Diario didactico


Quest’anno finalmente ce l’ho fatta e vado alla fiera della scuola!
Mi sento un po’ come una bambina al suo primo grande giorno, ché in effetti, se davvero devo dirla com’è (per me), ogni inizio finora è stato un po’ una falsa partenza, e io di scuola con la S maiuscola fino ad oggi poca ne ho vista. Alunni sì e tanti : e affamatissimi. Mentre entro da Porta alle Carre penso a Camilleri e al suo grano, penso a Maria e al suo buffet.

Micaela mi ospita come sempre nella sua graziosa resede,quindi decido di non scattare una foto all interno del suo frigo (a proposito di fame) per farci un post al volo per le mie corsiste marocchine del martedì, con “i topi impiccati dentro”, ma sono già le 8 e rischio di far tardi.

Sid the Seed: per fare inglese basta un seme!

La storia di Sid the Seed fa sempre centro nei bambini perché mette in scena le loro paure e reticenze. L’impianto narrativo è semplice, alunni della materna e primaria , dopo sei mesi circa di inglese, riescono a seguire quasi del tutto autonomamente, e ciò consente di rafforzare il rapporto con l’insegnante, qui vero e proprio dialogo corale, di cui con storie come quella di Sid si gettano, per l’appunto, i primi semi: quelli che un giorno si muteranno in vere e proprie conversazioni in lingua.

 

Malgrado la semplicità, il filo narrativo non manca di uno snodo centrale, dove il protagonista giunge ad una crisi; e di un epilogo, ovviamente happy. Sid è un piccolo tiny seed, un semino  che ha due grandi amici: Pip the spider e Kim the caterpillar. Con loro vive felice e beato nella sua tana. Ma i due amici un bel giorno a turno lo lasciano, desiderosi di vedere il mondo, che è BIG and NEW. Ecco che salta fuori il carattere di Sid: timido, timoroso, e infine un po’ triste quando resta solo sottoterra.

A questo punto della programmazione i kids sono già in grado di descrivere le proprie emozioni : happy, sad, scared; e sensazioni : I’m hungry, hot, tired…

Roberta’s Cress heads ;-))

La storia si presta a tutta una serie di sviluppi e offre all’insegnante un ventaglio molto ampio, che va dal compito autentico, al laboratorio creativo o di cucina, giungendo al consolidamento di abilità fonetiche (grazie alla sua narrazione in rima), e fungendo da eccellente metafora sull’importanza e sul fascino che l’inglese L2 acquista fin dai primi semini gettati, fino a divenire un vero e proprio strumento di comunicazione, di scoperta e socializzazione: passaporto per una lettura consapevole e approfondita del mondo.

* Credit Pictures : ChiTeaDust; Sid The Seed, by D. Pagan

Only, lonely or …alone?

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This was my cart one day in a supermarket. . .What does it say about me?

 

That I am lonely, alone or only a single woman?

Click on each of the three words and check its definition,
then watch my video to find out more…

Build a better English!

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Build a better English!

Money! Money! Money! (parliamo di soldi)

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su questa pagina web sono raccolti i contenuti di una UDA, di cui ci si propone di illustrare tecniche di creazione, contenuti e condivisione attraverso:

  • spark.adobe, suite di applicazioni che consente di creare contenuti digitali e learning objects di vario tipo.
  • Applicativi di Google, loro modalità di condivisione, archiviazione e collaborazione fra studenti e docent
  • Ambienti di apprendimento per la creazione di oggetti didattici: wordwall.net e learningapps.org

Le molteplici risorse offerte da alcune di queste tecniche digitali consentono, laddove necessario, di rendere l’apprendimento universalmente fruibile, stimolando al contempo nei discenti, specie se migranti stranieri, quelle competenze digitali atte a favorire la personalizzazione dei percorsi e la flessibilità nella frequenza.

Money, money, money!

Unlock the Lesson!

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La parola “lockdown” è ormai entrata nell’uso quotidiano dell’italiano (e per forza di cose nella didattica), imponendosi sulle colleghe italiane “confinamento”, “blocco”, “chiusura”,  e beccandosi in patria pure il primato di parola dell’anno.

What’s the opposite of TO LOCK, kids?
To UNLOCK, teach !

Bene, quindi domenica unlock the lesson! Lezione en plein air – un francesismo ogni tanto non guasta – per contrastare le inevitabili ripercussioni sulla didattica, unlock the lesson, liberiamo la lezione, non tanto dal (cattivo) inglese quanto dalle nefaste onde elettromagnetiche.

 

 

 

W il parco della Padula!

La dissonanza cognitiva

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*La dissonanza cognitiva è quella cosa che tu sei convinto della giustezza di un’azione, di un principio, ma ti ritrovi a eseguire ordini totalmente opposti, e quando cerchi di farlo notare, tutti ti dicono e cercano di convincere che stia facendo esattamente la cosa giusta che credi di fare! Quei tutti – va sottolineato – includono anche le persone amiche, sedicenti alleati, che ti danno sempre ragione, ma che continuano a non fare nulla per cambiare le cose. Amplificando così la dissonanza.

 

Alfabetizzazione ad adulti stranieri: in presenza? a distanza? digitale? Purché sia autentica.

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Nel 2010, al rientro a Las Vegas da un mio viaggio in Ecuador, incantata dalla bellezza dello spagnolo, con cui da autodidatta ero riuscita a farmi capire dagli andini, decisi di iscrivermi a un corso di spagnolo alla UNLV, per approfondirne la conoscenza. Il mio teacher honduregno, Senor Luis, mi incantò ancora di più perché per introdurre uno dei verbi ostici dello spagnolo, invece di soffocarci di fotocopie, declinazioni, spiegazioni e bla-bla-bla, ci fece guardare e ascoltare alla LIM la Penelope Cruz che cantava Volver, jo vuelvo, tu vuelves, ela vuelve, nosotros volvemos…

Il mio corso di spagnolo alla UNLV comprendeva 200 ore circa, costando poco più di quanto pagano i miei studenti di italiano di livello B1.

Mi trovavo in quegli anni in pausa riflessiva dall’insegnamento, a cercare di capire da che parte andare nella vita, e dopo aver girovagato per gli splendidi deserti del far West (e per quelli meno splendidi, interiori, dei suoi abitanti), ecco che dopo anni di didattica anarchica e sovversiva, per spiegare un verbo ostico dello spagnolo, un prof dell’Honduras si metteva a usare niente meno che … il WEB !

Era il 2010, e quell’incontro mi aprì un mondo, che ancora adesso, a distanza di dieci anni, faccio fatica a far comprendere a molta della comunità scolastica con cui entro in rotta di collisione. Comunità che specie in tempo di Covid oscilla da una distopica visione all’altra della didattica (digitale, integrata, a distanza , rotelle…) soffocata da impegni inutili e vuoti che la burocrazia scolastica impone. Ai più fortunati fra noi capitano in sorte colleghi preparati e cooperativi; ai baciati dalla fortuna, dirigenti che non mettono mai la didattica in secondo – terzo, quarto … – piano; o che non calpestano il lato umano della vita. Della professione.

Era la prima volta in cui vedevo la realtà – quella vera – fra i banchi di un’aula linguistica. La figura dell’insegnante aveva cambiato veste, il brio si univa all’utilità, ma soprattutto il messaggio arrivava diretto agli interessati: li divertiva, li istruiva. Involve me and I’ll understand.

Lo diceva già Maria Montessori, e poi Don Milani – due nomi di cui ci pregiamo molto solo (!) quando si tratta di rivendicare il genio italiano, di sfoggiare un certo Made in Italy per così dire intellettuale: l’apprendimento va a buon fine quanto più si fonda su un esperire concreto e ritagliato sui bisogni e le caratteristiche dei discenti. Quest’ultimo assunto l’ho ripreso e fatto mio da uno dei tanti brillanti interventi di Tullio de Mauro, linguista compiantissimo, intellettuale di rara umanità e modernità.
Di questo sono sempre stata convinta, fin dal mio inizio come insegnante, fra i più serendipici che ci potessero essere: cercavo un matrimonio felice e invece ho trovato il lavoro più bello che c’è. Ma è stato dopo aver scelto di andare ad insegnare in un Centro di Istruzione per Adulti che questa consapevolezza è divenuta una esigenza didattica urgente.

L’approccio didattico dell’ “apprendimento autentico”, nei CPIA, si rivela particolarmente efficace con gli studenti adulti stranieri per i quali diviene mezzo privilegiato di esplorazione, discussione e costruzione di concetti e relazioni  s i g n i f i c a t i v i   applicabili a contesti che coinvolgono problemi e progetti reali.

Le tecnologie – a patto che si sappiano usare e insegnare ad usare! – in questo senso si rivelano preziose, valide alleate, strumenti atti ad appianare le disuguaglianze e la non manipolabilità del sapere che viene trasmesso. L’idea fondamentale è che gli studenti abbiano un maggiore interesse a perfezionare le proprie competenze di letto-scrittura nella lingua seconda, la quale da mero oggetto di studio a fini valutativi diviene vero e proprio mezzo comunicativo grazie al quale poter condividere il proprio pensiero, e attraverso di esso la rinegoziazione di sé, del proprio vissuto, dei propri valori.

Spesso nelle classi di Italiano per stranieri fra i discenti circola un sapere che chiede con urgenza di trovare la giusta veste per uscire, per essere condiviso e comunicato. L’aula allora non può restare un luogo di trasmissione da uno a tanti, ma fra tanti. Un atto paritario e orizzontale, non gerarchico da chi sa (ma è spesso incapace di trasmettere) a chi non sa (perché è impossibilitato a ricevere); poiché nel caso degli stranieri non si tratta (soltanto) di non sapere, ma di non saper dire. L’aula allora può diventare un luogo (virtuale, non solo fisico) diverso dove noi co-produciamo i saperi necessari.
Ma per fare questo occorre competenza, passione, e soprattutto occorre il coraggio di cambiare le cose.