Un popolo on the road

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Nel 1944 gli Stati Uniti intrapresero un vasto programma di costruzioni autostradali. In poco più di dieci anni erano già in esercizio oltre tredicimila chilometri, contro i cinquecentoventi di casa nostra. Per avere un’idea del profondo cambiamento che avrebbero apportato in fatto di cultura e costumi, e di grandi sconvolgimenti sociali (incluso il mio quarto divorzio), basti pensare allo sguardo allucinato di Anthony Perkins davanti al suo motel ormai abbandonato a se stesso “perché da quando hanno costruito l’autostrada da qui non passa un cane”. Freeways e highways avrebbero soppiantato le ferrovie, sostituite dai Greyhound, i veloci autobus economici a lunga percorrenza che correvano da un capo all’altro del paese, su e giù, coast to coast. Anche Marilyn ne avrebbe preso uno in Fermata d’autobus per raggiungere il Montana e convolare a nozze. Dustin Hoffman ci avrebbe sputato i polmoni nel suo ultimo viaggio verso la Florida.

Potevamo mica restare indietro?
Cinematograficamente parlando, non avevamo certo niente da imparare, da noi c’era Fellini, c’era Rossellini e c’era il Sorpasso, ma quanto a strade e a mezzi pubblici facevamo pena.

Gli Americani sì, sapevano andare on the road.
E dunque copiamoli! Pagando, si intende. Già, ma i soldi? Ce li avete i soldi? Nel settembre del ’56 una famosa banca italiana insieme a una famigerata consorella americana organizzò un viaggio di studio in America per alcuni dirigenti della Società Autostrade, al fine di conoscere questo gioiello di ingegneria stradale. La sorellona avrebbe elargito un prestito alla sorellina, di modo che al rientro in patria si fossero iniziati i lavori.

La delegazione scoprì un nuovo mondo, un gioiello di ingegneria a dir poco futuristica. Altro che la micidiale piattaforma stradale a tre corsie, una per senso di marcia più una centrale, per i frontali. Questi Americani avevano lunghe arterie stradali a quattro e a sei corsie interamente recintate, lontane dai centri abitati, con uno spartitraffico nel mezzo, ampio una trentina di metri, e dotate di tutti i confort e servizi necessari alla circolazione: pompe di benzina, officine, punti di ristoro, telefoni, toilette, rivendite di tabacchi e giornali, motel… Le rest areas. Ma certo, le aree di servizio, che pensata strabiliante! Oasi per il ristoro degli automobilisti ogni quaranta, cinquanta chilometri. Gli ingegneri si misero febbrilmente al lavoro, presero appunti, annotarono, schizzarono il complesso sistema viario escogitato dagli Americani per realizzare incroci fra due arterie, evitando che i veicoli in marcia in senso opposto interferissero fra loro. Riprodussero gli svincoli a quadrifoglio, disegnarono snodi, bretelle, e cinghie di ogni genere. Copiarono le stazioni per il pedaggio e la loro collocazione a distanza strategica per far defluire il traffico, studiarono attentamente il sistema a schede perforate collegato ad un computer per il calcolo e la riscossione dei pedaggi. Insomma tutto made in USA. Poi tornarono a casa e iniziarono i lavori dell’Autostrada del sole. Purtroppo le sei corsie per senso di marcia non ci stavano, due, sì, due potevano bastare. Ma senza marciapiedi o scalini lungo i bordi, vogliamo mica scherzare? E niente paracarri di pietra o di cemento. Lungo le superstrade birilli di plastica bianca con catarifrangente, in autostrada i guardarail! Dato che le autostrade le avevano inventate loro, e vista anche l’accoglienza e la cortesia, era più che legittimo lasciare uno strascico di debito a vita che richiamasse alla mente degli automobilisti i fautori del generosissimo prestito.

I verbi più ricorrenti del lessico stradale sono tre e agli studenti è consigliato di imparare quanto prima un’altra sacra triade: to ride, to hit, to switch. 

Un italiano ha ancora molto da imparare in America. Specie quelli che vengono da terra apuana, dove sia che prendi per Livorno sia che prendi per Genova, sulla A12 che passa da Carrara di corsie ce ne sono due, con quella di emergenza che ogni tanto sparisce e la rivedi a babbo morto. Salvo cantieri. Gli ingegneri al ritorno dall’America si devono essere dimenticati di noi. Tagliati fuori dal mondo.
Dove? Laggiù, in quella terra di nessuno? Ma figurati…
Prendo a Ovest? O a Est? Ovvio che nell’ausilare del Gringo non c’è un briciolo di ansia né indecisione, tutta scena la sua, lo fa per impressionarmi, conosce benissimo la direzione da prendere e a quale altezza colpire, ma continua a farsi finte domande sulla right way: Shall I switch ? Shall I not? Recita. Si diverte a prendersi gioco di me, che sempre mi incanto a guardarlo per come riesce a cavalcare e a fare altro, tipo parlare al telefono e dare occasionali palpatine alla sua muchacha. Volendo si può guardare la tv, come sta facendo il tizio alla mia destra, ma qualche incrocio prima ho anche visto un rabbino leggere il giornale, famiglie a fare allegramente merenda, yoga, potare il limone…
Te l’ho detto che è facile… Basta mettere in D. Tanto, se qualche occasional driver guida “insanely” e non sta in riga, basta denunciarlo al numero riportato sul bagagliaio. How am I driving? E’ scritto su molti veicoli. I cowboy sono onesti e responsabili. Sanno quando è consentito switchare o quando è necessario stare in riga. Stay in line! E’ scritto su entrambi i lati della carreggiata. Se sgarri, ti rimandano all’orale.
Peggio, a Carrara.
Che non è Las Vegas, dove anche nel centro urbano le dimesioni della strada sono disarmanti e le tante lanes, le corsie, ti confondono. In questa Unit stiamo cavalcando il Las Vegas Boulevard che ne ha una mezza dozzina per senso di marcia, più due al centro di colore giallo.
Che servono a …?
(…)
Le strisce importanti ovviamente non ce le mettono, stanno a spendere un sacco di soldi poi si fanno compatire. Preferiscono le borchie. Al posto delle lines le lanes ci hanno enormi spunzoni con lucette incorporate che ne demarcano il senso di marcia, decisamente inutili anche di sera perché si vedono a malapena. Di giorno si sentono. Con gran godimento della Good Year, come dimostrano i brandelli di battistrada sul ciglio della carreggiata, e conseguente alzamento di pressione della sottoscritta. In compenso, nel centro urbano, le cose si ridimensionano, e c’è da ammettere che il peculiare stile di guida dei cowboy facilita lo switch. Non ti stanno al culo come a Carrara, tengono sempre le distanze, Prego, si accomodi… Non per eccessiva diffidenza, ma per l’abbondante spazio a disposizione. Il normal passing, da sinistra, gli fa uggia. Anzi variare. Un po’ ti sorpasso da destra, Hello! quindi ti ribecco da sinistra, How are you doing? Dopodiché mi ti piazzo al fianco e non mi schiodo più. Di modo che il viaggio è sempre allietato da facce amiche. Di dove hai detto che sei? Italy?! Oh, bella paese! (driver da sinistra). Can you make Teeramesooh? (driver da destra). E se anche qualcuno preferisce la bruscetta, su una cosa sono tutti d’accordo: i campioni del mondo siamo noi!
W Tory (Totti versione anglofona)!
W Bagghio!
Ah, Italia, bella paese!
Non resta che levarsi di culo. Ovvero switchare.

To switch, cambiare corsia, posto, direzione, in attesa di colpire il prossimo incrocio.
To hit, verbo irregolare molto semplice da memorizzare, ma attenzione al suo significato negativo. Bisogna prendere bene la mira, calcolare l’altezza quindi: bang! Dritto alla meta. O al prossimo incrocio, dove, in mancanza di semaforo, a chi prima arriva prima tocca, come ai bordi delle sorgenti un tempo. Solo che spesso non si riesce a mettersi d’accordo per colpa della smodata gentilezza. Dopo di lei, prego… Ma non ci pensi nemmeno, tocca a lei… No, guardi che è arrivato il signore alla sua sinistra… già che ci siamo, sa mica a quanto ha chiuso Wall Street?
The road: luogo che favorisce lo sboccio di vere e proprie amicizie di viaggio (ma solo per cavalcatori avanzati). Ottimo per tenere una conversazione a puntate. A ogni scontro incontri qualcuno e scopri nuovi dettagli suoi tuoi travelling companions. What’s your job? Are you married? Where did you say you are from..? Carrera?! Oh! cosa darei per farci un giro. Magari un’altra volta, ora, se non le dispiace …
(…)
(Dal mio “Lezioni di Far West”, Edizioni Clandestine, presto in versione e-book).
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