On The Road (Again?!) – Sedona

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Novembre 2010.

road trip 1Un viaggio è come un matrimonio. Il modo più sicuro di rovinarlo è pensare di poterlo controllare.”
Nel 1962 John Steinbeck decise di andarsene in giro per gli Stati Uniti col suo cagnetto, un barboncino di nome Charley. Dopo anni di viaggi per il mondo si era dimenticato il suo paese. “Io, scrittore americano, per scrivere dell’America dovevo andare a memoria, e la memoria si sa, è fallace e deformante… Da tempo non ne sentivo gli accenti, gli odori, non ne vedevo i colori, la qualità della luce. Ne apprendevo i cambiamenti da libri e giornali. Decisi così che sarei tornato a guardare, a riscoprire questa terra gigantesca.”
Ne è uscito un racconto di viaggio, notevole per descrizioni e analisi psicologica. Il viaggio di uno scrittore che parte alla riscoperta del proprio paese, deciso a reinnamorarsene, e con l’esplicito intento di scriverne. L’uscita di questo on the road coincise con il Nobel. Malgrado questo, e sebbene di lui abbia letto ormai quasi tutto, non mi ricordo che gli sia mai scappato un rimprovero, un consiglio dall’alto di chi crede di saper viaggiare e scriverne.Sedona 056
È meraviglioso quando trovi un autore che ti piace. Se poi la pensa come te, allora ti senti meno solo, meno stolto, il mondo si fa più sopportabile, più descrivibile. Tipo quando parla dello scarto fra l’esperienza diretta e la sua narrazione differita.Per Steinbeck più tempo passava fra le due, meglio era: l’opera, una pasta e fagioli riscaldata un giorno dopo, se d’inverno anche due o tre, certi che il risultato è sempre migliore. Gli ingredienti restan lì e si amalgamano, i ricordi sedimentano, si incrostano di sapori e rigurgiti vari.
Come le cattedrali di Sedona, perla rossa del deserto, piroette di sabbia, guglie appuntite, pietra bagnata e seccata milioni di volte, striata dal Tempo. Tutti a cercare di catturarne un po’ col proprio teleobbiettivo, per portarsene a casa un pezzetto, una manciata di sabbia, un pensiero…
Fiduciosa poco fa sono andata ad aprire il composition book, ma alla pagina Sedona c’erano quattro righe in croce, più un post-it che non sta più su e che dice: cercare signif. nome su web.
Suppongo che la capacità di autodelusione in ognuno di noi sia senza limiti. Eppure, ogni volta…
Vero, Mr. Steinbeck, prendere appunti è pura follia. E i libri che ci portiamo appresso in viaggio sempre tornano a casa macchiati, unti, spiegazzati, quasi mai letti. Steinbeck da Sedona non c’era passato, a Ash Fork aveva puntato dritto verso ilNuovo Messico lungo la I 40 che passa per Flagstaff. E che io avevo messa in nota, convinta che avrei rispettato il programma, ma a parte il palo che le dà il nome, le foreste di pini (da dove il palo proviene) e un paio di diner vecchia maniera, a Flagstaff c’è poco e niente, salvo che si trova a easy reach dal Gran Canyon e da Sedona. Tanto valeva allungare e andarci direttamente.
Terza volta che la assaggiavo e me ne mettevo un po’ da parte, per riscaldarmela e gustarmela dopo. Sedona, il lato buono, angelico dell’Arizona. Ma sarà il più autentico?

Certo qui non ci sono prigioni né detention center; qui la gente ci viene semmai a tentare una rinascita, una guarigione: fra cristalli, pietre rosse e vortici di energia. Rebirth e Healing sono le due parole che spiccano di più fra le insegne commerciali e stradali. E intanto che assaporo il mio primo freddo dopo dodici mesi quasi interrotti di estate, parziale o totale, immagino questa giovincella dal nome spagnoleggiante, dodicesima figlia di due immigrati olandesi, che chissà quali motivi avevano spinto a scendere a Ovest dalla Pennsylvania. Forse il clima, di certo più asciutto e salubre, ma anche più polveroso, da quando sono arrivata ho consumato mezzo flaconcino di collirio, l’altra metà si è sparsa sul quaderno e ha diluito i pochi appunti presi.

La memoria mi ha tradito. Steinbeck non mi può aiutare. Evidentemente la fama della città, la sua spiritualità, la sua energia cosmica non gli era ancora nota. I Figli dei fiori sarebbero arrivati qualche anno dopo. Le montagne però… E l’Oak Creek. Mi chiedevo mentre ero lì, perché nessuno li guarda? Perché ancora una volta tutti si girano dall’altro lato, da quello commerciale, tutti dentro i negozi, a riviversi il proprio Western. A portarsi a casa un cimelio da appendere al muro. Cowboy da una parte, Indiani dall’altra. I primi in costume, che ti agganciano agli angoli delle strade e ti propongono safari, scalate spirituali, hotel a cinque stelle a buon mercato, ti elencano i Western che han girato proprio lì, a un passo dalla tua camera. I secondi in pietra o legno. Beatificati e poi scolpiti, offerti al miglior acquirente. O esposti nelle piazzuole dei centri commerciali. A dare bella mostra di sé in un salottino dove un tempo si sono compiute stragi di cui oggi restano souvenir di ricca e finissima bigiotteria. Tanto nessuno ci fa caso. La memoria si sa, è fallace e deformante…
Fortuna che c’è Wikipedia dove si trova di tutto. E clicca sui vortici, e clicca sull’energia cosmica, dopo un po’ la voglia mi è passata. Chi vuole, si accomodi pure. Nella scrittura, come in viaggio, ognuno è fertile a modo proprio, libero di innamorarsi come e di chi crede. Questo a Steinbeck non gliel’ho mai sentito dire, ma sono certa che sarebbe d’accordo. E anche Carl Schnebly, il primo direttore delle poste di Sedona, che della propria signora dev’essere stato innamoratissimo, al punto da imprimerne il nome dappertutto, decine di volte al giorno. Sedona. Musicale, esotico, non troppo lungo e di facile pronuncia. Creek Crossing e Schnebly Station si addicevano molto meno: non solo stonavano con la bellezza del luogo, ma erano difficili da memorizzare e trascrivere sulla posta. Nel 1902 la giunta della contea finalmente diede la sua approvazione.
Proprio così. L’elegante signora del Tlaquepaque Arts & Crafts Village mi aveva addirittura mostrato alcuni documenti dell’epoca a testimoniare del suo aulico passato, quindi mi aveva spiegato che gli Indiani Mohave della vicina California, molto più forti e potenti, avevano sottomesso facilmente i loro vicini Coconino, ma il nome preciso della tribù non ce l’ho più. Diluito dal collirio. Mi aveva colpito il fatto che l’appellativo significa “Qualunque”. Quello sì me lo ricordo. Per via che erano Indiani pacifici e senza troppe pretese né ambizioni. D’altronde, se uno vive in paradiso… Forse i Mohave erano invidiosi. Ecco. Dev’essere per questo che li chiamavano con disprezzo i Qualunque, i Senza Nome, o i Senza Qualità. Una roba così.

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