Lo Yin e lo Yang (e lo sbarco degli alleati)

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Oggi mi voglio avventurare in una spiegazione dello yin e dello yang…
Lo yin e lo yang sono le due metà del Tao, che in vietnamita vuol dire mela, l’ho imparato dai miei kids del Vương Quốc Xitrum. Quando abbiamo fatto la frutta. Ci sono voluti dei bambini a farmi notare una cosa così semplice. Il Tao diviso a metà.

Lo Yin (il nero) e lo yang (il bianco).
Hanno origine dall’antica filosofia cinese, molto probabilmente dall’osservazione del giorno che si tramuta in notte e della notte che si tramuta in giorno, (come ci ricorda la nostra ricorrente espressione, “C’è dal giorno alla notte”) o dalle osservazioni e riflessioni che Laozi faceva nei confronti del fuoco, notandone il colore, il calore, la luce e la propensione della fiamma di svilupparsi verso l’alto. Da qui tutta la classificazione in “yin” e “yang” anche di ogni fenomeno naturale (es. il fuoco è caldo, emette luce, sale verso il cielo quindi è yang). E’ fondamentale che ci sia equilibrio, altrimenti sono guai. E Trang dice che devo bilanciare. Dice che io sono un’eccessiva…

Ma va’?
Eccesso di yin o eccesso di yiang, dice lei, e che non va bene.
Non va?
Non va.
In effetti questo blog ne è un esempio. Lo scarto temporale fra le esperienze che vivo e quelle che ci racconto mi crea a volte non pochi scompensi. Dal momento che non posso passare il tempo a scrivere. Devo anche lavorare (e vivere, e viaggiare: sennò poi di cosa scrivo?), che è il motivo principale per cui sono qui. L’accumulo di cose da metabolizzare, digerire se preferite, a volte è tale e tanto che mi manda in tilt. Vorrei avere una vita di scorta. Altrimenti è come vivere a metà una cosa e a metà quell’altra. Stamani ad esempio vi vorrei raccontare della Baia di Halong, sono in partenza fra poco e qui in albergo c’è frenetico fermento (inclusa la cameriera al banco colazioni che si sta asciugando – lì, proprio lì – i capelli. Tranquilla, col suo phon, e le chiome che svolazzano fra le caraffe di caffè, la frutta sbucciata e affettata …), dicevo, vorrei continuare ma devo lasciarla in bozza perché ho da concludere il mio congedo “restitutivo”. Quindi procedo, se non altro le storie riesco ancora a restituirle.

Rieccomi per la seconda volta sul neutral ground del Nova Hotel di Hanoi (terza in realtà, ma per il motivo appena detto facciamo finta che sia la seconda), regalino sopraggiunto da casa dello Zio Sam, zio Roger per la verità: stavolta camera con vista, grazie alle truppe dei nostri alleati! Il personale mi ha riconosciuta appena arrivata, Su-ni-àh, Su-ni-àh, il mio nome che rimbalza dappertutto e arriva in bocca a Ryan, un receptionist sveglio e in gamba e con un buona padronanza dell’inglese, riesce a starmi dietro e a cazzeggiare anche un po’, senza mai perdere un colpo.

Che a proposito di alleati, ho dimenticato di dirvi di Chris, una piccola yankee. Anni 23. Della North Carolina. In teoria potrei essere sua madre. E’ sbarcata al Van Phu Victoria ieri l’altro, è arrivata che io mi stavo congedando. Giusto il tempo di un saluto veloce sulla porta e l’ho mollata con la Twa, così, di brutto: subito in media res. Visto che dovranno condividere la stanza e il giaciglio. Mentre scendevo in ascensore mi chiedevo se la Twa non avesse per caso perduto qualche parente o amico in guerra, al tempo. E come si potesse sentire ad averci in casa la potenziale figlia – o nipote, chissà? – di qualche Marine o GI americano… Ecco, il Vietnam e gli Usa sono un ottimo esempio di yin e di yang. Complementari e opposti. A entrambi i paesi manca qualcosa per cui devono andarla a cercare (comprare, sottrarre, implorare…) dal proprio nemico/alleato. Non mi aspettavo certo di trovare risentimento nei racconti delle persone a cui puntualmente chiedo notizie o racconti, in fondo la guerra si è conclusa non troppo tempo fa. No, certo. Ma riflessioni sì; argomentazioni, emozioni. Nere o bianche o rosse che fossero. E invece niente. La sola nota agra, semmai, salta sempre fuori vis à vis dei cinesi. I cinesi proprio non se li filano. Una cultura, religione ed etnia che più simile non si può, viene vista come il fumo negli occhi. Gli americani sono piuttosto idolatrati. E l’America è ovunque. Una cosa è piuttosto ovvia e palese: Se nel Western World il nome Vietnam è ancora associato alla guerra con l’America, da queste parti vi garantisco che l’America richiama tutto tranne che la guerra. Se non come bene di consumo.

Quantomeno dalle parti del French quarter (esatto, come quello di New Orleans, coincidenza?), dove sono andata a regalarmi una splendida lavata di capo più strepitoso massaggio (mai ricevuta una grazia simile!), in un pub ho letto su una parete lo slogan americano I want you! e l’aggiunta Back here. Questo per dire che di risentimento verso lo zio Sam da queste parti non ce n’è. Manco un po’. Appena arrivata notavo lungo i vialoni della periferia donnine che bruciavano dollari lungo il ciglio della strada, pensavo, Ecco un segno di disprezzo profondo. Giorni fa ho scoperto che si bruciano come omaggio riverenziale ai defunti. La cenere vola verso l’aldilà, e anche loro possono comperarsi hamburgers and French fries. I suppose… Perché ai morti si fanno offerte alimentari di ogni tipo. Anche alcool. Frutta. Dolcetti.

E visto che si è fatta ora di cena… mi sa che seguo il consiglio di Trang e esco a ‘bilanciare’ la dieta della Twa:  stasera ci trattiamo bene!

E già che ci siamo…. Buoni Morti a tutti!

4 commenti
  1. Avatar
    giulia bianchi dice:

    bello, sembra di esserci già stati, quando è così vuol dire che uno è riuscito a passare qualcosa.
    pensavo anche di dirti che devi dare delle pennellate, non raccontare tutto,
    ma questo si sa, solo che è difficile da praticare.

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