Non attrezzati a ricevere.

Chiedo scusa, non sono attrezzato a ricevere, fa più o meno così la battuta che mi è rimasta dentro dal film squisito Viva la libertà, dove un super Tony Servillo, sdoppiato in due fratelli gemelli, si scusa con l’ospite di turno che esita a far entrare in casa. La casa stretta e caotica manca di mobilia, manca dell’attrezzatura giusta; a differenza, mi viene in mente, dello spazioso Hotel California, firmato dagli Eagles, dove il capo-zombie si dichiara “programmed to receive”.

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Io mi sono de-programmata. E questo post è per chiedere venia a chi è rimasto sulla soglia di casa mia, a chi manco sa dove sto di casa. A chi aspetta da tempo un invito. Una casa dove c’è tutto ma manca l’essenziale. Come a me. Sembro sembro che non manco di nulla, ma sono tutti orpelli, e mi sto de-programmando a ricevere. Ad accogliere. Il verbo re-cipere, notavo, ha la doppia valenza di accogliere, sia qualcosa che ci viene offerto sia qualcuno che si offre a noi.

E dire che in America ho cambiato quattro o cinque case, forse di più, perché ogni volta mi pareva che non fossero abbastanza attrezzate a ricevere. Di fatto lo erano, a paragone di questa capannetta marinella, ma erano, appunto, tutti orpelli. Questo fatto l’ho pure descritto in un racconto che secondo me fa un po’ pari e patta con la canzone di Renato Zero che stamani me lo ha rimesso in testa, ricordandomi del deserto del Mohave in cui vivevo, e di quello che mi si sta ora allargando a macchia d’olio dentro.

(…)

Io negli ultimi due anni ho praticamente perso tutto. E sto parlando di rapporti umani, non di denaro. Come dice una poesia che sembra scritta su misura per me, io ho non bisogno di denaro, ho bisogno di sentimenti. Io del denaro non so proprio che farmene. Are you okay? Ti serve qualcosa? Io non esco quasi più, non compro nemmeno il pane, né il latte o il burro, a queste cose ci pensa my husband. Io vivo un periodo di attesa. Sono in transizione. Take it easy, mi fa, lui che è un tesoro, e che presto di qua ce ne andremo, via da questo deserto arido e secco, e ci trasferiremo a est. Sul Delta del Mississippi.

A ben ragionare, anche se coi sentimenti la ragione non c’entra; a ben pensare, io credo di aver accettato di venire a vivere in questo deserto proprio per via che gli altri non mi sentivano più. Erano diventati un po’ sordi. Allora io mi avvicinavo troppo e il risultato era che mi bucavo. Come i porcospini di Shopenhauer, che anche quella è roba che sembra scritta su misura per me. Ho pensato, se magari mi allontano, se la smetto di stargli troppo dappresso, di alzare la voce, di beccarmi gli aculei…

Io credo che a volte nella vita arriva il momento di arieggiare la camera dei sentimenti. Quella dove alloggiano gli amici speciali. Ce l’hanno anche qui, all’Orleans, la Invited Guests Room. Vicino al Registering Desk. Nella mia, per dirvi, ultimamente ci puzzava di stantio, non ci soggiornava più nessuno da tempo, così ho spalancato un po’ le finestre, ho fatto entrare aria nuova. Un po’ di sole. Di luce. Nuova tappezzeria e nuovi tendaggi, e ho detto: vedrai che qualcuno prima o poi viene a suonare al campanello. Ero riuscita anche a convincere il mio sposo a trasferirci in una casa più grande. Un anno ormai. Io continuo a arieggiare, aprire imposte, spalancare finestre… Le mosche entrano, quelle sì, e le bacche di gelso, che io e my husband ne abbiamo due nel giardino sul retro. Nel back yard. Non essendo autoctoni, fanno oltretutto una zimma assurda. Perdono le bacche. Fossero almeno commestibili. E devi sempre essere lì a pulire dopo aver arieggiato. La nota positiva è che il loro essere del tutto fuori luogo fa sentire la sottoscritta meno sola.

Ci facciamo certi monologhi. Io parlo a loro, loro parlano al vento. Cari, verdi gelsi ombrosi … Poi chiudo le imposte e torno a sognare di trovare un amico. Uno vero, più forte e saggio di me, che non mi permetta di mandare tutto in malora. Di quelli che ti sentono anche quando non chiami, di quelli che quando è un po’ che non chiami o non scrivi, non parte all’attacco coi Come mai; men che meno tace a sua volta. Au contraire! Siccome ti è amico, ovvero ti conosce, sa bene che se non chiami o non scrivi c’è qualcosa che non va. Che ti sei arenato da qualche parte, hai smarrito la rotta, imbarcato acqua, perso il salvagente o checcazzo ne so? Ma un amico sì. Un amico queste cose le sa eccome. Non te lo fa pesare il silenzio, un amico.

Ora che finalmente ne avevo trovato uno. (…)

(Tratto da Help Me! della sottoscritta, chi vuole leggerlo tutto, non ha che da fare un fischio).

1 commento
  1. Avatar
    crescent-city dice:

    Here is my whistle………………….
    I would like to read all of it, since I am not sure I understand everything. I understand a lot, but not all. (thank-you)

    Rispondi

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