Help me!

Il cameriere ha chiesto se poteva portar via e my husband gli ha risposto di sì, che il dessert non ci va e se quando ha un attimo ci porta il conto, please.
Io ho lasciato tutto lì. Mi si è chiuso lo stomaco.
Are you okay? Mi ha chiesto lui, sei molto pallida…
La prima volta che ricordo di essere impallidita è stato un pomeriggio a quattro anni che stavo andando al mare con mia mamma e la mia madrina. L’AVANTI era scattato, ma da sinistra sbucò un TIR. Mia madre urlò. La mia madrina mi afferrò al volo per un braccio e mi tirò indietro, ianca ianca, talè comu si fici ianca a criatura.
Più di recente è successo un paio di anni fa. Una mattina che mia mamma è davanti a me nella cucina di casa mia e mi dice che a mio zio Gianni gli hanno trovato un coso in gola. E che glielo devono levare. Non avendo una sedia vicina, né una madrina ad afferrarmi al volo, mi sono aggrappata alla maniglia del forno. Ianca ianca. Stai bene? Beviti un bicchier d’acqua…
Are you okay? ha ripetuto la mia metà. Finta di niente ho cercato di afferrare il Père Anselme ma lui mi ha bloccato la mano. Basta, ha detto, che ti fa male. E che a tutto c’è un limite. Dai, andiamo che è tardi, e il film sta per cominciare. L’atmosfera sotto di noi si stava surriscaldando, l’enorme testa di Joker illuminatissima sospesa nel vuoto girava e girava e girava, mia figlia faceva su e giù con la sua, nel ristorante eravamo rimasti noi tre: io e la mia family. Andiamo, andiamo… Cioè, loro. Io resto. Io stasera mi fermo qui. All’Orleans.
Io ogni tanto se non mi allontano dalla famiglia, o dagli amici, o da un qualsiasi consorzio umano in cui sono entrata per un motivo o per un altro a troppo stretto contatto, ecco io, se non lo faccio, poi sto fresca. Io, dopo un po’, gli altri mi bucano. Mi feriscono. Allora son venuta qualche giorno qui all’Orleans a vedere se mi riossigeno un po’ la mente. Se mi levo qualche aculeo che mi è rimasto dentro.
Ho chiesto una camera che guarda a Ovest, con vista sulla Sierra. Più in alto possibile, ho chiesto, e il simpatico receptionist mi ha dato la 1905. Che coincide anche con la data di nascita di questa città. Io sessant’anni dopo. Diciannovesimo piano. Sopra di me, a chiudere la serie, il 20 e 21, i due piani esclusivi. Con le Suites Deluxe che ci si può accedere solo inserendo la card nell’ascensore. Ma io non mi lamento, ho una bella camera. Vista mozzafiato sul Monte Charleston e sul Red Rock Canyon. Due letti taglia Queen. Per ospitare la famiglia se vorrà venirmi a trovare. L’ho risistemata a modo mio, come nei film di spionaggio, con la scrivania sotto la grande finestra e la poltrona al posto della scrivania. Ho disfatto le valigie, ho sistemato le mie robe nel bagno, che per fortuna ha la finestra, e si vede tutto fino a Searchlight. Mi piace che i bagni abbiano una bella vista, e qua è raro, perché di solito son ciechi.
E dicevo che ho sistemato tutte le mie cose. E non come di solito le sistemo quando viaggio, in quel modo tipico di chi è di passaggio. Io le ho sistemate come se ci dovessi vivere un po’, qui all’Orleans. Poi ho attaccato il Do Not Disturb alla porta come Tom Cruise in Mission Impossible. Che per dirvela tutta, io all’Orleans ci sono venuta per vedere se riesco a finire di raccontare una storia che altrimenti se mi resta dentro troppo a lungo poi mi buca da tutte le parti. Io questa cosa dello scrivere la volevo fare di mestiere e invece me la sono ritrovata per vizio. Caro amico ti scrivo. Il peggiore di quelli che ho. Amici, parenti, ex prof, giornalisti… caro amico ti scrivo, ti racconto il mio viaggio. Mentre cambiavo l’assetto del mobilio, sotto gli sguardi un po’ lessi del resto della family, mi è venuta in mente un’altra volta, la prima che mi sono dovuta allontanare per non rimetterci la salute, solo che quella volta lì non ho fatto a tempo a evitare il peggio. È stato quando a diciotto anni avevo interrotto la scuola per via che mio babbo era diventato insopportabile. Bucava troppo. Mio babbo, dovete sapere, ha sempre avuto il vizio del vino, che di per sé non sarebbe niente di grave, anch’io ci indulgo col vino. Solo che lui ce l’ha cattivo, così dice mia mamma. Che la colpa l’ha sempre data al vino, mai a lui che ha il vizio. Che mi staccava la corrente per non farmi studiare la sera. Ora non voglio stare a farla troppo lunga, in questa storia loro non c’entrano, giusto di striscio, giusto in questo che stavo per dire, che appunto a diciotto anni da poco compiuti io me ne sono andata di casa e il resto della mia famiglia di allora, composta di numero due persone come adesso, è rimasta a guardare senza dire bah. Dice, eh, non ti ha mica sbattuto fuori nessuno, sei tu che te ne sei andata. Giusto. Anche allora ricordo avevo messo in valigia non vestiti, ma libri, appunti, penne, i computer non c’erano. Avevo preso su e me n’ero andata, tre vie più in là di casa mia. Dalla mia madrina e da mio zio Gianni. A studiare in pace perché il vino in casa nostra quell’anno era particolarmente cattivo.
Per questo poco fa mi sono rabbuiata. C’ero io che muovevo oggetti e disponevo le mie cose, e il resto della family che stava a guardare. Tale e quale l’anno dei miei 18. (Vi dico già che in questa storia ci saranno un sacco di numeri). Ho trovato la cosa sconcertante, avrei voluto un tantino di partecipazione emotiva in più, anche perché stava per far capolino una vecchia conoscenza di cui magari dico dopo altrimenti perdo il filo.

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1 commento
  1. Avatar
    Giada dice:

    Mi piacciono le persone che bucano, il vino cattivo, il ravaneto (il cui significato ignoravo), Mecchenzi, il tenente Straker (me lo sono perso, ero della generazione di Spazio 1999) e il buonsenso della tua allora metà, per non parlare della sua allergia alla gente normale. Con questo non sto dicendo che non abbia rispetto dei tuoi disagi del momento, ma che averli descritti accompagnandoli in questo modo è simpatico, allenta la tensione, la carica emozionale. Meglio di un’analisi e descrizione profonda delle emozioni. Quelle si che avrebbero stretto lo stomaco e “bucato” il lettore. Oltretutto (detto alla spiccia) ogni anima ha bisogno di nutrirsi delle proprie; se si decide di farle “assaggiare” agli altri bisogna poi essere consapevoli che il “sapore” cambia.
    Quella di Rocky è una storia tosta. Per me che la leggo è una storia come tante che si sentono. Sei tu che sei stata tanta roba! E’ il tuo impegno fino in fondo, la tua costanza, la presenza e l’affetto che hai provato per Rocky che mi ha fatto appassionare alla sua storia e dispiacere per la fine che lo attendeva. Non sarei mai stata in grado di impegnarmi come hai fatto tu.

    GM

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