Take the long way home

Una question ricorrente da questi parti è, E ora come ci arrivo a casa?
Ma mentre in patria comincio a preoccuparmi ore, giorni, settimane (!) prima dell’evento in questione: informandomi, telefonando, prenotando; qui la preoccupazione è del tutto irrilevante. Suppongo che ciò dipenda dal mio essere ospite temporanea e turista, di certo se vivessi qui, imparerei a fare mie le abitudini locali, che prevedono appunto di non preoccuparsi per niente e l’adozione di un misto di andate e ritorni basati su passaggi semi-pagati, scroccati, pretesi (di cui sempre però va implorata la benedizione del Buddha.). La mia parentesi ‘restitutiva’ nel Phố Cổ si è conclusa ahimè, il Van Phu Victoria aspetta con ansia il mio rientro alla base, anche perché la piccola alleata della North Carolina ha battuto in ritirata dopo sole 48 ore, devono essere state le code per cena, non chiedetemi di quale pesce. Una specialità della Twa. Io andavo di fretta, e ho detto “passo!” La poveretta non so.

Dovete capire che ìn America l’animale intero non usa. Non va bene.
Non va?
No che non va. Difficile trovare un pollo o altro animale intero con tutte le sue bodyparts al proprio posto in America (i tacchini del ringraziamento sono ben camuffati e assomigliano a sacchi a pelo congelati), tranne che nei mercati e supermercati appunto asiatici. Ancora una volta lo yin e lo yang: il body di qua e le sue parts di là.
Questo pio bove con le sue bodyparts ancora intatte e al proprio posto, è un mezzo di trasporto che non ho ancora provato. Il cyclo sì. Perché mi ero persa nel labirinto di stradine del vecchio centro. Ho pure fatto le riprese allo scenario infernale che mi si dispiegava davanti agli occhi mentre il mio chauffeur si perdeva ancora di più nel labirinto del Phố Cổ. Eccolo col berretto nella foto a destra che consulta la mia cartina con dei colleghi, Ti dico che devi svoltare per di qui, sennò vai a finire nel lago, den-den! Poi l’ho filmato mentre argomentava i suoi cin-ciun-cian con delle damine che, gnam-gnam, stavano spolpandosi la loro bella rosticciana sedute suo gradini di una farmacia (sarà per questo che non hanno problemi di restituzione, stan sempre rannicchiate, chissà, potrei provare.). Mentre l’allegro trio era intento in prendi-a-sinistra-no-anzi-a-destra, il cyclo dal quale mi gustavo la scena filmando, retrocedeva, perché l’ometto non aveva messo il freno a mano, o magari non ce l’hanno. E retrocedere nel traffico del Phố Cổ di Hà Nội non è cosa auspicabile. Comunque, dopo una serie di suffragi universali, consultazioni di google map, telefonate al cognato e raccomandazioni al Buddha, sono arrivata a destinazione al Nova Hotel. All’arrivo si era anche lasciato fotografare con le sue belle gengive scintillanti da neonato in mostra, ma era buio, un pullman turistico incombeva dietro di lui, non riuscivo a mettere a fuoco, rischiava di falciarlo, ho lasciato perdere.
Ecco però, dicevo, ora a casa come ci torno?
I miei due dinamici ospiti: scordarseli! Lui, sempre o al lavoro o alla pianola; lei, presa a spremersi e massaggiarsi le tette, o è a contattare qualche volontaria canadese o malesiana esperta in home-schooling che possa aiutarla a far decollare i suoi progetti, oscuri prima di tutto a se stessa. Mi ha appena mandato un messaggio per dirmi che mi aspettano per cena. Ho risposto, Non vi preoccupate, mi arrangio da sola.
Ti lasciamo due code?
No, non datevi disturbo.
Non voglio prendere un altro taxi, perché anche se cheap son sempre dong che se ne vanno. Cosa farebbe la Oriana in queste circostanze?
Prenderebbe il bus, certo. All’andata l’ho preso ma è stato un incubo: chi puntava sul numero 2, chi sull’1, chi insisteva vai col 5, dopo una serie di scommesse son salita su quello sbagliato. Ci ho messo due ore e quaranta per arrivare da Massa a Carrara lungo l’Aurelia. E’ molto interessante per osservare i locali, carpirne trend e abitudini (scatarrare, sputare, indossare pigiami ‘da giorno’, dormire d’in piedi…) e stringere amicizie. I giovani adorano parlare in inglese e scoprire cose di un altro mondo. E quando dico amicizia non dico tentativo di estorcerti denaro con le lusinghe o fracassarti i maroni, no-no. Sono simpaticissimi e discreti. And very helpful. Ho una mezza dozzina di nuovi contatti nella rubrica del telefono. E mi ritorna in mente quando da ragazzina uscivo da scuola, un liceo linguistico allora privato sito ai Ronchi di Massa, sul mare, e con le mie amiche a primavera si apriva una vera e propria caccia ai turisti. Per lo più tedeschi, che già all’epoca parlavano un discreto inglese. Chissà, quanti di loro saranno tornati a casa scrivendo note simili alle mie. Così come lo stupore che ogni tanto cerco di auto-fotografarmi mi ricorda molto quello letto sulle facce di amici o clienti americani o scandinavi che ho accompagnato su alle cave. Si coglie una lieve nota di paternalistica compassione e finta riverenza verso chi vive secondo canoni che a casa propria sono ormai da tempo archiviati e dimenticati. Nota che sfuma subito in incredulità: questi mangiano il lardo del maiale? Gli intestini? Buttano la carta della pizza per terra?! Imbrattano i loro monumenti?! Lasciano i loro cani liberi di pisciare sulle soglie di case altrui?! Et cetera… Quelli della caccia ai turisti erano gli anni in cui la leggevo, la Oriana, libro dopo libro, ero innamorata del suo modo di essere e di scrivere, e di darsi l’eyeliner. Quando è morta, la Natalia Aspesi ha scritto, Una donna contro e in fuga da tutto. E molte volte questo viaggio mi ha fatto sentire come lei, con le dovute differenze, che una come lei non si sarebbe persa metà archivio di foto e di appunti per cattiva organizzazione. Ma, mentre cavalcavo sul Quang Trung Duòng a bordo di una dei milioni di motorette priva di specchietti laterali, e mi tenevo con discrezione alle braccia del mio ‘tassista’ che per centomila dong (eravamo partiti da centoottanta) ha acconsentito a riportarmi a casa, zaino e tutto, ho sentito di essere dove volevo essere, ho sentito di appartenere a quel luogo, a quel momento. Che era importante che fossi lì, a pensare queste cose, a imparare tutto ciò che questo viaggio mi ha insegnato. Il casco ce l’avevo ma mi saltava in continuazione, quello del mio chauffeur era di certo appartenuto al padre o allo zio in una delle offensive della campagna di Ho Chi Minh. Giuro. Lo avevo immortalato insieme a un centinaio di altri scatti tirati in bilico dalla motoretta, ho veramente rischiato di cadere. Anche perché, oltre al mio cargo, sul motociclo ci abbiamo caricato: un sacco di riso piuttosto pesantuccio, una borsata di non so quali verdure, e una borsa con dentro della biancheria. Continuo a cercarle nelle varie cartelle ma niente, sono andate perdute nel crash dell’HD, io invece sono riuscita ad arrivare a casa illesa, e ora mi aspetta il viaggio più lungo e faticoso, di ritorno alla realtà.
Will passenger Sonia Pendòlah please go to Gate D for immediate boarding.
Di certo la Oriana ci aveva un cognome più bello.

1 commento

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