Streets of Philadelphia

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23 Dicembre 2019, Philly

 

Da bambina non ho memoria di Natali decenti. Uno sì me lo ricordo, aveva come protagonista la Patatina, una bambola che era l’anti-Cicciobello, perché non parlava, non piangeva, non dava in escandescenze.
Chi invece dava in escandescenze era mio padre, motivo per cui molti natali e svariate altre ricorrenze più o meno festive le ho passate a casa degli altri. Chi erano questi altri? Parenti, amici, insomma “accoglitori”. Gli stessi che ricerco oggi quando viaggio. Io e mia madre viaggiavamo di frequente : due barra tre volte il mese. Viaggi molto sostenibili, non a lungo raggio né con gran consumo di carburante. Generalmente si esauriva due strade più in giù, a casa di mia zia, o dietro l’angolo da una cliente di mia madre, o in soffitta dalla padrona di casa. Riflettendo su questo aspetto poco decente della mia infanzia, mi dico che oggi è forse il motore dei miei viaggi. In particolare quelli con mia figlia, dove lei è sempre quella che si occupa di trovarci una home. Non so se l’ho già detto in un pezzo precedente ma Airbnb sembra l’abbiano ritagliato su misura per me. Io stessa sono stata una host per un po’, poi mi son rotta, mentre di essere guest non mi rompo mai: è sempre un’esperienza entusiasmante. Ogni volta che entro in una casa mi balzellano intorno mille domande e spunti e suggestioni. Quella della foto in alto, ad esempio, è la nostra casa di Philadelphia, calda, accogliente, profumata, natalizia. Molto americana. Molto “home”. Peccato che appena arrivata sono entrata in una specie di coma doloroso e farneticante e ne sono riemersa il giorno dopo giusto per andare a comprare l’aglio e il prezzemolo per fare due spaghetti alla bottarga (dell’Elba) la vigilia di Natale, ma camminavo che sembravo Tom Hanks in Philadelphia; bruised and battered.
Ammaccata e fatta a pezzi. Ora si è aggiunta la tosse. La nausea. La cistite.
Mi schianto sul lettone a tre piani (due materassi da 45 cm di spessore l’uno più sottomaterasso più cassettone  più zampe : in America non si va a letto, si sale a letto), e rientro nel coma.
E niente Philly.
Niente spaghetti. Tachipirina a pranzo e a cena, come drink Vitamina C.

   

     

   

 

The Streets of Philadelphia del Boss fa da sfondo e da soundtrack al film con Tom Hanks, dove Hanks è un giovane, brillante avvocato dalla carriera promettente, solo che che è gay e si becca l’AIDS. E questi due fatti lo fanno precipitare all’inferno. Lì trova Denzel Washington, avvocato difensore delle cause perse, che sulle prime lo rifiuta, mentre poi cambierà idea e infine lo farà vincere, se possibile anche pentire dei suoi peccati di avvocato arrivista qual era. Quest’ultimo dettaglio lo devo verificare, non vorrei confondermi con Herrison Ford in A proposito di Henry, dove Ford fa la parte dello squalo del foro che poi si redime dopo una pallottola beccata per sbaglio che gli ambierà la vita. Comunque sia, Hanks si deve confrontare con errori commessi anche nei confronti del compagno, interpretato da Banderas, che non è che brilli troppo di luce propria nel film… secondo me. Il pentimento e la remissione però non bastano e lui morirà, in modo straziante e dolcissimo. Il finale è una vera poesia. Il pathos non è mai propinato all’americana, e il film, fra i primi sull’argomento AIDS, riesce anche a servire una causa sociale. Il caso di Andy servirà a ristabilire i diritti per le generazioni future. Non so quante volte ho visto la scena dove i capi di Hanks lo licenziano in modo subdolo, boicottandolo per non fargli capire che non vogliono un socio malato di AIDS. La scena in cui Washington non se la sente e lo rifiuta si conclude con la faccia di Hanks che esce dallo studio di Washington bruised and battered, appunto, accompagnato dalla canzone del Boss, e con uno sguardo che più da Oscar di così si muore. Washington, che pure nel film è da Oscar (non lo prenderà ma sarà consacrato fra i migliori attori americani), raggiunge il suo massimo nella scena in biblioteca quando è costretto ad assistere a un penosissimo show di emarginazione ai danni di Hanks, la malattia ormai in stadio avanzato, che cerca a fatica ogni possibile risorsa per far valere i propri diritti e portare avanti la sua causa da sé. Alla mezzanotte dell’antivigilia di Natale son lì che espello tutti i liquidi che ho in corpo, piango e sudo e piscio in continuazione, la febbre mi strazia, mi strazia la faccia di Washington con al bocca piena che riemerge dalla pila di libri dietro la quale si era nascosto per non farsi riconoscere, rinnegando così il povero Hanks stile San Pietro che rinnega il Rabbi. Il bibliotecario sta offendendo subdolamente Tom Hanks invitandolo a usare un’altra postazione per tema di contagio, Hanks è troppo debole per reagire, nessuno prende le sue difese, di nuovo è bruised and battetred, ma Denzel ingoia il boccone amaro, si alza, esce allo scoperto, e dà il meglio di sé e il suo da undici al bibliotecario stronzo. Fra i due si suggella un patto che si concluderà con la vittoria di Hanks ma anche con la sua morte. Me la riguardo la delicatissima scena finale e scopro che la canzone di chiusura è di  Neil Young. City of brotherly love Place I call home Don’t turn your back on me I don’t want to be alone… Dedica affettuosissima a tutti i bruised and battered di questo mondo, e alla città dell’amore fraterno.
Quindi, già che ci sono, mi infliggo il colpo di grazia con la scena del bacio d’amore e di di riconoscenza fra Hanks e la moglie quando la Emma Thomson annuncia che l’Oscar l’ha vinto lui, e lì scoppio in singhiozzi, ngah-ngah-ngah-ngah-ngah..!

Perché non posso concedermi un natale un po’ allegro, ecchecc@zzxx!
Dove si è cacciata la mia Patatina?

 

 

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