La dissonanza cognitiva

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*La dissonanza cognitiva è quella cosa che tu sei convinto della giustezza di un’azione, di un principio, ma ti ritrovi a eseguire ordini totalmente opposti, e quando cerchi di farlo notare, tutti ti dicono e cercano di convincere che stia facendo esattamente la cosa giusta che credi di fare! Quei tutti – va sottolineato – includono anche le persone amiche, sedicenti alleati, che ti danno sempre ragione, ma che continuano a non fare nulla per cambiare le cose. Amplificando così la dissonanza.

 

Unlock the Lesson!

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La parola “lockdown” è ormai entrata nell’uso quotidiano dell’italiano (e per forza di cose nella didattica), imponendosi sulle colleghe italiane “confinamento”, “blocco”, “chiusura”,  e beccandosi in patria pure il primato di parola dell’anno.

What’s the opposite of TO LOCK, kids?
To UNLOCK, teach !

Bene, quindi domenica unlock the lesson!Lezione en plein air – un francesismo, ogni tanto non guasta! – per contrastare le inevitabili ripercussioni sulla didattica, unlock the lesson, liberiamo la lezione, non tanto dal (cattivo) inglese quanto dalle nefaste onde elettromagnetiche.
W il parco della Padula!

Alfabetizzazione ad adulti stranieri: in presenza? a distanza? digitale? Purché sia autentica.

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Nel 2010, al rientro a Las Vegas da un mio viaggio in Ecuador, incantata dalla bellezza dello spagnolo, con cui da autodidatta ero riuscita a farmi capire dagli andini, decisi di iscrivermi a un corso di spagnolo alla UNLV, per approfondirne la conoscenza. Il mio teacher honduregno, Senor Luis, mi incantò ancora di più perché per introdurre uno dei verbi ostici dello spagnolo, invece di soffocarci di fotocopie, declinazioni, spiegazioni e bla-bla-bla, ci fece guardare e ascoltare alla LIM la Penelope Cruz che cantava Volver, jo vuelvo, tu vuelves, ela vuelve, nosotros volvemos…

Il mio corso di spagnolo alla UNLV comprendeva 200 ore circa, costando poco più di quanto pagano i miei studenti di italiano di livello B1.

Mi trovavo in quegli anni in pausa riflessiva dall’insegnamento, a cercare di capire da che parte andare nella vita, e dopo aver girovagato per gli splendidi deserti del far West (e per quelli meno splendidi, interiori, dei suoi abitanti), ecco che dopo anni di didattica anarchica e sovversiva, per spiegare un verbo ostico dello spagnolo, un prof dell’Honduras si metteva a usare niente meno che … il WEB !

Era il 2010, e quell’incontro mi aprì un mondo, che ancora adesso, a distanza di dieci anni, faccio fatica a far comprendere a molta della comunità scolastica con cui entro in rotta di collisione. Comunità che specie in tempo di Covid oscilla da una distopica visione all’altra della didattica (digitale, integrata, a distanza , rotelle…) soffocata da impegni inutili e vuoti che la burocrazia scolastica impone. Ai più fortunati fra noi capitano in sorte colleghi preparati e cooperativi; ai baciati dalla fortuna, dirigenti che non mettono mai la didattica in secondo – terzo, quarto … – piano; o che non calpestano il lato umano della vita. Della professione.

Era la prima volta in cui vedevo la realtà – quella vera – fra i banchi di un’aula linguistica. La figura dell’insegnante aveva cambiato veste, il brio si univa all’utilità, ma soprattutto il messaggio arrivava diretto agli interessati: li divertiva, li istruiva. Involve me and I’ll understand.

Lo diceva già Maria Montessori, e poi Don Milani – due nomi di cui ci pregiamo molto solo (!) quando si tratta di rivendicare il genio italiano, di sfoggiare un certo Made in Italy per così dire intellettuale: l’apprendimento va a buon fine quanto più si fonda su un esperire concreto e ritagliato sui bisogni e le caratteristiche dei discenti. Quest’ultimo assunto l’ho ripreso e fatto mio da uno dei tanti brillanti interventi di Tullio de Mauro, linguista compiantissimo, intellettuale di rara umanità e modernità.
Di questo sono sempre stata convinta, fin dal mio inizio come insegnante, fra i più serendipici che ci potessero essere: cercavo un matrimonio felice e invece ho trovato il lavoro più bello che c’è. Ma è stato dopo aver scelto di andare ad insegnare in un Centro di Istruzione per Adulti che questa consapevolezza è divenuta una esigenza didattica urgente.

L’approccio didattico dell’ “apprendimento autentico”, nei CPIA, si rivela particolarmente efficace con gli studenti adulti stranieri per i quali diviene mezzo privilegiato di esplorazione, discussione e costruzione di concetti e relazioni  s i g n i f i c a t i v i   applicabili a contesti che coinvolgono problemi e progetti reali.

Le tecnologie – a patto che si sappiano usare e insegnare ad usare! – in questo senso si rivelano preziose, valide alleate, strumenti atti ad appianare le disuguaglianze e la non manipolabilità del sapere che viene trasmesso. L’idea fondamentale è che gli studenti abbiano un maggiore interesse a perfezionare le proprie competenze di letto-scrittura nella lingua seconda, la quale da mero oggetto di studio a fini valutativi diviene vero e proprio mezzo comunicativo grazie al quale poter condividere il proprio pensiero, e attraverso di esso la rinegoziazione di sé, del proprio vissuto, dei propri valori.

Spesso nelle classi di Italiano per stranieri fra i discenti circola un sapere che chiede con urgenza di trovare la giusta veste per uscire, per essere condiviso e comunicato. L’aula allora non può restare un luogo di trasmissione da uno a tanti, ma fra tanti. Un atto paritario e orizzontale, non gerarchico da chi sa (ma è spesso incapace di trasmettere) a chi non sa (perché è impossibilitato a ricevere); poiché nel caso degli stranieri non si tratta (soltanto) di non sapere, ma di non saper dire. L’aula allora può diventare un luogo (virtuale, non solo fisico) diverso dove noi co-produciamo i saperi necessari.
Ma per fare questo occorre competenza, passione, e soprattutto occorre il coraggio di cambiare le cose.

 

L’ingrediente mancante (ai collegi dei docenti)

Non ho partecipato a molti collegi docenti in vita mia, sono, come dire, ancora piuttosto nuova dell’esperienza, perché insegno nella scuola pubblica da poco. Forse è per questo, mi dico, è probabile che dipenda da questo la sensazione che provo ogni volta. E la sensazione è questa: è una specie di … sedersi a tavola, ecco sì: tutti invitati (specie ora che si usa meet invite !); tutti acconciati, tutti pronti, tutti che sanno cosa serve qui e cosa serve là, passami questo e sposta quell’altro, tutti sanno nominare tutto e a tavola non manca nulla.
Ah, sì, una cosa manca. Il cibo.
Nessuno parla mai del cibo.

L’insegnamento, questo ingrediente oscuro.

Io, insegnante in prima linea: contro virus e virali nonsense

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La conoscenza è come il grano: chi ce l’ha deve spargerla ovunque!
L’ho sentito dire in una delle ultime interviste ad Andrea Camilleri, narratore sopraffino nonché esperto di problem solving, visti i numerosissimi casi risolti dal suo famoso commissario.

Il problem solving: etichetta spesso in bocca agli esperti di comunicazione. Panacea per ogni male: elemento essenziale nel CV: se vuoi farti assumere da una azienda leader di qualunque settore; se vuoi una soddisfacente vita di relazione; se vuoi educare tuo figlio al meglio per la vita devi possedere questo requisito: essere in grado di far fronte ai problemi proponendo la giusta soluzione nel più breve tempo possibile e in qualunque circostanza emergenziale. Skill, si chiamano skill, il MIUR ne parla in continuazione, ai collegi docenti si sprecano! Competenze, soft skills, come i soft drink, da bere a colazione, in barba a chi non ha ancora capito che la comunicazione oggi passa per l’inglese, lingua comunitaria senza la quale difficilmente si tiene il passo con il tachimetro del mondo.
Sento già le critiche. Il mondo deve rallentare! Il Covid – 19 viene a dirci questo! Il mondo è in mano ai colossi delle tecnologie, al signor Gates, al mostro Google. E noi gli porgiamo il fianco!
Allora che si fa? Ehi, tu, scuola che devi preparare mio figlio a vivere in questo mondo, che fai?
Continui ad andare a cavallo quando il resto del mondo va in auto? Ma certo! Soluzione ottimale. Cediamogli il passo! E sbandieriamolo su facebook, Mark Zuckerberg ne sarà contento!
Poi facciamo giocare col pongo i nostri figli, come proponeva Crepet giorni fa in un video, lui ovviamente comunicava su youtube, ma gli alunni dell’età evolutiva di cui si occupa devono usare il pongo e i cavallini di legno!

La comunicazione dovrebbe essere al centro di ogni didattica, distante, ravvicinata di primo secondo o ottavo tipo, ma una caratteristica della scuola italiana e di buona parte dei suoi attori (pedagoghi inclusi) è il problem creating o dovrei forse dire, il problem aggravating. Già, perché se c’è una cosa di cui siamo bravi nel nostro paese è piangerci addosso, o andare a Lourdes – o da Barbara D’Urso – a fare di un problema un dramma: acquisire follower, e beccarci centinaia di like.

Nel nostro “splendido ed efficiente, nonché pubblico ed eroico sistema sanitario nazionale” provate a cercare un medico”. Cu-cu…? Buona fortuna. Tutti a lamentare barriere, chiusure, problemi, divieti, decreti… tutti!
Ma ieri uno specialista fra i migliori della zona, ecografista noto per la bravura ad azzeccare diagnosi, mi ha ricevuto (super bardato dalla testa ai piedi) tranquillizzandomi sul mio stato di salute. Che di questi tempi non è cosa da poco. Prendere un appuntamento è stato semplicissimo. Da poco in pensione, svolge la sua professione privata seriamente, fornendo un servizio (dai costi ragionevolissimi) come altri colleghi. Allora ridefiniamo gli eroi, per favore. E ricordiamoci che ci sono professionisti che lavorano – malgrado gli ostacoli e le distanze, e non si lamentano.

E riformulo la domanda di poco fa: nel nostro “splendido ed efficiente sistema scolastico pubblico” cosa insegnano i docenti che si lamnetano? Come ? Quali skill hanno acquisito in questi due mesi? Quali contano di acquisire per stare al passo con l’emergenza? Le loro ricette per la crescita evolutiva dei loro ragazzi dove sono? Dove sono le loro lezioni a distanza? Di cosa sono fatte?

Diffcile dirlo.
Perché?!
Perché non si può trovare il tempo che ci vuole per costruire una lezione che sia appetibile, creativa, intuitiva, condivisibile e democraticamente fruibile a tutti quando lo si passa a litigare e a lamentarsi nelle chat, o a scrivere articoli, post, circolari – o a registrare video – per sbandierare il tutto ai quattro venti, come se così facendo si fornisse chissà quale contributo alla risoluzione del problema della didattica del momento. Problema che ovviamente resta, e si aggrava, perché di fatto chi fa delle proprie lamentele oggetto di diffusione mediatica, non può – anche volendo – trovare tempo per valutarlo, il problema; figuriamoci risolverlo. Per chattare, scrivere, inveire, commentare vignette idiote e poi postare la qualunque, ci vuole tempo. Per scrivere questo articolo ci è voluta mezza mattina. Per non parlare di eventuali interazioni con chi volesse commentarmi.
O darmi dell’arrogante e presuntuosa.
Cosa che autodichiaro da me. Così facciamo prima ed evitiamo inutili perdite di tempo.

Io mi dichiaro insegnante militante e in prima linea, orgogliosa di fare didattica a distanza, visto che altro modo oggi non c’è. Insegnante con le mani “in pasta”, lavoro di notte per costruire nel poco tempo che mi rimane (dagli impegni a cui mi costringe un sistema scolastico soffocante che i problemi li  a d o r a  invece di provare a risolverli!) a costruire a esclusivo beneficio di TUTTI i miei studenti: ricchi poveri grandi piccini esclusi inclusi disabili scontenti incazzati italiani stranieri neri bianchi beige gialli o rossi, lezioni fruibili e facilmente accessibili – ripeto : a tutti !
Perché credo profondamente a quanto ho sentito dire ad Andrea Camilleri : ora più che mai chi ha la conoscenza la deve condividere, spargere come il grano.

E chi non l’ha se la procuri in qualche modo, o la smetta di usare i problemi dell’esistenza come scudo contro la propria ignoranza e incapacità.

Lasciarsi contaminare  

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Sto vivendo un momento di totale estraniante dicotomia.

Da un lato l’insinuarsi del dubbio che il tuo prossimo ti può fregare, infettare… contaminare. E tutte queste precauzioni e questo oscillare fra il faceto e il tragico a velocità inverosimile. La sospensione delle lezioni; i blocchi aerei dagli USA; e cinema, teatri, piscine e librerie da evitare: i miei luoghi d’elezione. La Suzuki che non arriva, di sicuro bloccata a qualche frontiera, e la mia vecchia Panda che comincia ad accusare l’età, e allora me ne sto qui: nel mio piccolo angolo credo protetto di paradiso dove non vedo molta gente (non che la cosa mi rattristi, la quantità non l’ho mai privilegiata). I pini di Baratti li consulto ogni giorno e ogni giorno mi danno sempre lo stesso consiglio: lascia l’ascia. Forse hanno paura che me la prenda con loro.
Dall ‘altro…
Frenesia di un divenire in continuo fermento, che muta veloce e provoca e pretende da noi risposte adeguate, non si può ignorarne i continui richiami. Virus, virale, condividere, contaminare, diffondere e apprendere, trasmettere: incredibile quanto in comune abbia il vocabolario “infettivo” con quello scolastico. L’istruzione e la didattica in generale stanno vivendo un momento intenso ed esplosivo dove è impossibile restare a guardare e semplicemente adeguarsi. C’è bisogno di cambiare. Noi stessi.

Nel mezzo sta la scuola, che quando dico scuola non penso solo ai docenti e agli altri addetti ai lavori, penso alla scuola in quando società, a tutti noi che a scuola siamo andati e per certi versi continuiamo ad andare : chi attraverso i figli con cui torna a studiare, chi attraverso le continue sollecitazioni di apprendimento che la società ci impone. Anche i social sono scuole se vogliamo, perchè uno apre, legge, si schifa o gioisce o ride, ma è pur sempre intaccato da ciò che vede, ne è sollecitato, ne esce cambiato in qualche modo.

Qualunque relazione ci cambia, dalla più profonda alla più superficiale ed effimera.

Io sto cercando di resistere per non farmi cambiare da quanto mi circonda nella scuola che non vorrebbe che cambiassi. Sembra un gioco di parole ma cambiare a scuola a volte sembra impossibile. E da un lato devo ringraziare questa situazione di emergenza che dà  la possibilità a tutti noi di porci delle domande: quelle che io mi faccio riguardano soprattutto l’incapacità di certa gente di lasciarsi contaminare. In positivo intendo. Non posso essere troppo esplicita perché ho un blog aperto a tutti e tutti potrebbero leggere, colleghi inclusi, ufficiali e non. Ma non posso non fare a meno di scuotere la testa nel vedere tanta ignoranza e incapacità, tanta non – volontà  di cambiare. Per cosa? Per paura di lasciarsi contaminare e poi essere costretti a farsi un tampone mentale e cerebrale, e dover trovare l’antidoto che si chiama etica del lavoro. Che ti risospinge sui banchi a imparare. Che ti mostra le falle enormi di sistemi didattici logori, perché non basta propinare il proprio sapere , il quale , spesso acquisito con gran fatica, diventa quasi un cibo da imboccare per forza agli apprendenti, un po’ come facevano le mamme con i bimbi inappetenti: l’ho comprato e cucinato per te, e ora te lo mangi!

Ho ascoltato ieri a Tutta la città ne parla una docente di Roma che avrei voluto abbracciare sfidando i virus anche più letali! Riporto alcune cose che ha detto, di lei so solo che si chiama Michela e che è di Roma. In lei mi son riconosciuta immediatamente a partire dal tono accorato e lievemente incazzato, dal quale si evince che a scuola non ha vita facile.

Perché una che esordisce dicendo che “le scuole si sono fatte trovare impreparate, che tutta la scuola italiana è totalmente impreparata da un punto di vista tecnologico, dunque siccome c’è un gran parlare sul lavoro online, a distanza, eccetera, io vorrei che si sapesse che la nostra scuola non è pronta per un’emergenza del genere, e che sarebbe il caso che tutto il ministero, tutti i docenti , facessero un’opera veloce, anche tempestiva, e un appello a tutti i docenti che in queste settimane dovrebbero lavorare di più, non di meno, dovrebbero mettersi in condizione in maniera anche spontaneistica con whatsapp, con le email, con il telefono, ma non perdere il contatto con i ragazzi perché la scuola non è soltanto una trasmissione di conoscenze e di nozioni, la scuola è un collante indispensabile.”

Una così – altro che untrice! – minimo rischia la quarantena se si mette a dire queste cose a scuola. Meno male c’è la Radio!
Io ricordo il mio primo incarico di supplenza annuale a Bagnone, nel 2015, un’esperienza che porto con me nella mente e nel cuore, che mi ha insegnato tanto. Quando si è venuto a sapere che comunicavo – c o m u n i c a v o –  coi genitori degli alunni per organizzare il lavoro a casa, manca poco mi linciano. Il preside – insegnante di lingue come me!- a cui non auguro lunga vita (scolastica), mi ignorò per tutto l’anno negandosi ai miei tentativi di incontro, e alla fine redarguì e minacciò perché avevo chiesto e proposto un progetto estivo secondo modalità a lui estranee.
L’anno dopo, per aver utilizzato il whatsapp – di cui oggi il MIUR stesso comincia a mostrare l’utilità didattica – con i rappresentanti di classe, fui richiamata dalla preside, speravo in un’alleata, una donna, pensai…per poi avere l’ennesima conferma che l’ignoranza non conosce distinzioni di genere. Da allora sono vittima di una dissonanza cognitiva atroce, dove da un lato ti senti prescrivere una cosa ma poi ne devi fare un’altra. E tutto ciò passa come se fosse normale. Colleghi e collaboratori finti che ti incensano per quello che scrivi senza averlo letto (guardano le figure, leggono i titoloni, e poi come l’algoritmo del SEO stabiliscono che la tua leggibilità è  . Ti dicono che sei una risorsa, solo perché dicendolo si fanno grandi, come dire, io sì che so riconoscere le risorse! Ma se poi le tue risorse le tiri fuori veramente, allora ti bannano, ti sbarrano la strada, ti danno della presuntuosa: come ti permetti di mostrare a me ciò che non so? E così facendo sono tutti convinti di sapere facendo finta di diffondere, condividere, trasmettere, senza però mai che nessuno si lasci contaminare.