Superlativi assoluti: uno scrittore grandissimo

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Buon Dio, dissi, il più grande scrittore d’America!
Saltai giù dallo sgabello e attraversai il locale verso il vano di una porta coperto da una tenda che dava nella sala da pranzo. Scostando la tenda, vidi un cameriere che accompagnava Lewis e le sue amiche in un separé.
Non potei trattenermi. Tutt’a un tratto mi stavo facendo strada fra i tavolini verso il più grande scrittore d’America. Fu un impulso folle e cieco. Improvvisamente mi trovai davanti al separé di Lewis. Assorto nella conversazione con le donne, non mi vide. Sorrisi alla vista dei suoi capelli rossi che andavano diradandosi, della sua faccia alquanto lentigginosa e delle sue lunghe mani delicate.
Sinclair Lewis, dissi.
Lui e le sue amiche alzarono gli occhi verso di me.
Lei è il più grande romanziere che questo paese abbia mai prodotto, farfugliai. Tutto quello che voglio è stringerle la mano. Io sono Arturo Bandini. Scrivo per H.L. Muller, il suo migliore amico. Allungai la mano. Sono contento di conoscerla, signor Lewis.
Mi fissò con uno sguardo sconcertato, gli occhi azzurri e freddi. La mia mano stava lì sul tavolo fra di noi. Non la strinse. Si limitò a guardarmi fisso, e anche le donne mi guardavano. Lentamente ritirai la mano.
È bello conoscerla, signor Lewis. Scusi se l’ho disturbata. Mi voltai con orrore, le budella in subbuglio, mentre mi affrettavo tra i tavoli verso il bar per raggiungere Frank Edgington. Ero furioso, deluso, mortificato, umiliato. Afferrai lo scotch con soda di Frank e lo buttai giù. Frank e il barista si scambiarono un‘occhiata.
Per favore mi dia carta e matita.
Il barista mi mise davanti un blocchetto e una matita.
Respirando a fatica, con la matita che tremava, scrissi:

Caro Sinclair Lewis,

una volta eri un Dio, ma adesso sei un porco. Una volta ti riverivo e ti ammiravo, e adesso sei un nulla. Sono venuto a stringerti la mano in adorazione, a te, Lewis, un gigante tra gli scrittori americani, e tu l’hai rifiutata. Giuro che non leggerò mai più una riga scritta da te. Sei un bifolco maleducato. Mi hai tradito. Parlerò di te a H.L. Muller, di come mi hai umiliato. Lo dirò al monto intero.

Arturo Bandini.

P.s. Spero che la bistecca ti vada di trasverso.

Piegai il foglio e feci segno al cameriere. Venne. Gli porsi il biglietto.
Vuole per favore dare questo a Sinclair Lewis?
Lui lo prese e io gli diedi dei soldi. Entrò nella sala da pranzo. Rimasi sulla soglia a guardare mentre si avvicinava al tavolo di Lewis. Gli consegnò il biglietto. Lewis se lo tenne davant per alcuni istanti. Poi balzò in piedi guardandosi attorno, richiamado il cameriere. Uscì dal separé e il cameriere mi indicò. Col tovagliolo in mano Lewis venne a grandi passi verso di me. Io schizzai fuori di lì, fuori della porta di ingresso, e giù per la strada verso il parcheggio e la Cadillac di Frank. E balzai nel sedile posteeiore. Da dove ero seduto potevo vedere la strada, e dopo un attimo apparve sul marciapiede Lewis nervoso, stringendo ancora il tovagliolo. Si guardava intorno, agitato.
Bandini! chiamò. Dove sei? Sono Sinclair Lewis. Dove sei, Bandini?
Stavo seduto, immobile. Pochi attmi dopo, lui tornò verso il ristorante. Mi lasciai andare, esausto, confuso, non ricooscendo me stesso o le mie capacità. Sedevo lì tra dubbi, tormenti, vergogne, rimpianti. Mi accesi una sigaretta e l’aspirai avidamente. Poco dopo, Frank Edgington uscì dal ristorante e venne verso la macchina. Si protese all’interno e mi guardò.
Stai bene?
Sì, dissi.
Cosa è successo?
Non lo so.
Che era quel biglietto che hai scritto?
Non lo so.
Tu sei pazzo. Vuoi mangiare?
Non qui, andiamo in un altro posto.
Come vuoi.
Si sedette al volante e mise in moto.

(John Fante, Sogni di Bunker Hill, nella traduzione di F. Durante, Mondadori Editore)

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