On The Road (Again?!) – Lezione di Arizona

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L’Arizona ha praterie di una bellezza senza pari, e come spesso la bellezza, totalmente inutili e impermeabili a ogni logica che possa spiegare come cribbio faccia certa gente a vivere qui, letteralmente fuori dal mondo: giusto una o due bettole ogni centinaio di km, l’immancabile Trading Post con vecchie coperte sedicenti indiane, gas station con lotteria e i dischi volanti sul retro.

November 2010.

Elvis mi dà l’ultimo saluto dal Nevada; il primo, in Arizona, una famiglia di stambecchi che stanno un po’ in posa poi escono di scena con la strada che letteralmente si srotola davanti piena di promesse polverose. Quelle che metti in pausa, come le emozioni di viaggio: giusto due appunti e via, fino alla prossima occasione, con più calma. Forse. Forse è vero che c’è un che di stolto a ipotecare i ricordi, pensando che maturino interessi, in attesa che diano frutti sulla pagina non appena si è nel giusto mood per trascriverli.

Mentre la strada ci inghiotte faccio l’ennesima indigestione visiva di questo stato che riesce, meglio di chiunque ci abbia mai provato, a raccontare l’animo umano, il suo lato sublime e il suo rovescio bestiale.
Nelle sterminate pianure dell’Arizona si scorge la mano del Tempo, la sua spettacolare azione erosiva. Guardi all’orizzonte e vedi fra sei, otto ore. Il tempo ti parla, ti racconta cosa ti separa dalla meta. E la mancanza totale di ostacoli fa sì che il pensiero, più esule e indifeso che mai, rotoli via come un cespuglio sradicato, rimbalzi, poi si calmi e torni alla base.
Il tratto della 93 che collega Boulder City a Kingman è il vuoto totale, vegetazione rada, niente ombra, solo rocce, canyon e asfalto, sembra la mente di chi ha subito un black out. Kingman 122 miglia. Il Colorado fa l’ultima curva poi sparisce, l’azzurro si mescola al grigio, si trasforma in una strada ferrata con su un treno merci inverosimilmente lungo che lancia il suo urlo nel vuoto.

Da queste parti gli avvistamenti sono all’ordine del giorno. Il che non stupisce, e non appena scende la sera capisci come troppo cielo addosso possa dare alla testa. L’Arizona ha un cielo inverosimile. E certi toponimi! Fiume secco, Ranch del cavallo morto, Cloridrica, Bagdad… Nomi che sembrano scherzi, luoghi che non sono città né paesi o villaggi, ma pecore al pascolo accampate al sole, ai margini del deserto. Poi a mano a mano che ti avvicini ne distingui la vera fisionomia. Roulotte con steccato, vecchie macchine arrugginite, l’immancabile pick-up truck, cani, cavalli, galline, cornacchie, due camere due bagni, verandina e barbecue, circondati da ciuffi di erba finta impiantata su terra completamente sterile. E la gente lì. Parcheggiata. In attesa di incassare il proprio sogno americano.

Cerco di non pensare alle ore di cammino, lascio scorrere il pensiero a vuoto, tento un cleansing mentale che riesca ad accrescere di sapore ogni attimo di esistenza futura. Dopo l’ennesimo attacco di bulimia che sempre mi spinge a fare indigestione di luoghi, storie, occasioni, a inzeppare il Tempo per rallentarne la corsa, e capire una volta di più che più tenti di ingannarlo, più lui ti frega e vola via.
Susanna in Arizona cosa fai…

Mi ritorna in mente una canzoncina semisconcia che si canticchiava da bambini. C’era chi usava l’Arizona, chi la Pennsylvania, o la propria città di provincia. La risposta erano pomeriggi afosi e indolenti senza niente da fare: noia, solitudine, e per merenda un telefilm americano.
Oggi che son grande potrei servirmi di Carver, di Bukowski, di Kerouac, di John e Dan Fante per descrivere certi luoghi e realtà, per raccontare l’America sotto il tappeto, il suo mito sfilacciato, la sua polvere spazzata in un angolo, nascosta agli sguardi indiscreti. A Calvino non era passata inosservata e chi vuole la può trovare fra le pagine del suo Eremita a Parigi.
O spingersi fino a Florence.
Io per certa polvere nutro un interesse speciale e finisco sempre per ficcarci dentro il naso. In quegli angoli dove ce n’è in abbondanza, dove, scusa, si può sapere cosa ci trovi di interessante?
Perché è sempre così. Solo leggerla sulle pagine acclamate dalla critica sembra consentito. Protetti dal filtro della fiction come il vetro spesso della tivù, o della cabina che separa i detenuti dai visitatori. La realtà invece. La realtà è indecente. Scomoda. Fastidiosa. E quasi mai collima con la fiction.

Uno di questi angoli polverosi è a poche miglia da qui, lungo la 79, passata la Apache Junction, dove inizia la catena delle Superstition Mountains, in pieno deserto di Sonora. Welcome to Florence, Arizona. Sotto questo cielo immenso, nostalgici delle tradizioni, cactus giganteschi e malinconici cowboys. A fare da sentinelle a un mito di cui i pochi rimasugli stanno appesi sopra i tavoli dei Bar & Grill dove i turisti vanno ad assaporare quel che resta di un passato che chissà se è davvero esistito. Così ce lo raccontavano in tivù. Così ce lo svela l’Arizona, dietro le quinte del suo set polveroso. Basta entrare in un K-Mart o star seduti in auto in un distributore a osservare chi entra e chi esce. Le comparse. Le femminili sbrindellate con lo sguardo lascivo. Una fiammella negli occhi che parla di una vita di cibo in scatola e take away, lavatrici automatiche, mai un panno asciugato al sole, niente pizzi né ricami, sono grasse sfatte e ossigenate, il volto spento. Quelle maschili hanno la panza, tatuaggi dappertutto, le camicie con le maniche strappate, baffi, Harley Davidson o Dodge, scarpe da tennis, e cartoni di birra in mano alle sette di mattina. Welcome to the Hotel California, such a lovely place, such a lovely face… Cerco di pensare altrove ma non c’è verso. Anzi c’è, ed è un pensiero nero. Esule. Nel vespero migrar. Che continua a chiedere: ma cosa ci trovi di interessante, ma tu che c’entri? Dalla Highway 79 direzione nord, a destra in Butte Ave, sempre dritto per 2.5 miglia, al cartello Eyman Complex svoltare a sinistra, mostrare documento identificativo e procedere al check-in.

Mi dicevo, ma dove vai? Che quello non era il carcere di Massa dove il massimo che puoi trovare è un omicida “nostrano” o qualche spacciatore o magnaccia extracomunitario, insomma, dalle mie parti il crimine ha, come dire, un sapore più romantico, ecco.

A gente come me, piccola provinciale nutrita da un’America letteraria che citare in pubblico fa chic e non schifo; abituata che alla fine la gente è buona e anche il mafioso più convinto prima o poi si pente e si redime, e il delinquente più incallito lo puoi intervistare e poi farti pubblicare e guadagnarti i tuoi buoni cinque minuti di gloria; mentre qui dove guardi guardi, dove leggi o ascolti vengono fuori i tipi di CSI, di Cold Case, sbucano gli zombie di Michal Jackson, i serial killer di Milwokee, i cannibali alla Hannibal Letcher…

Qui, alla gente come me il crimine si appiccica addosso come una pellicola che dopo levartela è un casino. La avverti nel piazzale di qualunque supermercato di provincia non appena scende la sera e fuori sbucano tipi che solo a guardarli metton paura, gente che del crimine fa una bandiera e una carriera, che non gliene importaun piffero della sedia elettrica, molti di loro è proprio quello che vogliono, è quello che cercano. Un momento di gloria, la redenzione estrema, il contatto ultimo con la vittima.

Ho letto storie accadute da queste parti da mettere i brividi e far passare la voglia di scambiare qualche chiacchiera col prossimo, di credere che troverai finalmente un amico da invitare a cena. Solo dopo che ti sei informato capisci perché la gente non dà confidenza o se la dà, eccessivamente, è solo nei luoghi pubblici, sotto l’egida di un guardiano, di una telecamera, di un supervisor che controlla dall’alto e mette regole ovunque al fine di garantire la tua incolumità. Dopodiché bye bye e non li rivedi più. Capisci perché la gente raramente ormai muove il culo per andare a piedi dal parcheggio alla banca, alle poste, in chiesa, al ristorante. La strada da percorrere fra loro e la meta è sempre brevissima, se possibile zero. Preferibilmente si preleva il cash o si imbuca una lettera o si ordina un caffè dal finestrino della macchina. Poi si torna a casa, a rimpinzarsi di tacchino anche senza niente o nessuno da ringraziare, a stravaccarsi sul divano, a tracannare birra e a contemplare senza saperlo la propria vuota esistenza di comparse in tivù.


A Florence non sono tutte stelle e strisce, no. Le strutture alberghiere da queste parti ne hanno al massimo tre. Per i viaggiatori più autentici ed esigenti ci sono vecchi ranchos trasformati in squisitissimi Bed&Breakfast, piccole isole di fresca relax dal vero sapore messicano. Il resto sono SMU, hotel speciali dove le strisce sono sbarre di ferro alle finestre. Lavandini in acciaio e stanze di tre metri per tre. E non è come dice Bukoski. Non ci si sente al sicuro in galera. Non in certe galere come gli SMU, di cui l’Arizona è zeppa e su cui si regge buona parte della sua economia, forse seconda solo all’immigrazione clandestina che una certa fiction pretende di condannare, mentre la realtà è ancora una volta ben diversa. Qui la popolazione residente è gente che ha stuprato, massacrato, omicidi plurimi dei più efferati, quelli che hanno sciolto i pezzi nell’acido, o che se li sono grigliati e mangiati, a puntate, facendo provvista nel freezer.
E cosa ci si trova di interessante io non lo so. So che io in posti così ho trovato due amici: Karl e Milo. Questo pezzo di strada lo dedico a loro, due dei tanti ricordi messi in pausa, dei vari appunti presi, in attesa che dessero il loro frutto sulla pagina non appena fossi stata nel giusto mood per trascriverlo sulla carta.

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