Compagni di viaggio

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L’affascinante signora vietnamita con cui dividevo il tavolino (in VN sono come quelli dell’asilo) sui marciapiedi del centro storico di Hanoi. Non si parlava ma comunicavamo a gesti, cosa per me molto utile. Mi ha insegnato a disinfettare le bacchette prima di ogni pasto. E comunque avevo fatto 5 – no, dico 5! – vaccini: epatite a,b, tifo, colera, e tetano. No, per dire…

 

***

Invece una delle compagne di viaggio più significative (ma dovete accontentarvi della descrizione a parole) l’ho conosciuta per caso anni fa su un volo Pisa-New York che aveva due ore di ritardo, si chiamava Lorna e era di Cincinnati. L’avevo incrociata alle toilette del Galileo Galilei. Avevo dimenticato il dentifricio e lei me ne ha prestato un po’.

La descrizione seguente è per gli studenti di grado intermedio.

Tradurre:

Originaria del Kentucky ma cresciuta nell’Ohio, la bella cinquantenne si è laureata alla Tulane University con un Master in Scienze della Comunicazione perfezionato a Baton Rouge, dove ha conosciuto il primo marito con cui si è trasferita a Vancouver per poi ridiscendere in California con il secondo. Il quale, carriera da diplomatico, se l’è trascinata in Europa dove ha vissuto sei anni. Rupert, last but not least, la aspettava a Reno per convolare a nuove nozze.

And what about you, darling? Do you have a Porschia in Carrera?

Tre americani su cinque, se gli dici che sei from the city of white marble, ti fanno quella domanda lì. Ma Lorna era molto simpatica, a parte questo, e gliel’ho perdonata. In cambio della sua gentilezza l’ho immortalata nei miei Consolidation Test, sulle Introductions. Le presentazioni. E poi siccome insisteva, per sdebitarmi del dentifricio, le ho offerto un po’ della mia focaccia apuana, e si è rivelata un’ascoltatrice coi fiocchi, vera travelling companion, degna dell’etimologia originaria. Fra un boccone e l’altro le ho raccontato perché ho venduto la casetta di Marina. Del mio giardino fiorito: troppo impegnativo. Della cucina: troppo piccola, senza tavolo per gli ospiti. E via di ‘sto passo, Story of my life!
Of course, darling, of course!

 

 

Simpatico compagno di viaggio indiano conosciuto sul Glacier Express che non aveva mai visto la neve (!), son passati 9 anni anni da allora, i selfie non esistevano ci siamo scambiati un bel po’ di scatti (e impressioni di viaggio).

 

Bella modella turca che ha posato per me sul traghetto da Cesme a Chios.

Lei non ha bisogno di presentazioni. Ed è la mia compagna di viaggio preferita: la sola che mi sopporta.

 

 

(Passeggero a Roma Termini)

(Clandestino a bordo)

(Finalmente a casa!)

 

   

(Chef dal mondo)

(Chef di Trenitalia)

(Pescatori turchi di Selchuk che facevano i saldi)

 

(Fruttivendolo latin lover)

Io e mammà: colazione in campagna abruzzese!

Io e Fiorenza : merenda sul bus per la Palestina

Compagno/a viene dal latino “cum panem” colui o colei con cui si divide il pane (o i fichi) oltre ad un percorso e a una destinazione.

Scolaresca in gita a Abianet, sulle colline iraniane

Due studentesse in vacanza-studio con me a Boston

Il gentleman con cui ho voluto attraversare (poi tagliare inutilmente) il ponte. Chi volesse scoprire di più può cliccare e sbirciare qui.
(Già, io sempre a sbandierare  ..azzi miei ai quattro venti).

 

***

 

My very special Greek friend; host and guest! Degnissimo rappresentante dell’etimo di ospite.

Jackie & Jean-Claude: esperti on the road con cui ho condiviso pane, pesce e olio greco!

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[La lista è in aggiornamento]

 

 

Carichi pedenti

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Di getto mi è venuto in mente mio zio e il carico di lastre precipitategli dal rimorchio del TIR un pomeriggio in curva di tanti anni fa, che segnò l’inizio della sua fine.  E della sua disgraziata famiglia. Ma il 27 agosto scorso di là dal “filo” c’era una segretaria che mi faceva un elenco dell’occorrente da presentare per poter procedere alla mia nomina (di insegnante “a vita”) , fra cui il documento che certifichi che ho la coscienza a posto.

Ce l’ha, signora??
Ce l’avrò, prometto: ce l’avrò!

Frammenti di zona cieca

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La zona cieca è vedere le coppiette farsi l’aperitivo al tramonto, immaginare il loro dopocena o prima o durante (!) Tipo prima mentre scendevo dal Capo Bianco senza stanza (e senza omo), ho visto una donna che tornava in casa sotto un pergolo bellissimo e ad accoglierla c’era lui che le fa, ciao amo’!
E lei, ciao tesoro…
E quel che è peggio – si fa per dire – avranno avuto 60 anni e si sono dati un bacio (sotto il bel pergolo).

La zona cieca sono anche le coppie che prima dell’imbarco o sbarco si bombardano di selfie. Quando arrivi e non c’è nessuno per te sulla banchina, barra binario, barra gate, barra marciapiede e un tempo ti sentivi figa, ora ti senti misera.
E’ ascoltare il valzer no 2 di Shostakovich tornando a casa tardi la sera (e il gatto chissà dov’è e chissà chi ha rimediato, lui…).
La zona cieca sono i ricordi che non si obliterano mai, restano sempre belli attivi e pronti alla riattivazione, sotto forma di sapori o di odori, ecco il sapore dell acqua quando ti entra nel naso, ecco il rumore della tagliaerba, ecco quello delle patelle di mare, ecco un gesto inconsulto scappato per caso.
La zona cieca è l’asfalto bagnato e di corsa la sera d’inverno dopo il lavoro.
La zona cieca è doversi sempre portare, e sempre doversi prendere cura di sé: di eventuali ritardi, cancellazioni, smarrimenti, perdite… perdite. Ecco un sostantivo che abbonda! Ah, tutto è perduto.

Mal di mare

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Molo di Ponente, M. di Carrara (noi apuani siamo avanti)

 

Allora dov’eravamo rimasti?

Ah, sì, che mi dovevo imbarcare per Capraia all’indomani di un ennesimo scazzo col narci-fidanzato (sì, sì, narci, no arci), dopo una notte insonne di lampi e di tuoni senza mamma Franca a tenermi compagnia e a consolarmi che ai mali della vita c’è sempre un cacciucchino come rimedio infallibile.
Dè…
Livorno di prima mattina di Ferragosto dopo una spiovuta è particolarmente affascinante, fresca e lucida, e quando arrivo proprio davanti all’acqua mi devo fermare non tanto per riprendere fiato, come dice la De Sio, quanto perché l’ufficiale mi blocca e dice che devo aspettare ancora qualche minuto.
Sono la prima.
Yeah…

Ho staccato il telefono già da un’ora per questo gioco imbecille che faccio un giorno sì e due no col narci-fidanzato, di modo che dopo un suo più o meno breve periodo di inattività, gli mando un input per dire, ehi, guarda che poi stacco la spina! Lui a questo punto si ripiglia di scatto e dà di matto, e sembra che non può vivere senza di me e quelle balle là che si dicono gli innamorati, solo che con un narcisista patologico di 56 anni, cosa ti vuoi innamorare?
Viene in mente lo stand-by del computer o dei dispositivi in genere quando devi settare i minuti di “inattività” oltre i quali si ibernano fino a quando tu non schiacci un qualunque tasto di emergenza, ed ecco che danno uno tremone, poi bzzzz-zzzz! e ripartono come l’omino con la pila Duracell… fino al prossimo arresto.
Nota: Ibernazione – hybernation, non so se anche in italiano si dice così, ma è una parola azzeccatissima per i tipi come lui che non sono in grado di far salire il termometro della propria emotività oltre i quattro barra cinque gradi Celsius. La sua inattività fa rima con incapacità. Quindi arrivi tu – cioè  io – che l’Etna a me mi fa un baffo, e cominci a eruttare lava, nella fattispecie, progetti, programmi, sogni, viaggi, escursioni, trasferimento in casa nuova, vita nuova, amici nuovi, nuovo guardaroba, nuove ricette, Ti preparo un cacciucchino amore? Invitiamo mammina a cenina? Si compra una barchina a vela a società e poi si salpa per i mari del sud come quel famoso marinaio solitario, com’è che si chiamava?

No, non l’affascinante serfista qui di fianco, di lui vi parlerò nel prossimo articolo, perché era un grande, uno di quelli che ti chiedi, ma dove si rintanano quelli così? Possibile non esista una google map che aiuti a raggiungere certi target, e ci si ritrova sempre con degli elementi, che… vabbé, continuiamo sennò perdo il filo.

 

 

Arrivata sulla Liburna il tempo di uscire dal porto e mi addormento con una nausea insopportabile che so, arriva sempre quando scrivo sull’elemento liquido. Ma avevo talmente tante cose da vomitare che ci è mancato poco… Nausea per tutto e per tutti. Poi ho freddo. Poi arriva il pianto. Lo accetto, lo accolgo, mi rilasso, mi riaddormento, mi svegliano i bambini. I miei kids. Un gruppetto di scalmanati stanno giocando e urlando e grazie al loro vociare mi desto da un sogno dove nuotavo fra le due prue di un catamarano assieme a squali travestiti da delfini.
A buon lettor poche parole.

Mancanza

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Ferragosto, ore 3:48.
Mi sveglio, lampi e tuoni, la stanza ancora buia, Livorno un’orchestra di grondaie amplificate che duettano con il fracasso di imposte che sbattono, e a cui fanno da controcanto i pensieri martellanti che ci sarà mare mosso, la Liburna non partirà (e se partirà chissà se arriverà), il narci- fidanzato bloccato a Capo Corso, il Provveditorato avrà perso il mio punteggio …
Nervosa io?
Dè…
Nelle televendite di Mamma Franca la cosa che mi rilassava era il modo placido in cui madre e figlio si interrompevano a vicenda, parlandosi addosso ma senza scomporre mai: lui la sua postura, lei il suo panettone sulla testa. E questo omaggio del cacciucchino che mi riportava agli orizzonti vasti e assolati del livornese senza montagne a ostacolare il tragitto della mente, solo mare: Calafuria, il Romito, l’opera viva e l’opera morta, mio padre che sfrecciava lungo la Collesalvetti, destinazione Villa S.G., i sorpassi azzardati, il mio sonno fiducioso sul sedile posteriore, poi la maturità, la presa di coscienza, la fine dell’innocenza. Mamma Franca dove sei? Finiti da un bel pezzo i miei vent’anni, spariti, polverizzati, ma non l’insonnia, quella a tratti torna. Mi alzo, chiudo le imposte, guardo il cellulare, mancano due ore al suono della sveglia, tre all’imbarco, AccuWeather.com dava sole su Livorno e Capraia, com’è che fuori si sta scatenando un finimondo e io sempre senza ombrello, Scusa, potresti mica …?
Ah, non credo…

La mancanza

scopre la nostra vulnerabilità, acuisce i sensi, amplifica i bisogni, stimola l’attenzione nell’acquisire ed affinare gli strumenti che ci consentono di raggiungere un obbiettivo. Un traguardo. La mancanza ci distingue, sottolinea la nostra unicità. Hey kids, today I am taking you to Leghorn. Anzi, no: vi porto in Africa.

La commissione della prova orale del concorso per la scuola primaria era formata da cinque donne più un eunuco. Le donne, come spesso in queste circostanze, acidule e appassite. L’eunuco si limitava a richiamare le mie colleghe all’ordine e a trascrivere dati e informazioni con una faccia che si teneva su per miracolo. Io scodinzolante come sempre, fiducia smisurata verso chi mi ascolterà, e che punto a stupire: guardate, signore e signori, di cosa sono capace.

“La prova orale sarà finalizzata alla preparazione sulle discipline, nonché la relativa capacità di progettazione didattica efficace, anche con riferimento alle Tecnologia di Informazione e Comunicazione.”

La mia didattica si basa sul fare e sull’andare. Una lezione equivale a un viaggio, e a destinazione ce li vorrei portare tutti, i miei kids. Il problema è il mezzo, e come detto in precedenza, se viaggi con una utilitaria nuova e prestante arrivi dove vuoi; se ti tocca elemosinare passaggi in giro perché sei sempre in panne, scendere e salire da mezzi di locomozione altrui, il viaggio diventa un’odissea e il traguardo si sbriciola all’orizzonte. Coi passeggeri devi vedertela tu.
Chi ha sentito parlare di Nelson Mandela, kids? Uno splendido Morgan Freeman in un film che poco mi aveva convinta aveva offerto lo spunto per capire cosa viene a mancare se non c’è libertà. Hey kids, do you know?

Si impara per imitazione o differenziazione, ma anche la mancanza può essere un buon alleato.

E Nelson Rolihlahla Mandela ne sapeva qualcosa.
Il suo vero nome, Rolihlahla, significava attaccabrighe, he was a great leader and a troublemaker, kids, la sua maestra gli aveva detto, questo nome non va bene, dobbiamo aggiungerne un altro: ti chiamerai come un grande capitano, ti chiamerai Nelson.
Pronti ad atterrare a Londra, kids? Invertiamo la rotta!

Ciò che voleva essere una commemorazione in linea con indicazioni ministeriali, notifiche e richiami di ogni tipo, per i miei second graders si era trasformato in un vero e proprio EAS: un episodio di apprendimento situato. Ma che noi chiamiamo viaggi: voli. Come quando il comandante dice ai passeggeri (un po’ rumorosi e vagamente indisciplinati) … and now, sit back, relax and enjoy the flight.
Le cinque esaminatrici acidule e appassite non sembravano tanto rilassate (un conto è parlare di  l i b e r t à  a bambini di 7 anni, altro è dispiegarne le ali davanti a chi l’apprezza solo nei film in tivvù.
L’Ammiraglio Nelson era servito per ammirare una splendida piazza di Londra e per gasarsi di fronte alla forza di un nome più nutriente del latte materno e di mille ideologie, specie quando si combatte ad arm(i) impari. E Mandela questo lo sapeva, come il valoroso ammiraglio da cui aveva preso nome e coraggio, e che era riuscito a vincere con un braccio e un occhio soli.

 

How many arms, kids? How many eyes? Se qualcosa ti viene a mancare, il suo ricordo sarà più cocente e duraturo.

E se un ammiraglio con solo arm può escogitare una strategia vincente per combattere contro il nemico, di sicuro la sua storia sarà un mezzo didattico per imparare la lingua usandola e scoprendola, che è quanto di più utile e nobile con la lingua si possa fare.

Sì ma… ha chiesto una delle voci acidule, che cosa sta effettivamente alla base della didattica 2.0 ?

Il traguardo.
Che non basta.
Non basta far imboccare a tutti la via per il traguardo.
Insegnare oggi significa spiegare come manovrare il mezzo a disposizione, come decifrarne il complicato libretto delle istruzioni. Di modo che tutti riescano a leggere la mappa e arrivare alla meta.

Livorno, ore 7:40
Non ci sono messaggi del narci-fidanzato, la mia host dorme tranquilla, il cielo di Livorno si è schiarito, la mia meta senza accento mi aspetta.

Non importa quanto sia stretta la porta, quanto piena di castighi la vita. Io sono padrone del mio destino, io sono il capitano della mia anima*.

Ultimo balzo e sono fuori e mentre mi dico che il non-sonno fa male, il non-amore fa male, il non-tempo fa male, ringrazio Mandela e il suo mantra.
Viva gli attaccabrighe! Viva la libertà!

*Citaz. del poeta inglese Ernest Henley


 

Leghorn

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Tutti, Ma perché Livorno?…

Livorno nella mia memoria si lega principalmente a due personaggi: due livornesi, che magari qualcuno se li ricorda, sul web circolano ancora: lei vecchia, tracagnotta, bionda finta, un panettone in testa, truccatissima, rincalcata dietro una scrivania che le spuntavano le braccia corte con attaccate le mani inanellate; il figliolo a fianco, una specie di … dé, non saprei dire.
Televendevano  pellicce con cacciucchino in omaggio.
E mi ricordo erano gli anni Ottanta e io non dormivo. Per tipo nove mesi a un certo punto della mia vita, nei primi anni Ottanta, niente, non c ‘era verso di dormire di notte. E per non pensare troppo guardavo quantità smisurate di tivvù e dentro ci trovavo loro: Roberta Pelliccerie, mamma e figliolo.

Nei prossimi giorni, invece, mesi, anni a venire io dormirò. Finalmente tranquilla e serena. E mi riapproprierò del mio tempo. Sentito, Gad Lerner? Tu che mai hai risposto alla mia lettera aperta? O tu che dici di occuparti delle anime rimaste indietro?

Io da ora in poi mi ritroverò!
E Livorno mi restituirà il sonno perduto.
Il perché (i miei students traducano) sta nelle seguenti frasi ipotetiche di vario grado:

  1. Se mi viene l’influenza, potrò restare a casa e guarire con calma;
  2. se avrò bisogno di un permesso, me lo daranno senza troppe storie;
  3. metti che a un certo punto mi serve un anno sabbatico per:
    a) completare un paio di opere di cui i miei futuri students beneficerebbero;
    b) visitare quella mezza dozzina di paesi di cui beneficerei io (e gli students di conseguenza);
    c) laurearmi in Storia dello sfruttamento del corpo docente nell’Era della Post Globalization.

Se… se…
Di questi e di altri se è pieno il mio futuro!

Capito, ragazzi?
Bella rilassata e contenta, grazie al motivo per cui sono qui – la mia bella cattedra. Il mio nuovo contratto a tempo in-de-ter-mi-na-to!

Passando invece al futuro CERTO, quello che in inglese lo puoi esprimere come ti pare, la sostanza non cambia, e la sostanza è:

Avrò le ferie pagate! la tredicesima, forse anche la quattordicesima (mi informo poi vi dico).
Ed infine, se aumentano l’IVA … chissenefrega!

Buon Ferragosto a tutti!

Risolversi prima di partire

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Prima ci si risolve, quindi si parte. O si rischia solo un viaggio a ritroso.

Montecatini 8 agosto 2016 pomeriggio

(Pensiero del giorno : le nuove mete si misurano in pace mentale – non in chilometri)

La primavera scorsa, a Carrara, a un convegno sulla scuola che mi pareva una cosa interessante (mentre si è rivelata una cacata), ho rivisto una amica di vecchia data, una signora molto solista e assolata che oggi ricopre una carica politica importante in città, una che intellettualmente sa il fatto suo, a differenza di me che spesso starnazzo. E questa amica, che un tempo lo era molto, e che mi dispiace davvero di avere perso di vista, quando mesi fa ci siamo ritrovate nella pausa caffè dello shitty convegno, è stata un po’ ad ascoltare qualche mio chilometricissimo assolo, quindi mi ha guardata e ha fatto,
Sì, ma sei  r i s o l t a ?
Mm…
Io che viaggio in solitaria non è da ieri, solo che fino all’anno scorso a ogni tappa mi connettevo con i fantasmi del mio passato.
Log-in … nome utente, pw… non riesci a entrare? Perché non sei risolta. Devi registrarti.
Devi dare le tue credenziali di donna libera e autonoma.
Uno dei miei aspetti peggiori, che mi causa non pochi fastidi, è che non mi capacito di credere che si possa smettere di amarmi. You mean, to actually s t o p LOVING MEE? Amico, ma come ti salta in mente?

Quindi non leggo i cartelli, insisto e mi ridisegno la mia mental map personale, mi va in tilt il GPS: Per le recrudescenze svoltare a sinistra, fare una bella inversione a U e riprendere il cammino a ritroso. Ora, torna pure sui tuoi passi, e dopo aver concluso una storia che non ti portava da nessuna parte (o forse sì, ar manicomio), al prossimo bivio, prendi a sinistra, a OVEST, e reimbocca la via del mare … esatto, quella naufragata una decina di volte e conclusasi da anni CINQUE. (Minchia, cinqu’anni! Ci fosse il Tenente La Rosa di Mediterraneo, mi prenderebbe troppo per il culo!). Attraversa pure l’Oceano Atlantico, e … fuochino, fuochino… ci sei quasi… ritorna da colui che, come si permette a non amarti più? Hey, mi senti? May Day! May Day! Target raggiunto.

 

§ § §

Non so se avete presente la Baia del Tonchino…  No, non quella di fianco sopra, quella è la Baia di Hudson, con l’Airbus che ci si ammarò nel gennaio 2009, volo US Airways 1549 partito da New York-La Guardia e diretto a Charlotte, e ridisceso sei minuti dopo il decollo, a causa di un impatto con uccelli che danneggiò entrambi i motori dell’Airbus A320. L’incidente non provocò vittime. Tutti i 150 passeggeri e i cinque membri dell’equipaggio uscirono dall’aereo sistemandosi sulle ali e sugli scivoli galleggianti e furono tratti in salvo nel giro di pochi minuti da alcuni battelli avvicinatisi all’aeromobile. Io sarei decollata di lì a breve verso il mio sventurato e recidivo destino, fidandomi delle dichiarazioni politically correct di losaluichì. No, nel Golfo del Tonchino, nell’agosto del 1964, ci fu un altro incidente, innescatosi in maniera molto ma MOLTO simile al conflitto del mio matrimonio, ecco, la Baia è qua sotto, mia la foto, of course, come pure i piedi, che mi ci hanno portata d’ a s s o l i.

Niente male no?

Ne approfitto per sfoggiare qualche foto di una delle mie mete preferite, raggiunta malgrado i pronostici – e una partenza affatto propizia – senza riportare danni…

Queste più o meno le parole del presidente Johnson ai membri del Congresso quando nell’agosto del 1964 si vantò di aver sventato l’attacco di navi nordvietnamite e annunciava loro e poi al mondo il casus belli che lo obbligava a bombardare. E io pure qualche danno lo avrei riportato nei mesi a seguire il mio assolo vietnamita, perché malgrado le innumerevoli miglia percorse (e parole spese a raccontare e a contarmela), non ero affatto r i s o l t a. Però la splendida crociera nella baia di Along, leggermente naufragata, ve la racconto domani perché i veceti stanno sfilando, e dall’accettazione delle Terme Redi finalmente annunciano il turno dei fanghi delle 10:30.
Sorry, devo andare.

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Benevolenza universale

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Tolti i panni della teacher, della madre e della figlia (e il guardaroba si conclude qui), recupero quelli di troublemaker, e come Paperinik che da bimba era il mio super eroe, eccomi pronta a sferrare il primo attacco solista alla roccaforte dei veceti più posh d’Italia! Montecatini arrivo!!!

In questa seconda parte dell’anno la parola d’ordine è Benevolenza universale: per tutte le creature senzienti. Così dovrebbe agire chi pratica il bene e conosce il sentiero della pace: essere abile e retto, schietto nel parlare, gentile e umile, dalla vita frugale, non gravato da impegni, sereno, soddisfatto con poco, per approfondimenti si rimanda a Metta sutta: discorso del Buddha sulla benevolenza universale. Su google immagini è saltato fuori Gesù, sorridente moro e con la barba, in mezzo ai bambini misti di Helsinky e di Addis Abeba  (son buoni tutti a essere benevolenti coi kids) di un sito che si chiama PAPABOYS – missionari di parabole antiche e sempre nuove – ENTRA NELL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE! Campagna tesseramento 2015-2016. Per la per la benevolenza buddhista invece scende in campo il Buddha preso di profilo con in mano un fior di loto, che vi posso solo descrivere perché questo sito ormai non regge più, e non carica le foto come si deve, è più vecio dei veceti di Montecatini che mi appresto ad andare a (farvi) conoscere.

Carrara, 8 agosto (As)solo no 1:

Ogni volta che mi metto in viaggio faccio finta che sono tranquilla in realtà mi caco sotto, di meno in aereo o in treno, in macchina ancora mi perdo. Si veda memorabile articolo di tre anni fa, In viaggio col Dio Pan. Poi, prima di partire, mentre aspettavo l’odontoiatra traditore, mi son letta un articolo su Phelps e i suoi wonderful achievements, ma non è questo. E non è nemmeno che adoro il nuoto e tutta la categoria. E’ che su Libero hanno postato uno scatto che ritrae la sua signora con in braccio il figlioletto che si guardano il campione mentre sul tabellone gigante appaiono i suoi records. Guardami! Mamma, mi guardi? Lui che esce dalla vasca e va verso di loro e si congiungono in un imbattibile trio amoroso. Se c’è una cosa che fa crescere bene i bambini è lo sgurado di chi li guarda mentre eseguono le loro performance. Guardami. Amore, guardami, guarda, eh? Che se mi guardi mi riesce meglio.

 

Adesempio (lo so che si scrive staccato, ma come ripeto ‘sto programma fa piuttosto cacare e non c’è verso che me lo spezzi), dicevo ad – esempio,  non ho mai capito la differenza fra la Firenze Mare e la Firenze quell’altra. Così quando arrivo a Viareggio mi faccio sempre riconoscere perché sono colta da una certa indecisione. Peggio quando la A11 bypassa Lucca e diventa un serpentome e io che ne sapevo, e mi sono ritrovata intrappolata fra il TIR che rifornisce i benzinai e uno stronzo merdoso dietro che mi suonava, cazzo suoni? Non lo vedi che faccio finta? Faccio finta che so chi sono e dove vado e cosa voglio ma in realtà non ne ho idea e non ci penso proprio a accelerare che poi il Pandino mi va via, mi è già successo, non lo vedi? Non ci arrivi? Faresti bene sì ma a mettere le quattro frecce e a segnalarmi di uscire al prossimo autogrill dove faresti cosa gradita et benevolentem nell’offrirmi una tisana, che magari sei pure single o all’uscita di una lunga e dolorosa elaborazione di un lutto o separazione, hai visto mai?

Mentre è bello quando qualcuno si preoccupa per te. Cià ragione Vasco. 

Fuck you.

Che da qua io non mi muovo e finché il serpentone non si è srotolato e si è rifatto dritto io sulla corsia di destra non ci torno. Ciai voglia di suonare.

Gli anche fatto il dito, dopo dalla tensione che avevo accumulato sono scoppiata a ridere.

E poi a piangere.

Perché ho proprio avvertito forte e chiara, nitidissima, la sensazione che in quell’istante, se anche il tir mi stritolava non c’èra un cane che mi mandava good vibes, che si preoccupava per me.

E questo è quanto.

Benevolenza a tutti.

*****

H. 17 accettazione e visita h. 18 .00 fango 9, 10, 11 agosto fanghi ore 10:30 DOVE? Mentre la signora delle reception dice io annoto sul lap top, così oi ritrovo il tutto. Terme Redi v.le bicchierai 62 Uscita autostrada – cavalcavia, a sx stazione, prendo rotonda non la prima né la seconda. Ho stanmpato gli appunti e li ho appiccicati sopra il cruscotto affianco al reminder di pagare il bollo, ricordati di pagare il bollo. Con la stazione alla mia sx vado drittta per v.le matteotti, in fondo unico semaforo, prendo a dx, 10 30 8,30 Persa. Scusi… sa dirmi…? Poi ho perso il cellulare, nel senso: si era incastrato sotto il sedile e non riuscivo a scovarlo, fermo il primo veceto e chiedo, ‘xcuse me… potrebbe mica? No, mi fa. Proprio così, secco secco. Che lui la telefonata non me la fa fare. Ma solo due squilli che lo sento e riaggancia subito. No. Secco secco secco. E l’ho mandato benevolmente a cagare. La toscanissima signora very posh non ci avev’iccellulare, pace e benevolenza anche a lei, poi son passati dei senegalesi – intuisco – e indovina se mi hanno fatto il favore… grazie fratello, di niente sorella.

*****

Il mio maestro Taehye sunim, lui sì è benevolente, anche se a volte le spara grosse, tipo quando ha detto che San Francesco era un isterico, ma io sono stata benevolente e l’ho troncata lì. E’ a lui che devo quel briciolino di benevolenza che ho aqcuisito.

Un altro esempio di benevolenza è questo che ho trovato sul diario di una amica su fb giorni fa e che dice così:

Lascia andare quello che vuole andare,
lascia venire quello che vuole venire.
Tu rimani con ciò che rimane.
(Nisargadatta Maharaj)

Quel “ciò che rimane” è quanto mi appresto ad appurare nei miei prossimi as-soli.

Take the long way home

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Una question ricorrente da questi parti è, E ora come ci arrivo a casa?
Ma mentre in patria comincio a preoccuparmi ore, giorni, settimane (!) prima dell’evento in questione: informandomi, telefonando, prenotando; qui la preoccupazione è del tutto irrilevante. Suppongo che ciò dipenda dal mio essere ospite temporanea e turista, di certo se vivessi qui, imparerei a fare mie le abitudini locali, che prevedono appunto di non preoccuparsi per niente e l’adozione di un misto di andate e ritorni basati su passaggi semi-pagati, scroccati, pretesi (di cui sempre però va implorata la benedizione del Buddha.). La mia parentesi ‘restitutiva’ nel Phố Cổ si è conclusa ahimè, il Van Phu Victoria aspetta con ansia il mio rientro alla base, anche perché la piccola alleata della North Carolina ha battuto in ritirata dopo sole 48 ore, devono essere state le code per cena, non chiedetemi di quale pesce. Una specialità della Twa. Io andavo di fretta, e ho detto “passo!” La poveretta non so.

Dovete capire che ìn America l’animale intero non usa. Non va bene.
Non va?
No che non va. Difficile trovare un pollo o altro animale intero con tutte le sue bodyparts al proprio posto in America (i tacchini del ringraziamento sono ben camuffati e assomigliano a sacchi a pelo congelati), tranne che nei mercati e supermercati appunto asiatici. Ancora una volta lo yin e lo yang: il body di qua e le sue parts di là.
Questo pio bove con le sue bodyparts ancora intatte e al proprio posto, è un mezzo di trasporto che non ho ancora provato. Il cyclo sì. Perché mi ero persa nel labirinto di stradine del vecchio centro. Ho pure fatto le riprese allo scenario infernale che mi si dispiegava davanti agli occhi mentre il mio chauffeur si perdeva ancora di più nel labirinto del Phố Cổ. Eccolo col berretto nella foto a destra che consulta la mia cartina con dei colleghi, Ti dico che devi svoltare per di qui, sennò vai a finire nel lago, den-den! Poi l’ho filmato mentre argomentava i suoi cin-ciun-cian con delle damine che, gnam-gnam, stavano spolpandosi la loro bella rosticciana sedute suo gradini di una farmacia (sarà per questo che non hanno problemi di restituzione, stan sempre rannicchiate, chissà, potrei provare.). Mentre l’allegro trio era intento in prendi-a-sinistra-no-anzi-a-destra, il cyclo dal quale mi gustavo la scena filmando, retrocedeva, perché l’ometto non aveva messo il freno a mano, o magari non ce l’hanno. E retrocedere nel traffico del Phố Cổ di Hà Nội non è cosa auspicabile. Comunque, dopo una serie di suffragi universali, consultazioni di google map, telefonate al cognato e raccomandazioni al Buddha, sono arrivata a destinazione al Nova Hotel. All’arrivo si era anche lasciato fotografare con le sue belle gengive scintillanti da neonato in mostra, ma era buio, un pullman turistico incombeva dietro di lui, non riuscivo a mettere a fuoco, rischiava di falciarlo, ho lasciato perdere.
Ecco però, dicevo, ora a casa come ci torno?
I miei due dinamici ospiti: scordarseli! Lui, sempre o al lavoro o alla pianola; lei, presa a spremersi e massaggiarsi le tette, o è a contattare qualche volontaria canadese o malesiana esperta in home-schooling che possa aiutarla a far decollare i suoi progetti, oscuri prima di tutto a se stessa. Mi ha appena mandato un messaggio per dirmi che mi aspettano per cena. Ho risposto, Non vi preoccupate, mi arrangio da sola.
Ti lasciamo due code?
No, non datevi disturbo.
Non voglio prendere un altro taxi, perché anche se cheap, son sempre dong che se ne vanno. Cosa farebbe la Oriana in queste circostanze?
Prenderebbe il bus, certo. All’andata l’ho preso ma è stato un incubo: chi puntava sul numero 2, chi sull’1, chi insisteva fidati del 5, dopo una serie di scommesse son salita su quello sbagliato. Ci ho messo due ore e quaranta per arrivare da Massa a Carrara lungo l’Aurelia. E’ molto interessante per osservare i locali, carpirne trend e abitudini (scatarrare, sputare, indossare pigiami ‘da giorno’, dormire d’in piedi…) e stringere amicizie. I giovani adorano parlare in inglese e scoprire cose di un altro mondo. E quando dico amicizia non dico tentativo di estorcerti denaro con le lusinghe o fracassarteli, no-no. Sono simpaticissimi e discreti. And very helpful. Ho una mezza dozzina di nuovi contatti nella rubrica del telefono. E mi ritorna in mente quando da ragazzina uscivo da scuola, un liceo linguistico allora privato sito ai Ronchi di Massa, sul mare, e con le mie amiche a primavera si apriva una vera e propria caccia ai turisti. Per lo più tedeschi, che già all’epoca parlavano un discreto inglese. Chissà, quanti di loro saranno tornati a casa scrivendo note simili alle mie. Così come lo stupore che ogni tanto cerco di auto-fotografarmi mi ricorda molto quello letto sulle facce di amici o clienti americani o scandinavi che ho accompagnato su alle cave. Si coglie una lieve nota di paternalistica compassione e finta riverenza verso chi vive secondo canoni che a casa propria sono ormai da tempo archiviati e dimenticati. Nota che sfuma subito in incredulità: questi mangiano il lardo del maiale? Gli intestini? Buttano la carta della pizza per terra?! Imbrattano i loro monumenti?! Lasciano i loro cani liberi di pisciare sulle soglie di case altrui?! Et cetera… Quelli della caccia ai turisti erano gli anni in cui la leggevo, la Oriana, libro dopo libro, ero innamorata del suo modo di essere e di scrivere, e di darsi l’eyeliner.
Quando è morta, la Natalia Aspesi ha scritto, Una donna contro e in fuga da tutto. E molte volte questo viaggio mi ha fatto sentire come lei, con le dovute differenze, che una come lei non si sarebbe persa metà archivio di foto e di appunti per cattiva organizzazione. Ma, mentre cavalcavo sul Quang Trung Duòng a bordo di una dei milioni di motorette priva di specchietti laterali, e mi tenevo con discrezione alle braccia del mio ‘tassista’ che per centomila dong (eravamo partiti da centoottanta) ha acconsentito a riportarmi a casa, zaino e tutto, ho sentito di essere dove volevo essere, ho sentito di appartenere a quel luogo, a quel momento. Che era importante che fossi lì, a pensare queste cose, a imparare tutto ciò che questo viaggio mi ha insegnato. Il casco ce l’avevo ma mi saltava in continuazione, quello del mio chauffeur era di certo appartenuto al padre o allo zio in una delle offensive della campagna di Ho Chi Minh. Lo avevo immortalato insieme a un centinaio di altri scatti tirati in bilico dalla motoretta, ho veramente rischiato di cadere. Anche perché, oltre al mio cargo, sul motociclo ci abbiamo caricato: un sacco di riso piuttosto pesantuccio, una borsata di non so quali verdure, e un pacco legato con spago con dentro della biancheria. Continuo a cercarle nelle varie cartelle ma niente, sono andate perdute nel crash dell’HD, io invece sono riuscita ad arrivare a casa illesa, e ora mi aspetta il viaggio più lungo e faticoso, di ritorno alla realtà.
Will passenger Sonia Pendòlah please go to Gate D for immediate boarding.
Di certo la Oriana ci aveva un cognome più bello.

1. In Iran?! Altro posto non c’era??

Pronunciato, in ordine di apparizione, da:
Francesca, la mia simpatica igienista milanese che non ha eguali, i due teenage students del martedì (“I’m going to Iran”, al che Tommy continuava a ripetere, to-run? stupitissimo perché sa che io odio correre), il dottor L, mio ecografista (Va a cercarselo laggiù il boy-friend..?), mia madre, la di lei vicina (“Chiedile, chiedile un po’ dove va ‘sta pazza stavolta… )
“In Iran?! Dio, ma perché?!”

 Villaggio di Abianeh, bus in partenza

Forse perché continuo a falsare “certe” partenze, a sbagliare mezzi di trasporto, mete (e metà). Eppure mi sembra sempre di metterci la giusta dose di impegno e entusiasmo… E se fosse che bisogna levare, piuttosto che mettere, in amore come in viaggio?

A poche ore dalla partenza non ho ancora deciso cosa devo portare, che clima c’è, quanti i gradi, quali le restrizioni… Mi son fidata di Simah, fonte diretta più che attendibile, e ho fatto accorciare alla Maria lo spolverino, giusto al ginocchio. La mia amica iraniana dice che dopo l’ultimo presidente le donne osano e accorciano. Di certo porto l’sms di Simone, i suoi auguri che la mia rinascita si avveri una volta per tutte, e del suo piatto di lenticchie, lo stesso che è rimasto – immangiato – a Bedizzano, in una casa che credevo quasi mia. (A volte i “quasi” son più pesanti di un intero file da 100 MB). Il dottor L. ha commentato, da Las Vegas a Bedizzano?! Poi ha dichiarato sane le mie tette, concesso il suo lasciapassare ed ennesima benedizione, e mi ha fatto tanti auguri di un integro ritorno, e chissevisto s’è visto!

 

Accoglimi paese incantato dei miei sogni e film di bambina, colma un po’ del vuoto che mi porto dentro. E che mi divora le notti. Chissà se gli uomini laggiù, essendoci abituati, sanno leggere più a fondo nello sguardo di una donna…

 

 

  Kashan, il Bazaar