al reminder di pagare il bollo, ricordati di pagare il bollo. Con la stazione alla mia sx vado drittta per v.le matteotti, in fondo unico semaforo, prendo a dx, 10 30 8,30 Persa. Scusi… sa dirmi…? Poi ho perso il cellulare, nel senso: si era incastrato sotto il sedile e non riuscivo a scovarlo, fermo il primo veceto e chiedo, ‘xcuse me… potrebbe mica? No, mi fa. Proprio così, secco secco. Che lui la telefonata non me la fa fare. Ma solo due squilli che lo sento e riaggancia subito. No. Secco secco secco. E l’ho mandato benevolmente a cagare. La toscanissima signora very posh non ci avev’iccellulare, pace e benevolenza anche a lei, poi son passati dei senegalesi – intuisco – e indovina se mi hanno fatto il favore… grazie fratello, di niente sorella.

*****

Il mio maestro Taehye sunim, lui sì è benevolente, anche se a volte le spara grosse, tipo quando ha detto che San Francesco era un isterico, ma io sono stata benevolente e l’ho troncata lì. E’ a lui che devo quel briciolino di benevolenza che ho aqcuisito.

Un altro esempio di benevolenza è questo che ho trovato sul diario di una amica su fb giorni fa e che dice così:

Lascia andare quello che vuole andare,
lascia venire quello che vuole venire.
Tu rimani con ciò che rimane.
(Nisargadatta Maharaj)

Quel “ciò che rimane” è quanto mi appresto ad appurare nei miei prossimi as-soli.

Cuba blues.

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(4 settembre, 2013. H. 20:45. Porto di Chios)

Ne esce di roba, mentre l’equipaggio della Ertürk fa manovre per l’attracco, lancia cime e grida cose che non capisco se in turco o se in greco, ne esce di roba come la mastica dal lentisco, che i contadini dicono pianga mentre fanno la raccolta del prezioso liquido, escono grida, saluti dalla banchina, escono auto e motorette dalla nave spalancata, e da me, anche oggi, la paura di non ricevere la giusta accoglienza e di ritrovarsi a dormire all’addiaccio sotto le frasche di lentisco, col mastice che mi cola nei capelli. Saremo una quarantina di passeggeri, massimo cinquanta, quasi tutti sanno dove e da chi andare. Io, come da bimba quando mia madre arrivava per ultima dopo una recita, dopo una lezione, o non arrivava per niente.
E mi toccava avviarmi da sola.
Piccola (I)sola alla deriva.

 ♠   ♠   ♠

Cuba da sognare sola in mezzo al mare
Come una sirena stanca di aspettare
Forse abbandonata al suo destino
Cuba da cartolina sempre in vetrina
Allegra signorina oppure prigioniera
Cuba qual è quella falsa? Qual è quella vera?
Cuba qual è quella falsa? Qual è quella vera?
Cuba immaginata, Cuba rispettata
Cuba disperata dietro la facciata
Ti offre il suo amore. Prendere o lasciare…
Prendere o lasciare…
Guantanamera, Guantanamera
Guajira Guantanamera
Guajira Guantanamera
Guajira di Guantanamo
Guajira Guantanamera

 ♠   ♠   ♠

 

Quando cerchi una persona che non conosci alla fine la riconosci se anche lui cerca te che non conosce. La faccia del mio dascalo è tonda, impaziente, vagamente sorridente, direi allegra.
Lo chiamo, ci azzecco, sorrido, espiro, e mi dichiaro “discharged”, rilasciata, liberata, espulsa , scaricata.
Accolta.

Compagni

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In tempi come questi
la fuga è l’unico mezzo per sentirsi vivi
e continuare a sognare.”
(Henri Laborit)

Il mio vicino turco sul pulmann per Cesme, quello che nònza, per capirci, sta leggendo i Dubliners di Joyce, ma non riesco a sbirciare a quale racconto è arrivato. Il controllore passa a fare biglietti e a distribuire piccole confezioni di acqua fresca, dio lo benedica, nello zaino ho una bottiglietta mezzo ciucciata, la mia ciambelletta turca e 25 grammi di noci sgusciate (l’ultima lira turca spesa al mercato dietro l’Otogar di Izmir Est, sotto gli occhi increduli del nociaio, europea morta di fame, avrà pensato. Io ho pensato che me le poteva anche regalare, turco tirchio).

A Cesme dice che gli euro li accettano.

Qui sopra c’è il gentleman con cui ho condiviso la mensa ieri sera perché non c’erano altri tavoli e gli sarebbe toccato sedersi in mezzo alla strada.  Lui col suo Raki, io con il mio Aegea rosso, vendemmia 2008: per averlo, il solito cinema, ma è stato divertente, chi correva di qua e chi di là, nel giro di poco sono arrivate 3 bottiglie di un Cabernet francese, un altra roba non bene identificata e questo Corvus Aegea Kuntra (il nome mi sembrava propizio alla traversata di oggi).

My new friend parla solo turco e tedesco, dunque non capisce un cazzo lui, non capisco un cazzo io: ci guardiamo, brindiamo, mangiamo: una meraviglia!

§ § § 

 “La gente ha paura di dire quello che pensa. Perché se  ne vergogna. specie se le capita di farsi domande un po’ bislacche, ma belle. Tipo perché certe cose vanno  in un modo anziché in un altro. E vorrebbe inalberarsi un attimo, ma non lo fa. Vive molto più tranquilla se si associa al pensiero comune, che poi è l’interpretazione ufficiale della realtà, il bugiardino delle relazioni umane. Invece chi ha pensieri sghembi e si permette addirittura di esprimerli, si complica la vita. Rischia di non piacere. Di essere frainteso, o rifiutato. Di offendere addirittura. E’ per questo che le persone nascondono quel che pensano, e in questo modo finiscono per fare quello che non vogliono (e poi non si piacciono).”

 H. Laborit, ipse dixit.

E’ per questo che a volte c’è bisogno di viaggiare. Di fuggire.

 

 

Il mio vicino mette via Joyce, io De Silva, dividiamo le noci, poi mi chiede perché vado in cerca del mastice.
Rispondo che nònzo.

φωτογραφίες (non ricordo più cosa significa)

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Settembre 2013 
Questo post in realtà si doveva intitolare, Mo’ al va.. (i carrarini intendano).

Premessa: in Turchia inglese poco e niente, i turchi sanno essere tanto galanti e gentili quanto scortesi e rognosi (il che è sempre meglio di una melensa via di mezzo politically correct = ti accontento perché paghi); terzo : certe zone della Turchia sono ancora un po’ rurali e fuori mano, e non si sa mai, better be safe than sorry e stiamo all’erta.
Dopo una bella continental e variegata breakfast a base di cetrioli sconditi, olive, broda turca, formaggino tipo Invernizzi (che imbosco) e mela (che mangio subito) sono piena di energie e con Paolo Saulo apostolo come guida e modello mi metto in marcia, solo che arrivo fino alla piazzetta di Basmane e poi la mia marcia a piedi si conclude lì, dentro un ticket office, che non fatevi ingannare come ripeto inglese zero. Do una rimescolata in tasca ai bigliettini, Efeso, Mileto, Mileto, Efeso e il turno se lo aggiudica Efeso, Mileto alla prossima.
Solo che scopro a fatica che non ci si va diretti, prima bus fino all’Otogare di Selçuk (e qui intendo), dopodiché dolmus per Efeso.

How far?
Hayir, hayir…
Sì, ma quanto?
Hayir!
Far?
Hayir!
Sta’ allegro.

Invece poi allegra sto io perché come sempre mi distraggo a fare foto e talenti con questo e quello, quando arriva il dolmus il tipo del ticket office mi dice, dat one, dat one, ma ce n’è più di uno, e salita su quello che credo sia il mio, mostro il ticket all’autista, chiedo conferma per sicurezza, Selçuk? ma è notte sul Bosforo (che da noi a Carrara sta per boh!). Mi siedo, poi lo ritiro fuori, lo mostro a tre o quattro, non si alza una testa. Selciuk! Selciuk! Come si diceva per favore in turco?

Il pulminetto ottomano sfreccia già lungo i viali, e mi vedo sbarcare in mezzo alla campagna dell’Anatolia fra capre e tacchini, continuo a chiedere Selciuk!? Selciuk!? ma non mi considerano proprio, forse pronuncio male? Uaz de problem? Chiedo in un inglese passato sotto un autotreno (i miei students si tappino le orecchie) per farmi capire meglio, e proprio a un semaforo di sfuggita scorgo il Dio Pan, ed è lì che penso, Mo’ al va… quando una gentile e coraggiosa signora tira su la testa e come se stesse cercando di eludere la Stasi o il KJB, sussurra, Ochei, ochei, e fa un verso con la mano, tranquilla, tranquilla…

Sto tranquilla.
(Non scassare…).
(Occhei).

                           

Scendo dal pulminetto nell’Otogare di Selçuk e il termometro segna 41 gradi, io bella in evidenza con la maglia fucsia fluorescente regalatami dall’amica del cuore, un piccolo viatico porta-fortuna che finora ha fatto il suo dovere. Per pranzo, formaggino Invernizzi, ciambelletta turca e un mezz’etto di noci sgusciate. Proprio davanti a me un carrettino pieno di calotte di arancia spolpate.
Il ricordo più vivido che ho della Turchia risale a venti anni fa, in un villaggio del sud provincia di Antalya, sui dolmus ti davano una bustina trasparente con dentro del rinfrescante da cospargerti, io e my husband poco ci manca ce lo beviamo, convinti fosse un cordiale. Ora non ti danno un tubo, sì che c’è l’AC , ma non ti danno un cazzo nemmeno se si rompe. E spesso si rompe. Eravamo diretti in una spiaggia prediletta dalle tartarughe turche per deporre le uova, ma noi ci eravamo persi e stanchi e assetati eravamo giunti a una viuzza con qualche baretto, taverna… Sembrava che l’occupazione principale di tutti fosse la spremitura di arance, in terra c’erano calotte dappertutto. Ne chiediamo una e il tizio sparisce sul retro e comincia a spremere, a mano. Dopo una decina di minuti buoni ci serve una pinta a testa di “orin gius”. In Florida, soprannominato Orange State, mai avuto la grazia di bere altro che Tropicana Fresh Pasturized Orange Juice 100% safe and filtered. Da noi chiedi una spremuta e ti guardano storto, o son dai 2,50 ai 3, 30 euro. L’orange man di Selçuk per 2 euro mi porge un boccale colmo fino all’orlo che mi sbrodolo felice.

§  §  §  §  §  §

Alla base della guerra greco-turca del 1919 devono esserci stati inconsci motivi di invidia linguistica. Non dev’essere stato facile per i turchi accettare che un’altra lingua si impossessasse delle bellezze del loro paese.  Chiamare una cosa, un concetto, un’entità per nome non è anche un po’ metterci un sigillo di appartenenza?

 

 

 

 

Viaggio e buonsenso

È piuttosto volgare, il buon senso. Abbassa il livello delle aspirazioni, valuta le possibilità di successo e soprattutto quelle del fallimento, calcola. Il coraggio, la sincerità e l’istinto non hanno nessuna possibilità di resistergli, se gli dai il tempo di organizzarsi e di preparare la controffensiva. L’impulso che ci spinge a cambiare, il vento che rovina, non ha quegli argomenti, anzi spesso non ne ha affatto. Non si lascia corrompere da ragioni di convenienza e non pretende di aver ragione. Propone scelte estreme e irresponsabili e non promette risultati. Possiamo assecondarlo o sopprimerlo, prenderlo o lasciarlo, dire sì o no. È questo il bello.

(D. De Silva, Mancarsi)

Selçuk, Turchia, Settembre 2013

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Il bello di un viaggio è la scoperta che non ti aspetti e in cui non speri, quello che c’è dietro la prossima curva, la stazione successiva, l’isola di fronte. Ma può essere anche una sedia buttata là, ti siedi, volutamente perdi un treno o un bus, scrivi, pensi, capisci cose importanti, momenti di nitido chiarore. L’inaspettato non sai da dove viene, non l’hai voluto tu ma è lì per te, è questo il regalo più bello e poco importa se non sappiamo da che mano arriva. Which Way To Go

Così arriva che bevuta la mega spremuta, cerco le “touvaletes” per darmi una rinfrescata, uscita fuori mi informo su orari e mezzi e poi mi viene un dubbio: se proseguire per una città morta e sepolta o se fare un salto dietro le quinte dell’Otogar.
E decido che la morte quest’anno l’ho frequentata abbastanza e ora ho voglia di vita, di luci e di colori.

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A me quando viaggio mi frega (del)la gente, la gente del posto. Mi lascio distrarre incantare, deviare, comincio a parlare nella lingua del paese in cui mi trovo, importa assai se è turco, io ci provo. E mi diverto un mondo. Se non funziona parlo con gli occhi. E sempre quelli mi rispondono. E perdo tempo…

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E il primo dolmus per Efeso…

 

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… e il secondo …

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… e il terzo.

 

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I musei non mi fanno impazzire e preferisco quelli all’aperto preferibilmente dove non si paga il biglietto d’entrata, dove le guide sono le persone che incontri, i reperti i loro racconti.

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Tanto poi tornati a casa, quelle spiegazioni, quegli oggetti sotto vetro, dietro transenne protettive che sembrava tanto indispensabile vedere e immortalare li dimentichi con la ripresa della quotidianità, e basta un programma televisivo a condensare le file che hai fatto, le attese, le informazioni smozzicate, cosicché le riviste o libri, le guide illustrate, opuscoli e pubblicazioni finiscono in un cassetto o in stand-by sul comodino, o restano in  valigia fino al prossimo viaggio.

Don’t you agree?

 

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Chiudo il libro e sbircio in quello del mio vicino che legge un Penguin Classic, quindi capisce l’inglese, ma nemmeno lui sa dirmi niente di :
a) come ci arrivo dall’Otogar di Cesme al porto;
b) quanto dista ;
c) quanto costa
e dunque e) cambio argomento e gli domando come ci vedono loro turchi a noi italiani.

È un’altra di quelle domande a cui non resisto, so che poi mi pento, quindi mi odio esattamente come quando faccio la fottuta, Quanti anni mi dai?
Stavolta invece con sorpresa la risposta è piacevole da sentire, tanto piacevole quando errata, il tipo dice che noi italiani sì che sappiamo goderci la vita. Ma in che film è rimasto questo?  Ma almeno a che ora parte ‘sto pullman lo sa?

Nònsa, come il turco di Mediterraneo.

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Isolitudini

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Solo ♥ traveller – Settembre 2013

Viaggiare da soli presenta un vantaggio: le attenzioni di cui sei oggetto non sono le stesse che riceve chi viaggia in coppia o in gruppo, che spesso non vede o vede a metà, non rispetta, trascura, si distrae a commentare, a criticare magari per riempire la noia di un  momento o il fastidio della fatica.

Entrati a Cesme, il conducente dell’ Havas continua a ripetermi le sole tre cose in inglese che sa: You sit down. Poi ride alza e abbassa la mano a dire, rilassatevi che non è ancora tempo di scendere: ce l’ha con me e con una coppia di spagnoli musoni un po’ agé che continuano a fare false partenze, cioè discese. E io dietro. Tanta è la voglia di arrivare. You sit down. Me ne frego se i due non lanciano inviti camerateschi fra viaggiatori e continuo a guardare Chios in lontananza, ho quasi paura di un incantesimo che me la porti via, o forse non sono mai partita e quella è ancora terraferma, così la indico nel retrovisore al conducente (Chios, right?) che ripete: You sit down.

All’uscita dall’Otogar il solito conducente mi spiega a gesti che il porto è laggiù, non posso sbagliare, sempre diritto, sempre diritto e arrivo al porto…

(per Chios, yes?)
Yess! Chios, Chios…

 

La prima immagine che ci colpisce la retina è spesso quella che resta indelebile per sempre: di una persona, di un luogo, di una situazione, l’acqua che scava il solco nella cera a caldo,  il groove dentro il quale ci ritroveremo volenti o nolenti a ripassare. Come dire che se anche tornerò a Cesme in limo, su uno yacht o col paracadute, la sua magia per me resterà sempre compressa e custodita nei 750 metri* che mi dividevano dalla banchina del porto da dove altre 3, 5 miglia nautiche mi separavano da Chios e dal suo magico antidoto.

*In realtà erano più di mille, ma l’ultimo tratto l’ho fatto a bordo di un pulmino scortata da una squadra di ufficiali della Cesme Coast Guard.

Il secondo groove se lo aggiudicano le calde folate odorose di mare nafta e carne arrostita (in realtà è il ricalco di un solco mnestico di parecchi anni fa, gli stracchi ma trionfanti arrivi a Villa San Giovanni, mio padre che scende dalla Prinz e dà calcetti affettuosi alle ruote dell’auto, come a ringraziarla di averci portato ancora una volta a destinazione) e un corteo nuziale che vi descrivo perché non avrei fatto a tempo a scattare: metri e metri di tulle rosso che sventola contro il cielo turchino, la macchina degli sposi in testa, a seguire un camioncino scassatissimo con a bordo una piccola banda di musicanti che più che suonare fanno un festoso fracasso. Mi fermo a riprendere fiato anche se la strada è in discesa, passo il trolley nell’altra mano, penso al mio matrimonio sul ponte delle Magnolie al Bayou St. John di New Orleans. Provo a sostituire un groove con un altro, ma non ci riesco, ci vorrebbe una bacchetta magica, un deus ex-machina… o un pulmino di gentlemen turchi in divisa. Un grazie di cuore alla Guardia costiera turca – teşekkür ederim! Senza di loro il mio arrivo a Chios avrebbe perso un po’ di magia.

 

♥   ♥   ♥

 

“Aveva acconsentito ad andar via, a lasciare la sua casa. Era stata una cosa saggia? Aveva cercato di soppesare tutti i lati della questione. A casa sua ad ogni modo aveva un tetto e cibo; aveva intorno tutto ciò che conosceva da tutta la vita. Naturalmente doveva lavorare duro, sia a casa che al lavoro. Cosa avrebbero detto di lei al negozio quando avrebbero scoperto che era scappata via con un ragazzo? Avrebbero detto che era una cretina, forse.”

Ai tempi di Joyce lasciare l’isola, to leave Ireland, a safe home e andare a Ovest, verso il luogo di non rinascita era peccato grave, sfida con l’Altissimo, sfida alla patria, una sfida al mondo.
Per questo Eveline non ce la fa, e dalla sua incapacità nasce una delle più intense pagine che il Novecento avrebbe dato alla letteratura e il suo autore alla scienza.

“(…) Si sentiva le guance pallide e fredde e in mezzo alla confusione mentale, pregò Dio di direzionarla, di mostrarle quale era il suo dovere. La nave soffiò un lungo triste fischio nella nebbia. Se fosse andata l’indomani sarebbe stata in mare con Frank, diretta a Buenos Aires. Il loro posto era stato prenotato. Si poteva tirare indietro dopo tutto quello che lui aveva fatto per lei? La confusione mentale le fece venire la nausea nel corpo ed ella continuava a muovere le labbra in silenziosa, fervente preghiera.
Una campana suonò sul suo cuore. Sentì che lui le afferrava la mano:
“Vieni”.
Tutti i mari del mondo inondarono il cuore. Lui la stava spingendo verso di loro: l’avrebbe annegata. Si aggrappò con entrambe le mani alla ringhiera.
“Vieni”.
No! No! No! Era impossibile. Le sue mani si aggrapparono freneticamente al ferro. In mezzo ai mari mandò un grido di angoscia.
“Eveline! Evvy!”
Lui si spinse oltre la barriera e le gridò di seguirlo. Gli fu urlato di andare avanti ma lui la chiamava ancora. Ella pose il suo viso pallido su di lui, passivo, come un animale inerme. I suoi occhi non gli davano segno di amore o di addio o di riconoscimento.

(J. Joyce, The Dubliners, Traduzione di Corinzia Monforte.).

 

 

 

 

E lei è una giovanissima passeggera che tornava in vacanza all’isola natia

 

 

 

Si viaggia per raccontare

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Izmir, settembre 2013

Per la prima volta dopo mesi mi sveglio (ormai prevedibilmente) all’alba, ma non sono agitata, non mi batte il cuore all’impazzata, non mi canta lo stomaco, cantano dal minareto sulla collinetta vicina. Esatto, quella sopra è la vista dalla mia finestra; sotto c’è la mia stanza, con colazione Continental (da quale sponda del Bosforo non mi è chiaro) ma non ci lamentiamo, l’AC non manca: il tutto per 20 € a notte.

Sto un po’ in ascolto poi mi riaddormento. Con buona pace di Allah e alla faccia di Pan.

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Nel film The Way Back un gruppo di prigionieri riesce a scappare da un gulag in Siberia e a guadagnare la libertà percorrendo più di sei mila chilometri a piedi attraverso Russia, Mongolia, deserto dei Gobi, poi Cina, Tibet, Himalaya per arrivare fino in India. Niente a confronto con l’apostolo Paolo che per diffondere la parola di Cristo ne ha percorsi quasi ventimila! Il suo viaggio è stato spettacolare, attraversando Arabia, Turchia e Grecia. Si viaggia per scappare, si viaggia per trovare e ritrovare, si viaggia per scoprire e imparare. E si viaggia per raccontare.

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Un giorno, mentre la rana Kup Manduk era nel suo piccolo pozzo dove era vissuta tutta la vita, salta una rana che dice di venire dall’Oceano. “L’oceano? E cos’è?” chiede Kup Manduk, la rana del pozzo.
“Un posto grande, grandissimo”, dice la nuova arrivata.
“Grande come?”
“Molto, molto grande.”
Kup Manduk traccia con la zampa un piccolo cerchio sulla superficie dell’acqua:
“grande così?”
“No. Molto più grande.”
Kup Manduk traccia un cerchio più largo.
“Grande così?”
“No. Più grande.”
Kup Manduk allora fa un cerchio grande quanto tutto il pozzo che è il mondo da lei conosciuto.
“Così?”
“No. Molto, molto più grande”, dice la rana venuta dall’oceano.
“Bugiarda!” urla Kup Manduk, la rana del pozzo, all’altra. E non le parla più.

(Tratto dal libro di Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra, Longanesi).