φωτογραφίες (non ricordo più cosa significa)

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Settembre 2013 
Questo post in realtà si doveva intitolare, Mo’ al va.. (i carrarini intendano).

Premessa: in Turchia inglese poco e niente, i turchi sanno essere tanto galanti e gentili quanto scortesi e rognosi (il che è sempre meglio di una melensa via di mezzo politically correct = ti accontento perché paghi); terzo : certe zone della Turchia sono ancora un po’ rurali e fuori mano, e non si sa mai, better be safe than sorry e stiamo all’erta.
Dopo una bella continental e variegata breakfast a base di cetrioli sconditi, olive, broda turca, formaggino tipo Invernizzi (che imbosco) e mela (che mangio subito) sono piena di energie e con Paolo Saulo apostolo come guida e modello mi metto in marcia, solo che arrivo fino alla piazzetta di Basmane e poi la mia marcia a piedi si conclude lì, dentro un ticket office, che non fatevi ingannare come ripeto inglese zero. Do una rimescolata in tasca ai bigliettini, Efeso, Mileto, Mileto, Efeso e il turno se lo aggiudica Efeso, Mileto alla prossima.
Solo che scopro a fatica che non ci si va diretti, prima bus fino all’Otogare di Selçuk (e qui intendo), dopodiché dolmus per Efeso.

How far?
Hayir, hayir…
Sì, ma quanto?
Hayir!
Far?
Hayir!
Sta’ allegro.

Invece poi allegra sto io perché come sempre mi distraggo a fare foto e talenti con questo e quello, quando arriva il dolmus il tipo del ticket office mi dice, dat one, dat one, ma ce n’è più di uno, e salita su quello che credo sia il mio, mostro il ticket all’autista, chiedo conferma per sicurezza, Selçuk? ma è notte sul Bosforo (che da noi a Carrara sta per boh!). Mi siedo, poi lo ritiro fuori, lo mostro a tre o quattro, non si alza una testa. Selciuk! Selciuk! Come si diceva per favore in turco?

Il pulminetto ottomano sfreccia già lungo i viali, e mi vedo sbarcare in mezzo alla campagna dell’Anatolia fra capre e tacchini, continuo a chiedere Selciuk!? Selciuk!? ma non mi considerano proprio, forse pronuncio male? Uaz de problem? Chiedo in un inglese passato sotto un autotreno (i miei students si tappino le orecchie) per farmi capire meglio, e proprio a un semaforo di sfuggita scorgo il Dio Pan, ed è lì che penso, Mo’ al va… quando una gentile e coraggiosa signora tira su la testa e come se stesse cercando di eludere la Stasi o il KJB, sussurra, Ochei, ochei, e fa un verso con la mano, tranquilla, tranquilla…

Sto tranquilla.
(Non scassare…).
(Occhei).

                           

Scendo dal pulminetto nell’Otogare di Selçuk e il termometro segna 41 gradi, io bella in evidenza con la maglia fucsia fluorescente regalatami dall’amica del cuore, un piccolo viatico porta-fortuna che finora ha fatto il suo dovere. Per pranzo, formaggino Invernizzi, ciambelletta turca e un mezz’etto di noci sgusciate. Proprio davanti a me un carrettino pieno di calotte di arancia spolpate.
Il ricordo più vivido che ho della Turchia risale a venti anni fa, in un villaggio del sud provincia di Antalya, sui dolmus ti davano una bustina trasparente con dentro del rinfrescante da cospargerti, io e my husband poco ci manca ce lo beviamo, convinti fosse un cordiale. Ora non ti danno un tubo, sì che c’è l’AC , ma non ti danno un cazzo nemmeno se si rompe. E spesso si rompe. Eravamo diretti in una spiaggia prediletta dalle tartarughe turche per deporre le uova, ma noi ci eravamo persi e stanchi e assetati eravamo giunti a una viuzza con qualche baretto, taverna… Sembrava che l’occupazione principale di tutti fosse la spremitura di arance, in terra c’erano calotte dappertutto. Ne chiediamo una e il tizio sparisce sul retro e comincia a spremere, a mano. Dopo una decina di minuti buoni ci serve una pinta a testa di “orin gius”. In Florida, soprannominato Orange State, mai avuto la grazia di bere altro che Tropicana Fresh Pasturized Orange Juice 100% safe and filtered. Da noi chiedi una spremuta e ti guardano storto, o son dai 2,50 ai 3, 30 euro. L’orange man di Selçuk per 2 euro mi porge un boccale colmo fino all’orlo che mi sbrodolo felice.

§  §  §  §  §  §

Alla base della guerra greco-turca del 1919 devono esserci stati inconsci motivi di invidia linguistica. Non dev’essere stato facile per i turchi accettare che un’altra lingua si impossessasse delle bellezze del loro paese.  Chiamare una cosa, un concetto, un’entità per nome non è anche un po’ metterci un sigillo di appartenenza?

 

 

 

 

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