La fissa del posto fisso

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Labrone significa Lido del Mare e deriva dal latino labrum, cioè labbro o estremità, ed identifica una cala naturale localizzata, secondo alcuni autori, dove oggi sorge la città di Livorno, mentre secondo altri, più a sud, nei pressi dell’attuale centro abitato di Castiglioncello, esistente prima dell’edificazione della città stessa. La prima volta di cui si trova traccia del termine è nella lettera di Cicerone al fratello Quinto, dove, se il mio latino non mi inganna, chiede al fratello di andarlo a trovare, via mare, e di sbarcare o a Pisa o a Livorno:

 «[…] ut aut Labrone aut Pisis conscenderet.
Tu, mi frater, simul et ille venerit, primam navigationem […]»

Credo.
Non c’è stato verso di trovare la traduzione.

E insomma che le mie peregrinazioni nel livornese, via terra, sono iniziate tre anni fa circa che son dovuta andare a Livorno a dare lo scritto del concorso per la scuola primaria. Insomma per diventare maestra a tutti gli effetti. Che dopo l’ultima batosta dei cari enti pubblici cominciavo un po’ ad accusare la mancanza di forze, e arrivava l’ennesimo autunno che mi ritrovavo sempre con la bombola dell’ossigeno ennesimamente (per dirla con Cetto La qualunque) a struscio. (E se mi viene l’influenza? E se avrò bisogno di un permesso? E se volessi un anno sabbatico …? Avevo da un po’ cominciato a sfogliare le fitte pagine della Storia dello sfruttamento del corpo docente nell’Era della Post Globalization…).

Ora, messa in questi termini sa tanto di fissa del posto fisso mentre non è così.
Proprio tu, parli di posto fisso?!
E’ che mi è era venuta la fissa della sopravvivenza. Ecco.
Tolta quella, il resto era un gioco da ragazzi. Che io ai miei alunni ci tengo per davvero.
Ma fra campare da liberi professionisti e insegnare nella scuola pubblica c’è una bella differenza, e ve la spiego. (Spiegare, altra fissazione).
Immaginate che vi diano una destinazione, un traguardo a cui arrivare. E quel traguardo si chiama carriera, soddisfazione personale, impegno, insomma:  p r o f e s s  i o n e. E voi non potete rimanere fermi, ci dovete per forza arrivare, alla destinazione.
Ora immaginate che vi diano una bella Golf col pieno di benzina e voi dovete fare affidamento sulle vostre capacità alla guida, conoscenze geografiche, urbane, stradali: cose che avete imparato con impegno e costanza. Programmate il viaggio, calcolate il tempo, vi mettete in marcia consapevoli dei rischi, ma con una bella Golf si viaggia comodi, chance di guasti poche, con una costante manutenzione si arriva al traguardo senza tanti affanni, facendo qualche sosta per sgranchirsi le gambe qua e là, godendosi pure il panorama.
Le cose cambiano se vi danno un’auto scassata, o peggio se il mezzo ve lo dovete trovare da voi, e il traguardo è comunque lì che vi attende. Restare fermi non si può. Alla meta ci sono persone che aspettano voi, che contano sul vostro arrivo, non le potete disertare, avete preso un impegno. Se lo fate ricade tutto su di voi. All’insegnante libero professionista non gli danno la golf e nemmeno la Panda, gli dicono quello è il traguardo, non importa come ci arrivi basta che lo raggiungi. O resti in mezzo a una strada.

Lo scritto del Concorso per la scuola primaria si è svolto molto vicino al mare, forse non troppo distante da dove era sbarcato il fratello di Cicerone (a patto che avesse scelto Labrone piuttosto che Pisa), e ci ero andata in treno, perché la volta prima avevo beccato una multa, Livorno non ha praticamente parcheggi gratuiti per i non residenti. Era una bella giornata di primavera e io mi ero vestita di nero, presentandomi in aula completamente ricoperta di pelo del Golden Retriever della mia ospite AirBnb. Ricordo molto bene la disperazione che sgorgava dai tasti del pc al quale dovevamo scrivere e raccontare in limitatissimo tempo e pochissimo spazio quale fosse l’approccio migliore per una didattica 2.0. Più o meno una cosa così. La mia disperazione non derivava dai peli del cane, ma dal non aver potuto aprire (sempre per la fissa della sopravvivenza) un singolo libro per potermi documentare sulla materia del concorso.
In altre parole, da più di un anno ormai viaggiavo a piedi, con l’autostop, con quel traguardo che si allungava e il tempo mio per raggiungerlo sempre più corto.

2 commenti
    • soniapendola
      soniapendola dice:

      No, al traguardo bisogna pensarci prima. Non dopo.
      Domani sarò ciò che ho scelto di essere oggi.
      (James Joyce)

      Rispondi

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