Per cominciare…

La cosa antipatica dei blog, almeno di quelli con il tema simile al mio, è che andrebbero letti all’incontrario, dal giù al su. Dunque chi ci approda per caso, potrebbe non raccapezzarcisi. Allora spiego.
Io sempre ‘sta mania che devo spiegare.
Son maestra nell’arte delle spiegazioni.
Che utile può essere utile, ma anche fastidioso e opposto all’utile: se uno ti spiega troppo, poi cosa ti metti a cercare di capire a fare?
Diffidate di chi vi spiega troppo. Significa che sta cercando di chiarirsi cose a sé stessa/o.
… ché se io sapessi smanettare bene con questo blog, non avrei bisogno di spiegare tanto.
E insomma, giusto per dire che qui dentro stanno un po’ alla rinfusa pezzi di viaggi e di stati d’animo, a volte avanzi, che però secondo me anche con gli avanzi a volte ci vengono fuori piatti succulenti, e speriamo sia così.

Buona lettura!
E mandatemi i vostri commenti.

Invertebrati marini

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Come volevasi dimostrare l’approdo all’isola è tragico: quasi svengo davanti alla gentile signora dell’agenzia per mancanza di:  sonno, zuccheri, soldi e sentimento. Lei insiste di avermelo detto che l’appartamento che guardava il mare costava di più; ma io non ho le forze per dimostrare il contrario, tento soltanto di riportarle quanto dice la De Sio riguardo al mare, che se ce l’hai davanti la mattina sei già a metà dell’opera, lasciando invece da parte le grigliate miste del narcisista cinquantaseienne (hai visto mai sulla sua graticola c’è finita pure lei !). Il che è un bene, ché a quel punto, miracolo dei miracoli, l’appartamento c’è e me lo dà senza rincaro alcuno, devo averle fatto pena, lasciamo stare, fa, e mi concede la mia striscia di azzurro a coronamento del sogno di isolitudine.

Mi incammino su per la salitina verso il paese, mentre dietro di me le ultime nuvolazze si disfano del tutto e il cielo resta blu della tinta più intensa. Ferragosto su un’ i-s-o-l-a : cosa vuoi di più dalla vita?
Una tua alunna di 1a, che altro?
Svolto l’angolo e,  “Miss S-o-n-i-a ! Miss Sonia !”
Famosa io?
Poi dicono che mi monto la testa…

L’aggettivo non si riferisce al mio stato d’animo di quei giorni ma al nome di una delle mie più brillanti alunne di 1a elementare di Carrara, cui devo il mio solo splendido souvenir dell’isola di Capraia.

Ma Nettuno indispettito mi respinge e la spiaggia che molti davano come la più gettonata e attraente si rivela una cacata.
Ciottoloni scuri, limacciosi e poco affidabili, una barca passa ogni 5 minuti smuovendo e arruffando l’acqua, che per essere invitante è invitante, però insidiosa.
Come molte circostanze e situazioni della vita che uno ci si butta armato delle migliori intenzioni e poi paff! Scivoli nella melma dei non-detti, dei non-chiariti, dei non-chiaramente-espressi. Faccio un ultimo tentativo che finisce male e mi fa riassaporare un sogno brutto della sera precedente che no, non c è verso di ricordare, e forse è molto meglio cosi.
Mi rivesto e risalgo, sono stanca affaticata e ancora un pelino nauseata della traversata di stamane e del poco sonno di ieri notte.
Mi sento misera.
Mi accascio un attimo all’ombra di un fico lungo il sentiero che mi riporta in paese, qualcuno parla al telefono con accento milanese, una donna, che conclude la telefonata con “un bacione!”…. e (non contenta) … “un abbraccione”! Io sento il crollo in arrivo, ma non mollo e faccio un altro tentativo sotto la torre, l’acqua è splendida ma giungono inviti poco confortanti a buttarmi (“Provaci… provaci…!”, sibilano ondeggiando decine di meduse), per cui rinuncio, risalgo, e affranta e accaldata cado a sedere su una giostrina in un mini parco-giochi e mi metto a frignare. Piuttosto amaramente.
Detesto la mia incapacità di stare al mondo, di legare con gli altri, di stare serena, di trovare il mio altro ideale; di non rabbrividire se e quando il mio prossimo si congeda da me al telefono con un bacione o un abbraccione; per non parlare di tutta la fatica che duro sempre per il migliore approdo e discesa in mare, con la fissa dell’acqua chiara e trasparente che si deve vedere tutto senza bisogno di ulteriori spiegazioni o aggiustature.  Poi finisco sempre con queste sottospecie di invertebrati marini che al telefono si congedano da te con un ciao ripetuto quattro volte: cia’-cia’-cia’-ciao! Quattro volte, capite? vattro!

Mal di mare

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Allora dov’eravamo rimasti?

Ah, sì, che mi dovevo imbarcare per Capraia all’indomani di un ennesimo scazzo col fidanzato, dopo una notte insonne di lampi e di tuoni senza mamma Franca a tenermi compagnia e a consolarmi che ai mali della vita c’è sempre un cacciucchino come rimedio infallibile.
Deh…
Livorno di prima mattina di Ferragosto dopo una spiovuta è particolarmente affascinante, fresca e lucida, e quando arrivo proprio davanti all’acqua mi devo fermare non tanto per riprendere fiato, come dice la De Sio, quanto perché l’ufficiale mi blocca e dice che devo aspettare ancora qualche minuto.
Sono la prima.
Yeah…

Ho staccato il telefono già da un’ora per questo gioco imbecille che faccio un giorno sì e due no col fidanzato, di modo che dopo un suo più o meno breve periodo di inattività, gli mando un input per dire, ehi, guarda che poi stacco la spina. Lui a questo punto si ripiglia di scatto e dà di matto, e sembra che non può vivere senza di me e quelle balle là che si dicono gli innamorati, solo che con un narcisista patologico di 56 anni, cosa ti vuoi innamorare?
Viene in mente lo stand-by del computer o dei dispositivi in genere quando devi settare i minuti di “inattività” oltre i quali si ibernano fino a quando tu non schiacci un qualunque tasto di emergenza, ed ecco che danno uno tremone, poi Bzzzz-zzzz..! ripartono come l’omino con la pila Duracell, fino al prossimo arresto.
Nota: Ibernazione – hybernation (non so se anche in italiano si dice così, devo verificare) è una parola azzeccatissima per i tipi come lui che non sono in grado di far salire il termometro della propria emotività oltre i quattro barra cinque gradi Celsius. La sua inattività fa rima con incapacità. Quindi arrivi tu – cioè  io – che l’Etna a me mi fa un baffo, e cominci a eruttare lava, nella fattispecie, progetti, programmi, sogni, viaggi, escursioni, casa nuova, vita nuova, amici nuovi, nuovo guardaroba, nuove ricette, Ti preparo un cacciucchino amore? Invitiamo mammina a cena? Si compra una barca a vela a società e poi si salpa per i mari del sud come quel famoso marinaio solitario, com’è che si chiamava? 
No, non l’affascinante serfista qui di fianco, di lui vi parlerò nel prossimo articolo, perché era un grande, uno di quelli che ti chiedi, ma dove si rintanano quelli così? Possibile non esistano google maps cha aiutino a raggiungere certi target, e ci si ritrova sempre con certi elementi, che… vabbé, continuiamo sennò perdo il filo.

Arrivata sulla Liburna il tempo di uscire dal porto e mi addormento con una nausea insopportabile che so, arriva sempre quando scrivo sull’elemento liquido. Ma avevo talmente tante cose da vomitare che ci è mancato poco… Nausea per tutto e per tutti. Poi ho freddo. Poi arriva il pianto. Lo accetto, lo accolgo, mi rilasso, mi riaddormento, mi svegliano i bambini. I miei kids. Un gruppetto di scalmanati stanno giocando e urlando e grazie al loro vociare mi desto da un sogno dove nuotavo fra le due prue di un catamarano assieme a squali travestiti da delfini.
A buon lettor poche parole.

Mancanza

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Ferragosto, ore 3:48.
Mi sveglio, lampi e tuoni, la stanza ancora buia, Livorno un’orchestra di grondaie amplificate che duettano con il fracasso di imposte che sbattono, e a cui fanno da controcanto i pensieri martellanti che ci sarà mare mosso, la Liburna non partirà (e se partirà chissà se arriverà), il fidanzato bloccato a Capo Corso, il Provveditorato avrà perso il mio punteggio …
Nervosa io?
Deh…
Nelle televendite di Mamma Franca la cosa che mi rilassava era il modo placido in cui madre e figlio si interrompevano a vicenda, parlandosi addosso ma senza scomporsi mai, lui la posa, lei il panettone sulla testa. E questo omaggio del cacciucchino che mi riportava agli orizzonti vasti e assolati del livornese senza montagne a ostacolare il tragitto della mente, solo mare: il Calafuria, il Romito, l’opera viva e l’opera morta, mio padre che sfrecciava lungo la Collesalvetti, destinazione Villa S.G., i sorpassi azzardati, il mio sonno fiducioso sul sedile posteriore, poi la maturità, la presa di coscienza, la fine dell’innocenza. Mamma Franca dove sei? Finiti da un bel pezzo i miei vent’anni, spariti, polverizzati, ma non l’insonnia, quella a tratti torna. Mi alzo, chiudo le imposte, guardo il cellulare, mancano due ore al suono della sveglia, tre all’imbarco, AccuWeather.com dava sole su Livorno e Capraia, com’è che fuori si sta scatenando un finimondo e io sempre senza ombrello, Scusa, potresti mica …?
Ah, non credo…

La mancanza

scopre la nostra vulnerabilità, acuisce i sensi, amplifica i bisogni, stimola l’attenzione nell’acquisire ed affinare gli strumenti che ci consentono di raggiungere un obbiettivo. Un traguardo. La mancanza ci distingue, sottolinea la nostra unicità. Hey kids, today I am taking you to Leghorn. Anzi, no: vi porto in Africa.

La commissione della prova orale del concorso per la scuola primaria era formata da cinque donne più un eunuco. Le donne, come spesso in queste circostanze, acidule e appassite. L’eunuco si limitava a richiamare le mie colleghe all’ordine e a trascrivere dati e informazioni con una faccia che si teneva su per miracolo. Io scodinzolante come sempre, fiducia smisurata verso chi mi ascolterà, e che punto a stupire: guardate, signore e signori, di cosa sono capace.

“La prova orale sarà finalizzata alla preparazione sulle discipline, nonché la relativa capacità di progettazione didattica efficace, anche con riferimento alle Tecnologia di Informazione e Comunicazione.”

La mia didattica si basa sul fare e sull’andare. Una lezione equivale a un viaggio, e a destinazione ce li vorrei portare tutti, i miei kids. Il problema è il mezzo, e come detto in precedenza, se viaggi con una utilitaria nuova e prestante arrivi dove vuoi; se ti tocca elemosinare passaggi in giro perché sei sempre in panne, scendere e salire da mezzi di locomozione altrui, il viaggio diventa un’odissea e il traguardo si sbriciola all’orizzonte. Coi passeggeri devi vedertela tu.
Chi ha sentito parlare di Nelson Mandela, kids? Uno splendido Morgan Freeman in un film che poco mi aveva convinta aveva offerto lo spunto per capire cosa viene a mancare se non c’è libertà. Hey kids, do you know?

Si impara per imitazione o differenziazione, ma anche la mancanza può essere un buon alleato.

E Nelson Rolihlahla Mandela ne sapeva qualcosa.
Il suo vero nome, Rolihlahla, significava attaccabrighe, he was a great leader and a troublemaker, kids, la sua maestra gli aveva detto, questo nome non va bene, dobbiamo aggiungerne un altro: ti chiamerai come un grande capitano, ti chiamerai Nelson.
Pronti ad atterrare a Londra, kids? Invertiamo la rotta!

Ciò che voleva essere una commemorazione in linea con indicazioni ministeriali, notifiche e richiami di ogni tipo, per i miei second graders si era trasformato in un vero e proprio EAS: un episodio di apprendimento situato. Ma che noi chiamiamo viaggi: voli. Come quando il comandante dice ai passeggeri (un po’ rumorosi e vagamente indisciplinati) … and now, sit back, relax and enjoy the flight.
Le cinque esaminatrici acidule e appassite non sembravano tanto rilassate (un conto è parlare di  l i b e r t à  a bambini di 7 anni, altro è dispiegarne le ali davanti a chi l’apprezza solo nei film in tivvù.
L’Ammiraglio Nelson era servito per ammirare una splendida piazza di Londra e per gasarsi di fronte alla forza di un nome più nutriente del latte materno e di mille ideologie, specie quando si combatte ad arm(i) impari. E Mandela questo lo sapeva, come il valoroso ammiraglio da cui aveva preso nome e coraggio, e che era riuscito a vincere con un braccio e un occhio soli.

How many arms, kids? How many eyes? Se qualcosa ti viene a mancare, il suo ricordo sarà più cocente e duraturo.

E se un ammiraglio con solo arm può escogitare una strategia vincente per combattere contro il nemico, di sicuro la sua storia sarà un mezzo didattico per imparare la lingua usandola e scoprendola, che è quanto di più utile e nobile con la lingua si possa fare.

Sì ma… ha chiesto una delle voci acidule, che cosa sta effettivamente alla base della didattica 2.0 ?

Il traguardo.
Che non basta.
Non basta far imboccare a tutti la via per il traguardo.
Insegnare oggi significa spiegare come manovrare il mezzo a disposizione, come decifrarne il complicato libretto delle istruzioni. Di modo che tutti riescano a leggere la mappa e arrivare alla meta.

Livorno, ore 7:40
Non ci sono messaggi del fidanzato, la mia host dorme tranquilla, il cielo di Livorno si è schiarito, la mia meta senza accento mi aspetta.

Non importa quanto sia stretta la porta, quanto piena di castighi la vita. Io sono padrone del mio destino, io sono il capitano della mia anima*.

Ultimo balzo e sono fuori e mentre mi dico che il non-sonno fa male, il non-amore fa male, il non-tempo fa male, ringrazio Mandela e il suo mantra.
Viva gli attaccabrighe! Viva la libertà!

*Citaz. del poeta inglese Ernest Henley


Svegliarsi davanti al mare

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ANTIVIGILIA di FERRAGOSTO 2019
La mia ospite del Golden retriever l’avevo scelta proprio per la vista dal 7° piano di un appartamento in centro a Livorno davanti al porto. L’orale invece, e poi la chiudo qui, l’ho dato a Scandicci e il problema della vista non si era posto. Stavolta la mia giovane Superhost livornese AirBnb cani non ne ha e nemmeno gatti, ha una casa molto grande che ci si può parcheggiare anche le bici, molto carina in pieno centro e molto artistica, con opere di vario genere dappertutto che non vi posso mostrare perché non credo gradirebbe. La camera costa poco per i servizi e le comodità che offre, l’annuncio mi è subito sembrato carino, considerato il pieno periodo agostano, non son stata a spignolare.

Sonia, condividi con la tua host il motivo del viaggio.
Son qui perché dopodomani mi imbarco per Capraia isola: i-s-o-l-a, la cosa più lontana dall’umano a cui mi sento maggiormente di assomigliare. Cinque lettere come il mio nome di cui quattro in comune.
Vattro. Come dicono i labrones.
Io difficilmente ho più di una, massimo due cose in comune con gli esseri umani in genere.
L’ho pure confessato alla Superhost ma mi ha risposto con un Ah, non so…
Son partita da Carrara un po’ in subbuglio, sempre questa specie di fuga a cui mi sottopongo perennemente a cadenze più o meno regolari, o scazzo coi vicini, o si rompe la caldaia, o cado vittima di letargo amoroso nella tana del fidanzato, o affitto casa per poter poi inscenare una fuga e avere la scusa buona per allontanarmi. Scappare. Sempre.  Come se qualcuno mi inseguisse. Come se veramente non esistesse un riparo, e alla fine dovessi andarmi a rifugiare da qualche parte perché in nessuna tana mi sento mai al sicuro e finisco sempre al centro di una rosa dei venti che mi sbatacchia un po’ in qua e un po’ in là. 
Inevitabile sentirsi randagi dopo un po’, anche perché a Livorno parcheggiano solo i residenti e nel resto degli spazi si paga. Così mi è toccato stare in giro fino alle otto di sera ma devo dire che mi sono divertita col fidanzato che dalla Corsica mi telecomandava, Vai di ‘uì e vai di ‘uà, alla ricerca del mare più bello. La costa labronica è bellissima, frastagliata, un po’ anarchica per dire selvaggia, torri e castelli a picco sul mare, e i livornesi giù giù fino a Piombino: gente schietta e meno musona di noi apuani.
A parte la mia Superhost…

Il primo sintomo già l’ avevo avvertito all’Uscita Versilia. Parte da un punto imprecisato dietro la nuca, una sorta di stordimento ovattato che dilaga piano piano e finisce per occupare tutto il posto della mente, arrivata al casello di Livorno mi sentivo sola e misera. Solo che in un luogo pubblico non devo giustificarmi né scusarmi o rintuzzare in continuazione sul come mi sento. Se un albergatore non ti accoglie con un sorriso te ne freghi, lì non è casa sua, è il suo posto di lavoro. Ma se una superhost ti apre la porta di casa e non fa manco il gesto di allungare la mano per accoglierti, cominci a mettere in piedi tutta un’impalcatura di tentativi faticosi di apparire elegantemente nonchalant, quella noncuranza che appartiene a chi sa come stare al mondo e nel mondo trova sempre il proprio tassello alla prima.
Io anche mai.

E finisce che sempre rimpiango l’albergo, dove almeno si gioca a armi pari: io pago te, tu dai stanza a me. Che finché ci sto è mia e solo mia. Se le imposte non si aprono, vengo, te lo dico e tu rimedi. Non dici, Ah, non so…
E se domando dove posso parcheggiare, non accetto come risposta che tu non hai la patente e non guidi l’auto e dunque, non sai…
Così mentre attraversavo al buio e a piedi il parchetto dove avevo parcheggiato per andare a fare il cambio-bagaglio, mi son messa a pensare alla mia bella e nuova i-s-o-l-a,  e a lunedì prossimo e al mio debutto in una nuova vita, nuovo lavoro, nuovi orizzonti. E per distrarmi (nel frattempo mi sono documentata sulla quattordicesima che … sììì ESISTE!) ho deciso di invitarmi a cena al baretto dei Paparazzi sotto casa. Metto solo questa foto perché sempre per quella fintissima nonchalance di cui sopra, avevo lasciato il cellulare in camera ma mi sarebbe piaciuto adesso mostrarvi il risotto alla pommarola (fresca di giornata e nostrana) accompagnato da una burratina con cui vi si invita a mantecarlo: una vera prelibatezza. In più accompagnata da un calice di Rosso della Val di Cornia.

Aiuta l’host a migliorare l’esperienza, fornisci il tuo feedback.

La seconda sera è stata un inferno, rintanata nella bella e artistica cucina ho consumato cena e scazzo via cavo col fidanzato il cui investimento emotivo era – a parer mio – nettamente inferiore al mio. Miliardi di bite hanno trasportato ad altissima velocità le mie rimostranze e richieste di attenzioni e spiegazioni da Livorno a Capo Corso e ritorno.

Svegliarsi davanti al mare significa orizzonti aperti, strade ancora percorribili, significa anche poter riprendere fiato dopo una corsa alla fine della quale ti devi per forza fermare. Lo diceva giorni fa Teresa De Sio per parlare di una sua canzone, e se ci pensate è così, quando arrivi al mare l’istinto è di fermarsi, specie dopo una corsa. Lo fanno sempre nei film con gli inseguimenti.
Sul significato degli orizzonti aperti non saprei. Io nel deserto del Mohave vedevo spazi illimitati davanti a me ogni mattina e sera ma mi sentivo in catene. Ché alla fine il deserto è un mare, solo che ha perso l’acqua. Io quando guardavo Mamma Franca e suo figlio fino all’alba pur di non pensare non lo so se magari sarei stata meglio se mi fossi svegliata davanti al mare. Da allora mi sembra di aver preso veramente fiato solo poche volte, fra cui il mio soggiorno nel deserto del Mohave. Però mi sentivo come i cipressi tristi di cui parla Mario nel commento a un mio post precedente. Ero un cactus senza spine. La mattina dopo decido che non sono tagliata per la vita a due e mi sintonizzo su modalità singlelitudine be sapendo che le interferenze non tarderanno a raggiungermi.

Sonia raccontaci come è stato il tuo soggiorno a casa di Angela:
Pulizia (da 1 a 5 : 5)
Confort ( da 1 a 5 : 5)
Comunicazione con l’host (Ah, non so…)

La fissa del posto fisso

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Labrone significa Lido del Mare e deriva dal latino labrum, cioè labbro o estremità, ed identifica una cala naturale localizzata, secondo alcuni autori, dove oggi sorge la città di Livorno, mentre secondo altri, più a sud, nei pressi dell’attuale centro abitato di Castiglioncello, esistente prima dell’edificazione della città stessa. La prima volta di cui si trova traccia del termine è nella lettera di Cicerone al fratello Quinto, dove, se il mio latino non mi inganna, chiede al fratello di andarlo a trovare, via mare, e di sbarcare o a Pisa o a Livorno:

 «[…] ut aut Labrone aut Pisis conscenderet.
Tu, mi frater, simul et ille venerit, primam navigationem […]»

Credo.
Non c’è stato verso di trovare la traduzione.

E insomma che le mie peregrinazioni nel livornese, via terra, sono iniziate tre anni fa circa che son dovuta andare a Livorno a dare lo scritto del concorso per la scuola primaria. Insomma per diventare maestra a tutti gli effetti. Che dopo l’ultima batosta dei cari enti pubblici cominciavo un po’ ad accusare la mancanza di forze, e arrivava l’ennesimo autunno che mi ritrovavo sempre con la bombola dell’ossigeno ennesimamente (per dirla con Cetto La qualunque) a struscio. (E se mi viene l’influenza? E se avrò bisogno di un permesso? E se volessi un anno sabbatico …? Avevo da un po’ cominciato a sfogliare le fitte pagine della Storia dello sfruttamento del corpo docente nell’Era della Post Globalization…).

Ora, messa in questi termini sa tanto di fissa del posto fisso mentre non è così.
Proprio tu, parli di posto fisso?!
E’ che mi è era venuta la fissa della sopravvivenza. Ecco.
Tolta quella, il resto era un gioco da ragazzi. Che io ai miei alunni ci tengo per davvero.
Ma fra campare da liberi professionisti e insegnare nella scuola pubblica c’è una bella differenza, e ve la spiego. (Spiegare, altra fissazione).
Immaginate che vi diano una destinazione, un traguardo a cui arrivare. E quel traguardo si chiama carriera, soddisfazione personale, impegno, insomma:  p r o f e s s  i o n e. E voi non potete rimanere fermi, ci dovete per forza arrivare, alla destinazione.
Ora immaginate che vi diano una bella Golf col pieno di benzina e voi dovete fare affidamento sulle vostre capacità alla guida, conoscenze geografiche, urbane, stradali: cose che avete imparato con impegno e costanza. Programmate il viaggio, calcolate il tempo, vi mettete in marcia consapevoli dei rischi, ma con una bella Golf si viaggia comodi, chance di guasti poche, con una costante manutenzione si arriva al traguardo senza tanti affanni, facendo qualche sosta per sgranchirsi le gambe qua e là, godendosi pure il panorama.
Le cose cambiano se vi danno un’auto scassata, o peggio se il mezzo ve lo dovete trovare da voi, e il traguardo è comunque lì che vi attende. Restare fermi non si può. Alla meta ci sono persone che aspettano voi, che contano sul vostro arrivo, non le potete disertare, avete preso un impegno. Se lo fate ricade tutto su di voi. All’insegnante libero professionista non gli danno la golf e nemmeno la Panda, gli dicono quello è il traguardo, non importa come ci arrivi basta che lo raggiungi. O resti in mezzo a una strada.

Lo scritto del Concorso per la scuola primaria si è svolto molto vicino al mare, forse non troppo distante da dove era sbarcato il fratello di Cicerone (a patto che avesse scelto Labrone piuttosto che Pisa), e ci ero andata in treno, perché la volta prima avevo beccato una multa, Livorno non ha praticamente parcheggi gratuiti per i non residenti. Era una bella giornata di primavera e io mi ero vestita di nero, presentandomi in aula completamente ricoperta di pelo del Golden Retriever della mia ospite AirBnb. Ricordo molto bene la disperazione che sgorgava dai tasti del pc al quale dovevamo scrivere e raccontare in limitatissimo tempo e pochissimo spazio quale fosse l’approccio migliore per una didattica 2.0. Più o meno una cosa così. La mia disperazione non derivava dai peli del cane, ma dal non aver potuto aprire (sempre per la fissa della sopravvivenza) un singolo libro per potermi documentare sulla materia del concorso.
In altre parole, da più di un anno ormai viaggiavo a piedi, con l’autostop, con quel traguardo che si allungava e il tempo mio per raggiungerlo sempre più corto.

Una città, un cappello e una gallina

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Secondo alcune ipotesi il nome di questa città deriverebbe dal latino liburna (una nave veloce da guerra) o dal nome del popolo illirico dei Liburni. In inglese non si capisce come mai sia foneticamente assimilato a una gallina o a un cappello di paglia.
Wikipedia informa che il piccolo villaggio labronico, posto intorno ad una cala naturale a pochi chilometri a sud della foce dell’Arno, collaborava già in epoca medioevale col vicino Porto Pisano; ad esempio, nei pressi di Livorno, in località Santo Stefano ai Lupi, si trovavano una pieve (attuale Cappella di Santo Stefano) e un’importante fonte d’acqua sorgiva per il rifornimento delle navi del porto. Sicuramente (questo l’ho preso su vespucci.edu.it/storiadilivorno.pdf) il piccolo villaggio labronico, posto intorno ad una cala naturale a pochi chilometri a sud della foce dell’Arno, collaborava in epoca medioevale col vicino Porto Pisano; ad esempio, nei pressi di Livorno, in località Santo Stefano ai Lupi, si trovavano una pieve (attuale Cappella di Santo Stefano) e un’importante fonte d’acqua sorgiva per il rifornimento delle navi del porto.
A differenza delle altre città toscane, quali Firenze, Lucca o Pisa, che vivevano stagioni di grande vivacità artistica, in quest’epoca Livorno rimase ai margini della storia. Tuttavia, il naturale e progressivo insabbiamento dell’antico Porto Pisano coincise con l’affermazione del piccolo villaggio: i Pisani decisero di favorire lo sviluppo dello scalo labronico con la costruzione di un maestoso faro (noto come Fanale dei Pisani), di una fortificazione a pianta quadrata (la “Rocca Nuova” o “Quadratura dei Pisani”, nucleo più antico di quella che sarà poi la Fortezza Vecchia) e, nel 1392, chiusero l’abitato all’interno di una cinta muraria.

                     

L’altra cosa che ho scoperto è che mamma Franca (alias Roberta Pellicce) si è spenta a Livorno il 1 febbraio 2017.
R.I.P.

Leghorn

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Tutti, Ma perché Livorno?…

Livorno nella mia memoria si lega principalmente a due personaggi: due livornesi, che magari qualcuno se li ricorda, sul web circolano ancora: lei vecchia, tracagnotta, bionda finta, un panettone in testa, truccatissima, rincalcata dietro una scrivania che le spuntavano le braccia corte con attaccate le mani inanellate; il figliolo a fianco, una specie di … deh, non saprei dire.
Televendevano  pellicce con cacciucchino in omaggio.
E mi ricordo erano gli anni Ottanta e io non dormivo. Per tipo nove mesi a un certo punto della mia vita, nei primi anni Ottanta, niente, non c ‘era verso di dormire di notte. E per non pensare troppo guardavo quantità smisurate di tivvù e dentro ci trovavo loro: Roberta Pelliccerie, mamma e figliolo.

Nei prossimi giorni, invece, mesi, anni a venire io dormirò. Finalmente tranquilla e serena. E mi riapproprierò del mio tempo. Sentito, Gad Lerner? Tu che mai hai risposto alla mia lettera aperta? O tu che dici di occuparti delle anime rimaste indietro?

Io da ora in poi mi ritroverò!
E Livorno mi restituirà il sonno perduto.
Il perché (i miei students traducano) sta nelle seguenti frasi ipotetiche di vario grado:

  1. Se mi viene l’influenza, potrò restare a casa e guarire con calma;
  2. se avrò bisogno di un permesso, me lo daranno senza troppe storie;
  3. metti che a un certo punto mi serve un anno sabbatico per:
    a) completare un paio di opere di cui i miei futuri students beneficerebbero;
    b) visitare quella mezza dozzina di paesi di cui beneficerei io (e gli students di conseguenza);
    c) laurearmi in Storia dello sfruttamento del corpo docente nell’Era della Post Globalization.

Se… se…
Di questi e di altri se è pieno il mio futuro!

Capito, ragazzi?
Bella rilassata e contenta, grazie al motivo per cui sono qui – la mia bella cattedra. Il mio nuovo contratto a tempo in-de-ter-mi-na-to!

Passando invece al futuro CERTO, quello che in inglese lo puoi esprimere come ti pare, la sostanza non cambia, e la sostanza è:

Avrò le ferie pagate! la tredicesima, forse anche la quattordicesima (mi informo poi vi dico).
Ed infine, se aumentano l’IVA … chissenefrega!

Buon Ferragosto a tutti!

Punti di vista

18 aprile 2019, Stay In Hostel, King George Street, numero 21, Gerusalemme

Mi è suonata per sbaglio la sveglia alle 5, mezza camerata mi ha augurato la morte, poi non sono più riuscita a dormire e pensavo alla mia partenza di ieri martedì 16 aprile, partenza non delle più propizie, primo perché non tutta me stessa voleva partire, nella fattispecie alcuni organi, che sarebbero rimasti volentieri a Piombino.
Secondo, perché arrivata alla stazione, sul quadro delle partenze ha cominciato a scorrere questo annuncio di Trenitalia che potremmo definire politcally correct, il quale diceva più o meno così :

Si informano i viaggiatori che i treni diretti a nord potranno subire ritardi lungo la linea Pisa-Viareggio, causa persona investita dal treno.
Il seguente lo definirei emotionally incorrect :
Amoore, chissà chi era… di certo qualche poveraccio che …  (sottotesto, speriamo che tutta la linea sia interrotta fino a domani così perdo l’aereo e non parto più!).
La paracula:
… s-sì, preside, ho capito, ss-sì, ho capito.. ma.. mi faccia spiegare… lo so , lo so che non è giusto obbligare le colleghe a sostituirmi ma questo viaggio era importante, anche ai fini didattici… no, non la sento.. non la sento più… il treno è fermo, c’è stato un incidente, probabile un gesto estremo… la richiamo più tardi.
H. 18:52, all’amica milanese, ormai aperitivo saltato: Ma sì, macheccazzo ne so, ma non poteva aspettare stasera a suicidarsi!
H. 19:05 : treno bloccato stazione di Massa :
Eddai, Cla’, caricami lo slider, fammi contenta almeno te, dai, che qua le cose vanno per le lunghe… qualcuno s’è buttato fra le rotaie.

Il Tirreno, cronaca della Versilia : Una donna è stata investita da un treno la mattina di oggi, 16 aprile, in prossimità di Torre del Lago Puccini. La linea è quella Viareggio-Pisa. La circolazione ferroviaria è stata sospesa dalle ore 11.10, poi è ripresa ad un solo binario dalle 12.36. Coinvolti i treni a lunga percorrenza: Intercity 505, Intercity 670, Intercity 510, Intercity 674, Intercity 657, Frecciabianca 8613 (il mio) e Intercity 511. Ritardi stimati fino a due ore. Sul posto oltre al 118 anche la Polizia Ferroviaria. Secondo i primi rilievi si tratterebbe di un gesto volontario.

L’aereo fortuna era in orario.
Il pilota non era un kamikaze.
La mia compagna di viaggio uno spettacolo!

Let the journey begin!


p.s. AGGIORNAMENTO ORE 16.30. 
Dalle 15.55 sta tornando gradualmente alla normalità la circolazione ferroviaria fra Viareggio e Pisa. I treni in viaggio hanno registrato ritardi medi di 30 minuti, con punte massime fino a 90 minuti.

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Sonia’s Earth

17 aprile 2019. Registrare e poi appiccicare i pensieri a mo’ di scia di lumaca e doverli comunicare al mondo come se non ci fosse un domani, è questo il pensiero numero uno quando sono in viaggio. Mi sento come il pallino azzurro di google maps che si muove lungo una traiettoria. Io sono qui e voi siete lì.
Il pilota ha detto state calmini che dobbiamo fare un po’ di giri attorno al lume per via del traffico aereo, ma quindici minuti e scendiamo.

Più o meno ha detto così, e intanto io scatto foto dall’alto. Il cielo sopra Tel Aviv è la prima cosa a colpirmi: è tanto, è alto, è spumeggiante, puffy, e non sta fermo un attimo.
 La seconda è Tali e la sua treccia bionda che ci aspetta all’uscita.
Shalom!
Niente ti fa viaggiare bene come la certezza che ci sarà qualcuno ad accoglierti.
Qualcuno che saprà condurti, farti arrivare senza intoppi alla destinazione finale. Così come niente ti predispone meglio al viaggio di qualcuno che prende in consegna la tua voglia di andare e scoprire, e sa tenere nella giusta considerazione la tua vita caotica che non lascia tregua né tempo per apparecchiarti a tutto ciò; ma invece di usarla contro di te con pretese e ritorsioni assurde, usa la propria “benzina” per entrambe. Ed è questo che ha fatto la mia nuova (e semi-sconosciuta) compagna di viaggio. Ed è quanto qualunque relazione a due dovrebbe augurarsi. Chi ti vuole bene lo fa prendendosi cura di sé.
Ama il prossimo tuo come te stesso.
Tutto il resto sono dettagli.
Rinunciabilissimi.

Caro Paolo ti scrivo…

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Caro Paolo, come stai?
Ti ho visto in tv dalla mamma del mio fidanzato* giorni fa, che ho pensato, guarda come gli assomiglia, ed eri proprio tu che commentavi una partita di calcio.
Comunque ti avrei scritto lo stesso.
Perché parto.
E ogni volta che parto** giro per casa e scelgo cosa portarmi da leggere, e indovina?
🙂
Il Morgante non sono riuscita a finirlo perché la mia vita è un tale caos che non ho più molto tempo per leggere, che un po’ è come dire non aver tempo di mangiare o respirare, e difatti, se vedi come son sempre col fiato corto e anche dimagrita.
Vado in Israele e Palestina, che se ti dovessi dire non ho mai capito dove geograficamente finisce l’uno e inizi l’altra. Che è uno dei motivi per cui ci vado.
E un altro è per vedere se riesco a finire il Morgante.
Ecco.
Ti auguro di passare una buona Pasqua, che in tanti non ci fanno caso e invece è importante. La festa più importante per me.
Per questo ti faccio un augurio di cuore.
Sonia
* Il mio fidanzato è poi il vampiro di cui ti scrissi il primo dell’anno. Ovvio che questa è una mia opinione, probabilmente falsata. Spero.
Sennò vorrebbe dire che sono di fuori.
O che la vampira sono io.
** E se ti ricordi anche quando andai in Vietnam ti scrissi.