Isolitudini

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Solo ♥ traveller – Settembre 2013

Viaggiare da soli presenta un vantaggio: le attenzioni di cui sei oggetto non sono le stesse che riceve chi viaggia in coppia o in gruppo, che spesso non vede o vede a metà, non rispetta, trascura, si distrae a commentare, a criticare magari per riempire la noia di un  momento o il fastidio della fatica.

Entrati a Cesme, il conducente dell’ Havas continua a ripetermi le sole tre cose in inglese che sa: You sit down. Poi ride alza e abbassa la mano a dire, rilassatevi che non è ancora tempo di scendere: ce l’ha con me e con una coppia di spagnoli musoni un po’ agé che continuano a fare false partenze, anzi discese. E io dietro. Tanta è la voglia di arrivare. You sit down. Me ne frego se i due non lanciano inviti camerateschi fra viaggiatori e continuo a guardare Chios in lontananza, ho quasi paura di un incantesimo che me la porti via, o forse non sono mai partita e quella è ancora terraferma, così la indico nel retrovisore al conducente (Chios, right?) che ripete: You sit down.

All’uscita dall’Otogar il solito conducente mi spiega a gesti che il porto è laggiù, non posso sbagliare, sempre diritto, sempre diritto e arrivo al porto…

(per Chios, yes?)
Yess! Chios, Chios…

 

La prima immagine che ci colpisce la retina è spesso quella che resta indelebile per sempre: di una persona, di un luogo, di una situazione, l’acqua che scava il solco nella cera a caldo,  il groove dentro il quale ci ritroveremo volenti o nolenti a ripassare. Come dire che se anche tornerò a Cesme in limo, su uno yacht o col paracadute, la sua magia per me resterà sempre compressa e custodita nei 750 metri* che mi dividevano dalla banchina del porto da dove altre 3, 5 miglia nautiche mi separavano da Chios e dal suo magico antidoto.

*In realtà erano più di mille, ma l’ultimo tratto l’ho fatto a bordo di un pulmino scortata da una squadra di ufficiali della Cesme Coast Guard.

Il secondo groove se lo aggiudicano le calde folate odorose di mare nafta e carne arrostita (in realtà è il ricalco di un solco mnestico di parecchi anni fa, gli stracchi ma trionfanti arrivi a Villa San Giovanni, mio padre che scende dalla Prinz e dà calcetti affettuosi alle ruote dell’auto, come a ringraziarla di averci portato ancora una volta a destinazione) e un corteo nuziale che vi descrivo perché non avrei fatto a tempo a scattare: metri e metri di tulle rosso che sventola contro il cielo turchino, la macchina degli sposi in testa, a seguire un camioncino scassatissimo con a bordo una piccola banda di musicanti che più che suonare fanno un festoso fracasso. Mi fermo a riprendere fiato anche se la strada è in discesa, passo il trolley nell’altra mano, penso al mio matrimonio sul ponte delle Magnolie al Bayou St. John di New Orleans. Provo a sostituire un groove con un altro, ma non ci riesco, ci vorrebbe una bacchetta magica, un deus ex-machina… o un pulmino di gentlemen turchi in divisa. Un grazie di cuore alla Guardia costiera turca – teşekkür ederim! Senza di loro il mio arrivo a Chios avrebbe perso un po’ di magia.

 

♥   ♥   ♥

 

“Aveva acconsentito ad andar via, a lasciare la sua casa. Era stata una cosa saggia? Aveva cercato di soppesare tutti i lati della questione. A casa sua ad ogni modo aveva un tetto e cibo; aveva intorno tutto ciò che conosceva da tutta la vita. Naturalmente doveva lavorare duro, sia a casa che al lavoro. Cosa avrebbero detto di lei al negozio quando avrebbero scoperto che era scappata via con un ragazzo? Avrebbero detto che era una cretina, forse.”

Ai tempi di Joyce lasciare l’isola, to leave Ireland, a safe home e andare a Ovest, verso il luogo di non rinascita era peccato grave, sfida con l’Altissimo, sfida alla patria, una sfida al mondo.
Per questo Eveline non ce la fa, e dalla sua incapacità nasce una delle più intense pagine che il Novecento avrebbe dato alla letteratura e il suo autore alla scienza.

“(…) Si sentiva le guance pallide e fredde e in mezzo alla confusione mentale, pregò Dio di direzionarla, di mostrarle quale era il suo dovere. La nave soffiò un lungo triste fischio nella nebbia. Se fosse andata l’indomani sarebbe stata in mare con Frank, diretta a Buenos Aires. Il loro posto era stato prenotato. Si poteva tirare indietro dopo tutto quello che lui aveva fatto per lei? La confusione mentale le fece venire la nausea nel corpo ed ella continuava a muovere le labbra in silenziosa, fervente preghiera.
Una campana suonò sul suo cuore. Sentì che lui le afferrava la mano:
“Vieni”.
Tutti i mari del mondo inondarono il cuore. Lui la stava spingendo verso di loro: l’avrebbe annegata. Si aggrappò con entrambe le mani alla ringhiera.
“Vieni”.
No! No! No! Era impossibile. Le sue mani si aggrapparono freneticamente al ferro. In mezzo ai mari mandò un grido di angoscia.
“Eveline! Evvy!”
Lui si spinse oltre la barriera e le gridò di seguirlo. Gli fu urlato di andare avanti ma lui la chiamava ancora. Ella pose il suo viso pallido su di lui, passivo, come un animale inerme. I suoi occhi non gli davano segno di amore o di addio o di riconoscimento.

(J. Joyce, The Dubliners, Traduzione di Corinzia Monforte.).

 

 

 

 

E lei è una giovanissima passeggera che tornava in vacanza all’isola natia

 

 

 

5 commenti
  1. Avatar
    Jean baruch dice:

    e pure
    in una delle più
    celate pieghe dell’animo
    un seme ti riposa
    nascosto e
    protetto,
    speranza di verdi futuri :
    che tu possa
    rompendo il velame
    trovare coraggio
    e l’ebbrezza
    di un libero volo

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